Il Messico che vive all’ombra dell’Azteca

Spegne il cellulare e mi dice: «Fernando ti aspetta sotto l’albero di pirul». Cecilia Peraza deve vedermi un po’ sconcertato e allora prende la matita e comincia a tracciare una piccola mappa: «Attraversa il campus fino al terminal, segui a piedi questa strada che ti porta al Pedregal Santo Domingo; da lì prendi un microbus, entra al El Ejido Viejo. E là cerca il pirul». Faccio solo un cenno col capo. Mi chiedo cosa sia il pirul, ma non oso domandarglielo.
Poco più di un’ora fa ho raggiunto il campus della UNAM, la grande università pubblica, e da uno dei passaggi pedonali sopraelevati ho visto in lontananza la sagoma di una colossale torta di cemento, il famoso Stadio Azteca. Al terminal non ho potuto non fermarmi di fronte a un cartellone pubblicitario. I Mondiali di calcio sono iniziati, come una minaccia che alla fine si è avverata. Sono calati su una città che è comunque abituata alle minacce, quelle che covano dentro e quelle che arrivano da fuori.

Ho osservato quella foto che riempiva il tabellone, i loghi della Coca-cola e della Fifa, un gruppo di tifosi esultanti, tutti biondi, gli occhi chiari e la pelle delicata. Siente la alegría de sudar la playera en la tribuna. Ho pensato: vendono i Mondiali ai güeros, i bianchi, i biondi, i gringos, come se la festa fosse esclusivamente per loro e i messicani dovessero solo osservare la loro felicità. Ai messicani, quella felicità, gliela vendono come un frutto esotico. È pure vero che qui sono abituati anche agli alieni: nessun altro posto vanta tanti avvistamenti di Ufo come Città del Messico.

Lo studio di Cecilia è il numero 38, nell’edificio C, Facoltà di scienze politiche sociali. Quando entro, capisco perché lei lo chiama cubículo. Sul tavolo c’è posto solo per un portatile, le piccole librerie alle pareti sono colme di libri e di carte, oltre a due sedie che quasi si intralciano. Ha poco tempo, in realtà. Sta partendo per Barcellona. Si è ritagliata quest’ora per me, di prima mattina, e sento di essergliene davvero grato. Cecilia, il viso illuminato dalle lentiggini e da un sorriso aperto su labbra bellissime, ha gli occhi luccicanti, da cui proviene – immagino – il rumore dei pensieri che riempiono lo stanzino. Capisco anche che da questo cubículo organizza i corsi, le riunioni, il lavoro sul campo. Parla veloce, Cecilia, ha il ritmo di un polso febbricitante.

Quando le chiedo cosa sia un Ejido, il posto dove mi sta mandando, snocciola una rapida lezione di storia messicana, la Rivoluzione e la riforma agraria, le terre comunitarie e Carlos Salinas de Gortari il vendicatore neoliberista, la figlia di Benito Juarez e la fabbrica di bibite Chaparritas. Mi guarda per capire se la seguo. E mi dice: «Parla con chi ci vive. Io ho solo provato a portare dentro l’Università i desideri e le paure di questa gente, quando nessuno li ascoltava». Poi si ferma un attimo: «Io questi posti li conosco da sempre». Mentre sto per uscire, un ultimo consiglio: «Ehi, vai solo nei posti della mappa che ti ho fatto ed esci prima che faccia notte».

Attraverso il Pedregal Santo Domingo sotto una luce accecante. Seguo la mappa di Cecilia, uscendo dal caos del terminal, proprio all’imboccatura della metro, dove si muovono cinque linee di micro verso l’enorme campus universitario e poi i bus che si infilano in tutto ciò che sta a sud di Città del Messico. Cammino, seguendo il sentiero parallelo alla Avenida Anacahuita e ai bordi del Parco del Copete. Mi scorrono di fronte la brutalità del traffico, la vulnerabilità del quartiere che comincia a prendere forma e il parco che sbuca sulla destra come un inaspettato reperto vegetale.
Mi inoltro nel reticolato dei caseggiati, gli edifici bassi, il secondo piano a volte ancora da completare, i negozietti, i chioschi di tacos, il mercato dove mi fermo per tirare il fiato. Le indicazioni di Cecilia mi portano alla Escuelita Zapata. Il patio d’ingresso di questo vecchio edificio è ricoperto di murales. Lungo i corridoi e sul ballatoio scorre la storia del Pedregal, una serie di foto a volte ordinate, a volte attaccate quasi di foga.

