Dentro il padiglione più contestato della Biennale di Venezia 2026

A un mese dall’apertura della Biennale di Venezia, spento il clamore di quella settimana di passione, entrare nel più contestato tra i Padiglioni dà un effetto straniante. Per settimane quello di Israele è stato solo “il Padiglione del Genocidio”, l’obiettivo di marce, proteste, serrate e l’intera giuria della Biennale dimissionaria. In pochi conoscono il titolo, Rose of Nothingness e il suo autore, Belu-Simion Fainaru, di cui si è parlato solo quando ha alzato la voce nel momento in cui la Giuria l’aveva escluso dai premi. Che cosa sia il progetto esposto e chi sia l’autore, forse ora vale la pena scoprirlo.

Allora bisogna partire dalla vasca d’acqua scura che occupa il pavimento della sala. A tratti cade intermittente, come un respiro, una pioggia a goccia, da una rete di tubi che poi è la stessa tecnica utilizzata per l’agricoltura nelle zone mangiate dal deserto; tra le sale, diversi oggetti: una rosa nera è immersa in una vasca di ghiaccio, un orologio ha le lancette che marciano al contrario; alcune sedie hanno lo schienale inciso con una serie di lettere, per cui la luce che filtra compone parole diverse mano a mano che passano le ore. Sulla manica destra di una camicia, una piccola tasca contiene – surreale e inquietante – un pugno di terra di Gerusalemme. È il silenzio profondo che tiene unito questo marchingegno scenico di tracce, simboli e ingranaggi visivi, da cui si dipanano molte storie.

Alla fine, è un padiglione di storie evocate. Ma quali storie? Belu-Simion Fainaru dice di voler affidarsi al linguaggio per ritrovare un bandolo nel caos del mondo, come fosse l’urgenza di aggrapparsi a qualcosa di razionale nel girone folle in cui siamo scaraventati dagli eventi. Per farlo, attinge da una lezione dalle radici profonde, per cui è il linguaggio a creare la realtà: magari è anche la possibilità di cambiarla. «È qualcosa di profondo che viene dalla cultura ebraica, ma anche dalla lezione di filosofi occidentali come Wittgenstein, convinti che attraverso il linguaggio comprendiamo l’esistenza. Nel mio lavoro uso parole e combinazioni di parole, come nell’installazione delle sedie. E la stessa vasca nera evoca il primo Talmud stampato proprio a Venezia. E quando succede, è una rivoluzione: improvvisamente hai un libro in mano, tutto viene preservato». Per Fainaru le fonti bibliche sono giacimenti narrativi: «Non sono religioso in senso stretto, ma i libri sacri sono sorgenti poetiche e filosofiche. Sono modi per comprendere l’esistenza. Il misticismo suggerisce che ciò che vediamo non è che il primo livello della realtà». E ancora: quell’acqua scura della vasca è anche una citazione di Paul Célan e in particolare la sua immagine del “latte nero”, «una sostanza paradossale che lega vita e morte, materia e spirito». Che cos’è il latte nero, dunque? «Il rimando poetico più immediato è all’Olocausto. Ma nel fondo è la perdita, è la morte, il pericolo, è la parte buia che abita in noi e che viviamo tutti. Il latte nero sono la guerra e l’odio che stiamo vivendo ora: se “Guernica” di Picasso era un urlo diretto, qui è un materiale silenzioso in cui tutti possiamo rifletterci».

È questo il “Padiglione del genocidio”. «L’arte non può risolvere le crisi politiche, ma può aprire uno spazio di comprensione e connessione – continua l’artista israeliano – Abbiamo bisogno di fermarci e di riflettere coralmente, perché solo così possiamo dare qualche risposta al mondo che viviamo. Sono un artista e non sostengo mai i boicottaggi culturali, perché credo nel dialogo e nello scambio, specialmente in tempi difficili, in tempi terribili come questi».
Nello spazio silenzioso del suo padiglione, in quella tensione su cui poggia, si sentono gli scrosci lievi delle gocce dai tubi sopra la vasca: «Per me ogni goccia è un segno, che si ferma e ritorna, qualcosa di transitorio e intermittente, ma che lascia una traccia. Mi rifaccio al tema cabalistico del tikkun, la possibilità di riparazione dopo una frattura, l’idea del mondo come un processo ciclico, piuttosto che lineare, di creazione, frantumazione e riparazione». Fainaru sembra reclamare il dovere della cura, mette in scena quella pioggia di gocce come fosse già un processo in corso: «La rottura non è mai definitiva e la memoria porta con sé la possibilità di riparazione. In un mondo saturo di atti e immagini crudeli, crisi costante e rumore assordante, vorrei solo rallentare il tempo. Il concetto di “tikkun” è molto complesso: non significa semplicemente riparare qualcosa di rotto, come si fa con un oggetto andato in frantumi. È una trasformazione etica profonda». Mai come ora questo lavoro di riparazione e di cura risuona come uno straziante appello. Qualcosa di profondo si è rotto dentro Israele, dice Fainaru «e il mio paese ha bisogno di ritrovare il dovere del tikkun. Anch’io, nel mio piccolo, provo a farlo. Ma non sono un leader politico, sono solo un insegnante, un artista. Eppure, questa è la mia piccola missione».

