Popular Mechanics ha educato generazioni di americani, del nord e del sud, ai segreti della tecnologia, dagli elettrodomestici ai razzi spaziali. Nella Cuba del 1950, Humberto, uno dei personaggi usciti dalla penna di Pedro Juan Gutiérrez, sfoglia la rivista per imparare ad assemblare e tarare un contatore Geiger-Müller, improvvisandosi cacciatore di uranio, con l’idea di vendere il prezioso materiale all’esercito Usa. Humberto è ignaro che, nove anni dopo, a Cuba scoppierà una rivoluzione con la promessa di benessere, libertà e felicità per tutti. Oggi, a sentir parlare di “meccanica popolare”, qualsiasi cubano non penserebbe più alla storica rivista, ma all’arte di sopravvivere in quella società dello sconforto in cui è immersa da sette lunghe decadi. Così, ha un retrogusto sottilmente ironico quel titolo, Meccanica Popolare, che Pedro Juan Gutiérrez ha dato all’ultima raccolta di racconti, uscita ora in italiano per le edizioni Castelvecchi (con la traduzione di Gino Tramontana).
Gutiérrez, raggiunti i 76 anni, ha addolcito lo sguardo rispetto alla sua Trilogía sucia de La Habana, dove raccontava la lotta per la sopravvivenza in quella Cuba disperata e sfigurata degli anni ’90, dopo la caduta dell’Urss. Quando quel libro è uscito nel 1998, all’estero il successo è stato immediato. Nella sua isola, invece, i custodi della Rivoluzione l’hanno vissuto come uno schiaffo. Gutierrez è stato immediatamente licenziato, dopo 26 anni di lavoro come giornalista, con l’accusa di aver diffuso «una sordida immagine degli strati più sfortunati della società». Lui Cuba non l’ha mai lasciata, non è stato espulso dall’Unione degli scrittori e ha continuato a scrivere, mietendo successi e premi. Oggi le autorità culturali dell’isola hanno provato a riscoprirlo e lui ama ripetere: «La vita per me è stata una sfida continua».
Uno sguardo meno sporco, dunque, in questa nuova raccolta di racconti. E lui stesso è più tenero con i suoi personaggi, mentre una critica ironica e chirurgica sgorga ogni tanto tra le righe. Ambientato in tre città, Matanzas, Pinar Del Rio e La Habana, questo affresco di vita quotidiana corre dagli anni ’50 ai primi ’70. Ad un certo punto, alcuni personaggi cominciano a prendere sempre più spazio e le loro storie si ingrossano così tanto che i racconti sembrano delle tessere di un’unica vicenda, quasi un quadro che si compone al centro mentre sfumano tutti gli altri pezzi del puzzle. «Non è nato come un romanzo – ci racconta Gutiérrez dalla sua casa de l’Avana – Ma ci sono personaggi che hanno preso vita e li ho seguiti, hanno organizzato da soli le loro storie, come Carlitos in cui alla fine mi riconosco o Nereyda in cui non posso non vedere mia madre».
La scrittura asciutta, il lessico affilato, le frasi brevi e precise, le descrizioni minute, ogni scena quasi lampeggia (tributo al suo amore per i comics), mentre scorrono micro-cronache in presa diretta dove la narrativa funge da diluente: «Tutti quegli anni a lavorare in giro per il mondo, prima per radio-tv e poi per l’Agenzia statale di notizie, mi hanno lasciato una impronta indelebile nella scrittura e un grande rispetto per il lettore», dice. E così dipana le vicissitudini di uomini e donne che provano mille espedienti per sopravvivere, si destreggiano nella penuria, si amano pudichi, provano a lasciare l’isola in tutti i modi, trovano le soluzioni senza grandi sogni o slanci, cercano insomma la meccanica del loro destino.
Se c’è qualcosa di clamoroso, è da ricercare nel non-detto. Ad esempio, scompare dalla vista proprio la Rivoluzione, che nel 1959 proietta l’isola al centro del mondo e di una delle crisi globali più famose, quella dei missili solo tre anni dopo; la Rivoluzione diventa uno dei brand più potenti del Novecento e a tutt’oggi accalora gli animi.
Lo stesso scrittore, in nota di apertura, avverte: «I cambiamenti radicali e vertiginosi che in quegli anni si sono prodotti a Cuba hanno sconvolto la vita di tutti, nel bene e nel male». Eppure, nella meccanica popolare dei suoi racconti, la Rivoluzione è un mito svuotato, resta fuori fuoco o affiora nei suoi personaggi con una leggera ironia, per qualcuno è «una contingenza politica», per altri «la moda del momento», per Carlitos «una musica di sottofondo». Pedro Juan Gutiérrez ricorda la lezione di Lessico Familiare di Natalia Ginzburg: «L’ho riletto di recente. È meraviglioso: la sua scrittura sempre concentrata sulle piccole cose, mentre lascia il fascismo in secondo o terzo piano. Sembra un romanzo innocente, in realtà è una bomba a orologeria per tutto quello che è successo». E comunque dice di aver scelto l’esilio dalla politica, «mi stanca solo pensarci. È la letteratura il luogo da cui guardo il mondo, mi affascinano le persone, le loro vite, ognuna è una lezione universale».
Robinson | la Repubblica