Santo Domingo è stato costruito mattone su mattone, a mani nude, strappandolo alla distesa di pietra, dopo la grande invasione di contadini che non avevano nulla da perdere, preti teste calde, giovani arrabbiati e rivoltosi straccioni. Il far west qui è stato un sud coperto di pietra lavica.
Era il 1971, tre anni erano già trascorsi dalle Olimpiadi battezzate nel sangue e inaugurate nell’allora nuovissimo Stadio Azteca. Dal Pedregal gli uomini andavano “in città” a lavorare e intanto le donne addomesticavano i serpenti e ammonivano i ratti, costruivano capanni e case, improvvisavano scuole, acconciavano cappelle, seminavano tra le pietre laviche, tiravano fuori l’acqua, che qui scorre sotto, sotto dove un tempo, che ormai nessuno può ricordare, era tutta una laguna. Si sono difesi dai latifondisti che portavano costosi panama in testa e dai loro avvocati stretti in doppiopetto dozzinali; la polizia sparava a fianco di ceffi a libro paga, i politici sudaticci amministravano lucrose tangenti. In mezzo a quella folla di coloni testardi, c’erano anche il padre e la madre di Cecilia, che credevano nella chiesa dei poveri.

A tenere aperta la biblioteca della Escuelita trovo Fernando, coperto di rughe e di ricordi. Mi mostra una foto di Cuauhtémoc Cárdenas, figlio di quel Lázaro Cárdenas che ha nazionalizzato il petrolio, primo sindaco di sinistra di Città del Messico e per tutti il Presidente che non è mai stato Presidente, derubato da una sfacciata frode elettorale nel 1988, giusto due anni dopo i secondi mondiali di calcio ospitati da questo paese. Prendo in mano la foto in bianco e nero. Lo si vede sorridente, attorniato da una gran folla: «Era all’università e lo abbiamo portato a furor di popolo qui al Pedregal», sussurra Fernando, gli occhi arrossati, forse dall’emozione, forse dal velo delle cataratte.

Nel microbus siamo in otto quando entriamo a Santa Úrsula Coapa. Tutti scendiamo vicino allo stadio. Osservo l’enorme creatura di cemento armato. Mi viene in mente un libro illustrato che ho consumato da bimbo, vedo Gulliver che si sveglia e si scopre legato dalle corde dei lillipuziani. Lo stadio è un po’ così, un Gulliver obeso che gli abitanti devono aver trovato in mezzo alle loro case modeste di Santa Úrsula Coapa, una mattina del 1966, prima di essere inaugurato un mezzogiorno di fine maggio.

Non ho dimenticato che devo cercare il pirul, come mi ha detto Cecilia. Ma sono in anticipo e mi aggiro per il quartiere. Anche Santa Úrsula Coapa è un pedregal. Si dice che Santa Ursula, principessa in vita, sia partita nel 362 d.C dalla Cornovaglia, in viaggio alla ricerca di Dio assieme a undicimila vergini, anche se è più probabile fossero undici. Inutile dire che finirono tutte massacrate in un’Europa infestata di barbari. Quando i discendenti di quei barbari, questa volta devoti, hanno portato la loro civiltà in Messico, arrivati qui alle falde del vulcano Xitle hanno pensato proprio a quella santa. Prima di loro, questo era un altépetl, una comunità autonoma, coperta di pietra lavica, tra sorgenti d’acqua e “un nido di serpenti”, che nella lingua náhuatl si dice proprio Coapam. E così gli spagnoli c’hanno aggiunto Coapa al nome della santa, perché suonasse un po’ più mestizo il nome del luogo.
I pozzi d’acqua, che erano così abbondanti, ora sono rari e causa di dispute infinite. I serpenti, invece, non sono mai scomparsi, dicono qui, ma sono cartelli immobiliari, faccendieri, mafiosi, corrotti. E così, anche se sotto la terra dura di Santa Úrsula Coapa è pieno d’acqua, tutto il quartiere soffre di crisi idriche durante la stagione secca e di inondazioni durante le vampate di piogge, che ora sono iniziate, quando tutto prende una vitalità cangiante e i polmoni si gonfiano di odori fino ad allora assopiti.

Molte sorgenti d’acqua sono sequestrate dai privati, mi ripetono. Come El pozo de Televisa, così lo chiamano. Perché è Televisa, l’impero delle televisioni, che qui fa da padrone. Oltre al pozzo, infatti, è suo anche l’intero Stadio Azteca. Per restaurarlo, in vista dei Mondiali, Emilio Azcárraga Jean un giorno si è presentato alla porta della potente Banorte, si è sistemato il ciuffo col pettinino, ha respirato forte e ha bussato: dopo un po’ è uscito con un prestito di due miliardi di pesos e la promessa di far dipingere sulla facciata d’ingresso allo Stadio il nome della banca.
Quando si è pensato di costruirlo, in vista delle Olimpiadi del 1968, solo la famiglia Azcárraga aveva i mezzi per farlo e il pedigree giusto, gli uomini con le cravatte larghe e le signore con i capelli cotonati, proprietari com’erano non solo di Televisa, ma anche del Club América, la squadra più famosa del Messico. Quella che avrebbe affrontato il Torino per inaugurare lo stadio.