La biografia di questo artista ci aiuta a leggere il suo percorso giunto fino alla Biennale di Venezia. Aveva tredici anni nel 1973 quando è arrivato in Israele dalla Romania. Racconta che il regime di Ceausescu si faceva pagare dieci mila dollari per ogni ebreo che decideva di lasciare il paese. Un modo per far cassa e darsi un’aria liberal. «Mio padre era un comunista della prima ora, aveva sofferto il carcere per tre anni, sopravvissuto e lottato per la liberazione. Era entusiasta di poter costruire un paese socialista: ero piccolo, ma ricordo molte riunioni a casa con altri militanti e intellettuali comunisti ebrei. Negli anni, è diventato direttore di una scuola di architettura. Dunque, aveva una posizione molto alta, anche nel partito. Aveva persino l’autista e ricordo che a volte andavamo in giro con quell’auto di servizio». Perché partire, allora? «C’era un clima di odio verso gli ebrei, molto forte, e lui era sempre più distante dal regime, mentre tanti suoi compagni finivano in carcere». Il cambio è stato traumatico: «Sono atterrato, ragazzino, in un mondo completamente diverso. In Romania ero un pioniere, con la divisa e il fazzoletto rosso; la scuola era disciplina e ogni studente era identificato con un numero, ricordo ancora il mio: 900. In Israele c’era un clima di completa libertà, era vertiginoso e incomprensibile e dovevo imparare in fretta un’altra lingua».
In realtà, il rapporto di Fainaru con il suo paese di origine non si è mai interrotto, tanto che nel 2019 Bucarest gli ha chiesto di rappresentarla proprio alla Biennale di Venezia. Era già molto famoso, con esposizioni in tutto il mondo, compresa Documenta IX a Kassel, e aveva già fondato, dieci anni prima, la Biennale del Mediterraneo, come uno spazio di scambio culturale aperto a tutti.

Ad Haifa, la città scelta per viverci, Fainaru ha conosciuto tutta la complessità di quell’angolo di mondo e i pezzi di un mosaico che ogni volta esplode. Insegna arte all’Università, la cui rettrice è una famosa neurobiologa arabo-israeliana, Maouna Maroun. «Qui viviamo tutte le tensioni e pure il desiderio di convivere. Qui la società è mista, di ebrei, drusi, musulmani, cristiani. E così anche in aula, è un ambiente davvero potente. Questi ragazzi si confrontano, si scontrano e si tengono stretti, molti vengono dai villaggi, studiano arte, architettura, vogliono essere indipendenti. Sono molto intelligenti. È qualcosa di straordinario».
Ma dopo il 7 ottobre e la distruzione di Gaza cosa è cambiato in queste comunità-mondo? «Tutto è cambiato da allora – ci dice Fainaru – Quello che è successo ha investito tutti e continua a investire tutti. Eppure, con i mei studenti ci siamo stretti ancora di più, sono più forti le ragioni per vivere e soprattutto per vivere insieme, nonostante tutto». Vuol dire: nonostante il fatto di vivere nella follia di uno stato permanente di guerra. «Nel primo conflitto con l’Iran un missile ha colpito la mia casa e ho vissuto in un albergo. Progettavo e preparavo le mie opere mentre cadevano missili e razzi sulla mia città. Passavo tre o quattro volte ogni notte nei rifugi. Significa stare sempre in uno stato di allerta. Significa sopportare l’idea di un figlio che combatte o è riservista nell’esercito, come mio figlio. Significa stare insieme ai propri studenti, i miei per metà sono arabi palestinesi e allora significa ascoltarli, parlarci, lavorare assieme. La vita è cambiata per tutti. Il mondo sta cambiando volto. E tutto questo ci chiede di pensare a ciò che possiamo fare come artisti. Io sento tantissima tristezza».

Allora, non si può non tornare al nodo del padiglione. E chiedersi: cosa significa rappresentare un paese? Che paese rappresenta Belo-Simion Fainaru? «Innanzitutto, non sono un diplomatico, non mi ha scelto il ministero degli esteri e nemmeno quello della cultura, che probabilmente non conosceva neanche il mio nome. Sono stato scelto da una commissione indipendente, di esperti e operatori culturali. Quindi: posso dire davvero di poter “rappresentare” il mio paese? Voglio dire che non è chiaro neppure a me cosa significhi “rappresentare”». E forse è una domanda che riguarda tutti i padiglioni e i loro artisti ospiti. Dunque, quale nazione sente di abitare Belo-Simion Fainaru? «Quello che più si avvicina all’idea di una nazione forse è la lingua. L’ebraico, ad esempio, non è solo una lingua contemporanea ma è antichissima; quindi, per me quella lingua è prima di tutto tempo. E la lingua ha il potere di connettere senza territorio, non ha bisogno di confini da disputare, da violare o da difendere. Qui sta la forza di quell’elemento fondativo della cultura ebraica per cui il linguaggio fa entrare il mondo dentro di noi».

il Giornale dell’arte

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