Una donna è sulla prua di una piccola imbarcazione, l’abito bianco senza maniche; impassibile, mentre le onde nervose del mare potrebbero sommergerla in qualsiasi momento. Una flotta di caravelle compare quasi da una bolla del tempo, alcune donne osservano tranquille, come davanti allo schermo di un cinema, anche se sono sedute su una barca o su un pontile mentre da lontano si alza un palloncino con il volto di un bambino. Le visioni di Arjan Martins (Rio de Janeiro, 1960) hanno sempre qualcosa di spiazzante. Dev’essere quella presenza costante dell’oceano a renderci inquieti, la brezza che ci sembra di sentire, la vastità che possiamo solo immaginare. Oppure sono quei volti imperturbabili? Forse sono loro a interrogarci, tutte quelle persone ritratte che si portano dentro il peso di chi ha visto molte cose e altre gliele hanno sussurrate gli antenati.
L’Atlantico di Arjan Martins è un tappeto immaginifico e tremendamente reale su cui sono scritti i codici della storia. Una storia che lega in modo viscerale le sponde che si affacciano su quell’oceano: sono le spiagge del suo Brasile, innanzitutto; le coste africane che continuano a sprigionare diaspora; i porti europei che a lungo hanno governato il mondo e continuano a pulsare di sogni, luci per le falene. Una storia che ci appartiene. Per questo, Arjan Martins ha voluto intitolare la mostra alla Fondazione ICA di Milano (curata da Andrea Salvadori e visitabile fino al 24 luglio), O Estrangeiro, 35º30’54” N, 12º34’48” E: lo straniero è l’umanità in balia delle onde e le coordinate sono quelle di Lampedusa, l’isola che coagula transiti, naufragi e approdi, un’ombra proiettata dall’Atlantico fin dentro al Mediterraneo.
«Per me l’Atlantico è un unico, vasto spazio su cui riflettere, un lungo percorso che va dalla colonizzazione alla globalizzazione, dal passato al tempo presente», dice l’artista brasiliano. Quell’oceano per secoli è stato una fabbrica globale, l’incubatore del capitalismo: si trafficava manodopera disumanizzata per imbastire a pieno regime le piantagioni e le miniere, oliando una perfetta contabilità di commerci, finanza e potere.
L’Atlantico di Arjan Martins è un’acqua salata di tristezza, un trauma che ha plasmato generazioni e che continua a spurgare. Lui lo mescola con una poetica algida, l’atmosfera rarefatta e perturbante, mentre la sgargiante tavolozza con cui la imbandisce sembra il pulsare della vita conquistata con le unghie, nonostante tutto. «Sappiamo che l’Atlantico non è stato benevolo né gentile con le persone che venivano trascinate da una parte all’altra. Ma io lascio solo degli indizi poetici, voglio che sia chi guarda a chiedersi, a cercare risposte, soprattutto le nuove generazioni».
Arjan Martins è una sorta di cartografo di istanti, anche se gravidi di storie. A un certo punto ha cominciato a inserire scritte, mappe, date e numeri di leggi e a infilare globi, attrezzi di navigazione, una corona imperiale che cade dal cielo, fino a confondere caravelle e naufraghi, rose del vento e fiori carnosi, in cui tutto può ribaltarsi tra documento e invenzione. «Credo sia emerso quando il mio lavoro iniziava a prende una propria impronta stilistica e concettuale. Avevo bisogno di un repertorio più ricco per potermi esprimere e farmi capire dagli altri». Come ha confessato nel libro a lui dedicato (Arjan Martins, Edizioni Cobogó, 2021, a cura di Paulo Miyada) che ripercorre cento sue opere, la sua pittura nasce da un’urgenza: «La ragione che mi ha spinto a dipingere è stata la necessità di esprimermi in un modo che non poteva trovare altra via se non nell’arte».
Spesso, nei suoi lavori – dipinti su tela, su carta o su assi di legno – ci costringe a guardare il mondo con gli occhi di chi è dentro una barca, ma è uno sguardo ineffabile: «Preferisco ritrarre queste persone come non fossero angustiate da un mondo così carico del passato coloniale. Sembrano quasi libere da qualunque dramma, vivono una condizione più poetica che di sottomissione».
Sono corpi neri. E i corpi neri, si sa, sono campi di battaglia, territori e destini in disputa; si portano il peso enciclopedico di raffigurazioni che i bianchi ne hanno fatto per secoli. Quando gli chiediamo cosa significhi un corpo nero in un’opera d’arte, Arjan Martins dapprima si ritrae: «C’è sempre un’aspettativa di fronte a un artista di origine africana, ci si aspetta sempre che debba dare risposte oggettive su quello che fa, come se l’arte dovesse sempre essere oggettiva». Poi si distende: «Nei miei lavori ci sono i corpi di chi è imbarcato, di chi affronta una diaspora, di chi è costretto, di chi è stato forzato. E qui la questione è: quali opere d’arte danno davvero valore a questi corpi?». E poi ci sono i corpi di chi è arrivato, si è fermato, è sopravvissuto, da ieri o da qualche secolo: «Spesso gli faccio indossare oggetti e ornamenti d’oro. Perché attorno all’oro si è consumata la storia. E qui si sollevano altre questioni, piuttosto ambigue: un corpo africano ha il diritto di indossare una collana d’oro? Da dove viene quell’oro? Chi lo ha estratto? Per me è come riconsegnarlo a un intero popolo».