Qualche giorno fa ho chiamato Carlos Acuña. Lui non ha dubbi: «Mettiamola così, il Messico è un paese fanatico del calcio, ha ottimi giocatori, ma pessime squadre». In nessuna delle due partite inaugurali dei Mondiali il Messico ha mai vinto. Questa volta sì, la maledizione è svanita. Ma quando ci siamo sentiti con Carlos, non potevamo saperlo. Tutti la davano già per persa.
Ha un’aria da ragazzino, Carlos, una voce di un basso dolce, il ritmo lento e sexy con cui scandisce le parole come solo un messicano. Lavora alla piattaforma Fabrica de Periodismo. Ogni sua cronaca è un giro di sismografo che registra la città che cambia. Quando è stato sfrattato da casa, Carlos è riuscito a documentare il dramma che viveva e la protesta che ha messo in piedi, per farne un caso emblematico della speculazione immobiliare che scudiscia Città del Messico – ora coi Mondiali più che mai – come un vento freddo e potente, da cui non riesce a ripararsi. E quando lui mi parla di calcio, non posso non crederci.

A questo punto lo devo confessare: di calcio non so niente. Ma Televisa, la padrona dello Stadio Azteca, me la ricordo. Per un’intera estate quella parola compariva sul televisore, ogni pomeriggio, quando io e nonna Augusta, che a me sembrava vecchissima e sul punto di spezzarsi, ma era già vecchissima nelle foto di matrimonio, insomma noi due trasformavamo la cucina nel nostro piccolo cinema, con sedie e bibite, e aspettavamo che comparisse il volto contrito di Veronica Castro. Nei panni di Mariana Villareal era nata in miseria e si presentava come la perfetta vittima seriale del destino, più o meno in questo ordine: un padre alcolizzato e una matrigna crudele entrambi miserabili, una famiglia di milionari, l’amore inaspettato per Luis Alberto nato dall’intrigo, una domestica fattucchiera di nome Ramona e poi una gincana di infedeltà, trappole, baci appassionati e finti perdoni. Almeno è quello che ricordo.
Sì, per me Televisa era la sigla di Los ricos también lloran, che tutti conoscevamo come Anche i ricchi piangono. Qui in Messico, invece, a insaputa mia e di nonna Augusta, Televisa era uno dei padroni del paese. E pure della sorgente d’acqua. Gli abitanti del quartiere hanno scoperto che i proprietari dello stadio da quasi dieci anni hanno ottenuto il permesso di sfruttare la sorgente, estraendo fino a 450 milioni di metri cubi l’anno, insieme a generosi bonus fiscali. A questo ritmo, le case di Santa Úrsula Coapa potrebbero restare a secco e alcuni giurano che potrebbe succedere persino mentre guardano i Mondiali.

Nel 1966, quando mancavano due anni dai Giochi Olimpici, le autorità hanno pensato invece che bisognasse collegare lo stadio con il centro storico. E così è venuto su il Viaducto Tlalpan, da nord a sud di Città del Messico. Solo che hanno finito per tagliare in due Santa Úrsula Coapa.
Quando sbuco alla fermata El Vergel del Tren Ligero, attraversando la strada sull’ennesima passerella pedonale, mi rendo conto di cosa abbia voluto dire qui la tangenziale delle Olimpiadi. Per entrare alla parte vecchia del quartiere, El Ejido Viejo, come mi ha raccomandato Cecilia, devo quasi abbassare il capo per attraversare il sottopasso del viadotto largo due corsie. Mi dico che sarà stato anche lo sfoggio della potenza degli ingegneri messicani, ma forse qualche calcolo l’hanno sbagliato. E così chi vive al Ejido Viejo ogni mattina si inchina alla modernità per raggiungere la fermata della metro di superficie.

