Diceva Pedrag Matvejevic che «il Mediterraneo è un destino». Un territorio semantico, incorniciato da coste sabbiose e dirupi, spiagge, fichi d’india carnosi, porti, cale e foreste di pini e poi tutte le storie, felici e orribili, che là si infrangono da millenni. Nell’impossibilità di raccontarne tutte le pieghe, non possiamo che accontentarci di frammenti. Così fanno gli undici scrittori italiani che compongono, come un coro, Mediterraneo. Miti, orizzonti e visioni (Giulio Perrone Editore, pagg.124). È il centesimo dei “Passaggi di dogana”, una collana nata come luogo di attraversamenti, spiega l’editore, capace di costruire «inconsapevolmente una grande mappa sentimentale. Una mappa di partenze e ritorni, camere d’albergo, stazioni, quartieri dimenticati, isole reali e mentali».
Non poteva che essere il Mediterraneo, dunque, il punto di snodo dopo cento tappe. Perché il Mediterraneo, come ricorda l’ultimo degli esodi, quello di Ceuta, resta al centro del destino europeo. Un enorme rompicapo per le cancellerie, che vedono questo mare come l’anticamera del caos e un laboratorio di vendette; l’affaccio su un ignoto, la riva sud, di cui conosciamo tutte le risorse estraibili ma non i desideri di chi lo abita.
Gli undici scrittori di “Mediterraneo” mettono mano a questo rebus partendo dalle tracce lasciate dal Mare nostrum nelle loro vite. Perché i ricordi sono l’unico dispositivo, paradossalmente, per renderlo reale.
Maura Gancitano ritorna alla sua Mazara del Vallo e rievoca l’isola effimera di Ferdinandea, comparsa nel 1831 da una eruzione e sommersa subito dopo: «L’ho ignorato per anni, correvo in motorino lungo tutta la costa d’inverno e guardavo il mare spinto dal vento, e non ricordavo più che li sotto viveva un vulcano». Carmen Pellegrino racconta la fine misteriosa del vecchio Flintch, che sulla spiaggia di Paestum aspettava silenzioso e paziente la balena apparire. Antonio Spadaro si inoltra nello Stretto di Messina e ne compone uno spartito filosofico: le correnti alternate, i gorghi, le sponde come volto dell’altro, la strettezza come luogo sacro, sulla scia di Sant’Ignazio: «E’ divino non essere contenuti dal largo, ma dallo stretto».
C’è chi rievoca i fantasmi, perché di fantasmi è affollato questo mare. Sono i corpi naufraghi di fronte a Cutro, che Rosella Postorino evoca come un grido e «c’è un pescatore – scrive – che da allora continua senza sosta a cercare i dispersi, perché l’ha promesso alle madri». Fantasma è la petroliera russa Arctic Metagaz, colpita da un drone, che ha vagato sospinta dai venti e dalle correnti (Gabriella Genisi). Case di spiriti sono le coste dalmate, su cui spira dall’interno l’eco delle carneficine di trent’anni fa (Paolo Di Paolo), fino alle coste turche dove, navigando su un caicco, Dario Voltolini si imbatte nelle tombe che escono fuori dal mare.
Il Mediterraneo è struggente. Il mare osserva la parabola delle nostre vite, di padre in figlio, i giovani si lasciano infiammare di sole e salsedine e chi invecchia rimane inchiostrato sulla battigia a contemplare, dice Errico Buonanno. Per un attimo, si può sognare di contenerlo in una bacinella (Lorenzo Marone) o sentire d’improvviso, succede ad Anna Giurickovic Dato, «il profumo dei dolci di nonna, la cassata, il gelo di gelsomino, la frutta martorana». Il Mediterraneo è un canto, come il racconto di Domenico Dara: un canto secolare, caldo e truculento, la fatica di volare sull’acqua di chi insegue i pescespada, «e quando cantiamo, i pescispada rallentano e si fanno avvicinare quasi attendendo una carezza e trovano la morte laddove cercavano l’amore».