Sulle orme di Mario Vargas Llosa

È probabilmente la frase più celebre scritta da Mario Vargas Llosa. Compare in Conversazione nella Catedral, romanzo uscito nel 1969 e apparso in Italia due anni dopo grazie a Einaudi: «In che momento si era fottuto il Perù?». È la domanda che da allora riprendono tutti gli analisti e gli intellettuali peruviani. Ed è l’interrogativo che più di qualsiasi altro ha tormentato lo scrittore, Premio Nobel per la Letteratura 2010, marcando tutto l’amore e il rifiuto per il suo Paese, l’impegno e l’esilio, lo sguardo straziante e anche quello presuntuoso che lo hanno accompagnato fino alla morte, l’anno scorso, sfiorando i novant’anni.
Quella domanda, aspra e malinconica, sembra risuonare anche nel girovagare di Gabriella Saba mentre compone In Perù con Mario Vargas Llosa, appena uscito per Perrone Editore. Lei ci accompagna seguendo le tracce lasciate nei romanzi, che siano i quartieri di Lima, i traffici di Piura e il biancore di Arequipa. Proprio Arequipa, la città natale, viene evocata dallo scrittore come la chiave per comprendere che cosa sia davvero stato il suo Perù. Nel discorso di accettazione del Nobel, infatti, a un certo punto dice: «Il Perù è per me un’Arequipa dove sono nato ma non ho mai vissuto, una città che mia madre, i miei nonni e i miei zii mi insegnarono a conoscere attraverso i loro ricordi e i loro rimpianti».
Così, usando la potenza della letteratura come una sorta di mappa, Gabriella Saba ripercorre quei ricordi e quei rimpianti che disegnano un paese “mai vissuto” eppure così incarnato, radiografato, digerito ed espulso. Gabriella Saba, che l’America Latina conosce intimamente, sa portarci dentro e fuori le pagine dei grandi romanzi di Vargas Llosa, e ci trascina tra i vicoli, dentro i palazzi sontuosi, di fronte ai nuovi skyline, al bordo di «un Malecón che si affaccia sull’oceano con impressionanti scogliere a precipizio, coperte d’erba». Sentiamo la voce calda di Chabuca Granda e il virtuosismo di Yma Sumac, il ritmo dei cajones, il sibilo degli idrovolanti su cui viaggiavano le prostitute destinate ai militari nella Selva, la saga culinaria di Chifa Chung Yion e i successi stellati dello chef Gastón Acurio.
Le storie di Vargas Llosa contemplano tutto questo. La Lima degli anni giovanili, avvolta in un grigiore perenne, è «una città piccola, sicura, tranquilla e bugiarda», racconta nel suo Diccionario del amante de América Latina del 2006; eppure Lima è anche «grande e Miraflores infinito», scrive, riferendosi al suo quartiere più amato, in Conversazione nella Catedral. Lima è la città del business, dei grattacieli e dell’enorme porto di Callao; ma è anche la capitale della huachafería, una sorta di camp andino, dove il valzer viennese importato dalle élite si mescola allo sgargiante incontenibile della diaspora afro, e così nasce il Vals criollo, «una visione del mondo e allo stesso tempo un’estetica – annota Vargas Llosa – Un modo di sentire, di pensare, di godere, e di esprimersi e di giudicare». E poi la violenza, quella subita da un padre ossessionato dallo status sociale e quella vissuta nel famoso Colegio Militar Leoncio Padro, mirabilmente dipinto in La città e i cani; la violenza di una giostra politica grottesca e l’orrore dei massacri di Sendero Luminoso accompagnato dalla repressione immorale di Fujimori el Chino.
Gabriella Saba ricompone tutti questi frammenti come una guida di viaggio. E sembra suggerci di osservare la scrittura di Mario Vargas Llosa come fosse un dispositivo, in cui autobiografia, finzione e biografia della nazione si alimentano e si confondono.

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