Nel frattempo, sulla tangenziale il sogno di questi mondiali è una Calzada Flotante, su cui far transitare turisti e hooligans in bicicletta dal centro storico fino allo Stadio e ritorno. Da queste parti scuotono la testa, ma forse succede sempre così di fronte alle novità che sembrano improbabili.
Mi inoltro tra le strade del Ejido Viejo. Classe media-bassa, direbbero qui. Chiedo del pirul, una coppia di anziani mi fa cenni e borbotta qualcosa. Mi ritrovo di fronte all’ingresso di un edificio che non è un edificio ma un intero caseggiato trasformato in un residence di lusso. Classe media-alta, direbbero qui. Una guardia armata dà indicazioni a un’auto che vuole entrare. Saluta con rispetto. A me invece dà un’occhiataccia, capisco che non gli piacciono gli intrusi. Giro l’angolo della strada e mi apposto sull’altro ingresso. È in quel momento, mentre da una finestra esce Yo no sé mañana di Luis Enrique e già comincio a seguire un po’ maldestro il ritmo, è in quel momento che mi rendo conto che sono sotto un albero.

«Quest’albero l’abbiamo difeso coi nostri corpi»: si presenta così Fernando Chávez, indicandomi la maestosa pianta di pepe americano. «È l’ultimo pirul rimasto». Lo dovevano buttare giù, mi racconta, per far entrare i camion, mentre costruivano il residence. Quando i vicini hanno vinto la battaglia del pirul, i costruttori hanno modificato il progetto. Qui un tempo c’era “El Naranjo”, una fabbrica di bibite, las chaparritas, che ha lavorato a pieno ritmo dal 1950 per sessant’anni, la prima bevanda senza gas imbottigliata in Messico. Ha dissetato due mondiali di calcio e un’olimpiade, oltre all’orgoglio di tutto il Paese. Quando la fabbrica di Chaparritas ha chiuso, le autorità locali hanno autorizzato una serie di cambi d’uso urbanistici, a favore di un fondo immobiliare, che poi ciha costruito 387 appartamenti in 12 edifici, «ma dalle foto aeree ne contiamo 16, quattro costruiti comunque, chissà se li hanno regolarizzati in seguito. Abbiamo contato tante e tali irregolarità da restare a bocca aperta».
Fernando Chávez vive nell’Ejido Viejo di Santa Ursula Coapa da molti anni. Dev’essere un uomo che ama la precisione, un uomo di numeri e di analisi, penso, mentre elenca dati, pratiche, ricorsi, appelli, denunce. In mano stringe un piccolo block-notes, ha un sorriso aperto e una voce grave, sotto dei baffi ben curati. Capisco che qui hanno cercato di difendersi da qualcuno di molto potente che alla fine ha vinto, perché succede di rado che anche i ricchi piangano.

Nel giro di compravendita dei terreni, l’immobiliare si è accaparrata anche una fonte d’acqua. Il comitato di quartiere, di cui Fernando Chávez fa parte, è riuscito ad analizzare l’acqua e ha trovato così tante tracce di veleni, in particolare vanadio, da renderla un pericolo per tutti. «Abbiamo presentato le analisi alle autorità della città: prima hanno negato, poi hanno minimizzato e alla fine l’immobiliare ci ha offerto di collegare il pozzo alla rete idrica del quartiere». Loro si sono rifiutati. Gli chiedo se quell’acqua sia utilizzata dalle persone che abitano il residence: «Non lo sappiamo. Ma dubitiamo molto».

Camminiamo con Fernando in giro per il quartiere. A un certo punto si ferma dove c’è un cartello con scritto “Borde”. Oltre a essere separato dal resto di Santa Ursula Coapa dal viadotto, El Ejido Viejo è diviso anche in due municipi: qui, i due marciapiedi, uno di fronte all’altro, sono amministrati uno dal sindaco di Tlalpan e l’altro da quello di Coyoacán, il primo un populista di sinistra e l’altro un populista di destra, due partiti che si detestano. Il primo ha anche un parco, «dove non siamo benvenuti», dice Fernando. E così loro si tengono stretti il pirul, che gli altri non hanno. «Prima che iniziassero i Mondiali, ci hanno offerto pannelli solari e aiuti per ritinteggiare le case, qualcosa dovevano mostrare alla Fifa. Ma noi vorremmo solo acqua pulita».

Ora comincio a capire perché Cecilia Peraza ha voluto che andassi qui. Forse voleva dirmi che quaggiù, in questo angolo di Città del Messico e ad ogni partita in quello che fino a ieri era lo Stadio Azteca, va in scena l’intero paese, come la teleserie che guardavo con nonna Augusta, ma molto più rocambolesca, ché di solito così è la realtà. Saluto Fernando. Di ritorno verso la fermata El Vergel, mi ritrovo ad abbassare il capo sotto il viadotto. Attraverso la passerella pedonale che mi porta al Tren Ligero, giusto in tempo che il sole sta tramontando, come ho promesso a Cecilia.

l’Ultimo Uomo

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