Due sorelle vivono ai piedi di un vulcano. Quando succede la tragedia, una ha dodici anni, l’altra due in meno: un giorno quest’ultima, Aleja, non torna più a casa. L’altra, la voce narrante, ricostruisce le vicende, tessendo una trama di ricordi, di presenze e di presagi.
È questo lo scenario che si dipana in Hanno fatto bingo, il romanzo di Lana Corujo, appena uscito per le edizioni gran via (traduzione di Elisa Tramontin). Uno splendido esordio, per questa scrittrice canaria, piccolo marchingegno di invenzioni stilistiche, architettura narrativa, una lingua così asciutta da farsi intensamente poetica. In Spagna, dove è uscito l’anno scorso, è stato un caso editoriale: «In realtà è stato un processo molto lento – ci racconta da Lanzarote, l’isola dove vive e dove ha ambientato la sua storia – Mi piace pensare che i lettori siano arrivati grazie a qualcosa di organico, senza strategia, un enorme e silenzioso passaparola». Di sé, dice: «Non mi considero una scrittrice, non ho mai pensato di diventarlo».
Lana Corujo lavora come illustratrice, in particolare realizzando progetti editoriali per favorire, a un pubblico di ragazzi, la visita in musei e istituzioni culturali. «Ho cominciato a scrivere il libro quando ho sentito che tutte le immagini non mi bastavano più per raccontare la storia che cresceva dentro». Questa impronta visiva modella tutto il romanzo, costruito come un diorama di immagini e brevi capitoli ritmati da un andirivieni cronologico: ogni titolo è accompagnato da un numeretto che indica l’età della protagonista che sta narrando.
Che sia la voce di bimba, di ragazza o di giovane donna, nei ricordi di quella vicenda tragica emerge una famiglia piena di segreti, compreso il dono di vedere i morti. Proprio come la nostra protagonista, che vive con la costante presenza di Aleja. Le due ragazzine, quando non sono trascinate annoiate dai genitori al bar del paese, dove non si contano i giri di cubalibre, si rifugiano dalla nonna, una vecchia dolce e saggia, custode delle cose non dette e amante del bingo. Dalla casa della nonna è più facile arrivare al vulcano. L’Impiccato, lo chiamano, perché tutti in paese ripetono una filastrocca: «Un uomo si impiccò, un uomo si impiccò. Per smettere di veder l’amata, che morta gli si mostrò».
Le due ragazzine, libere e un po’ selvagge, vanno dall’Impiccato per fare un gioco di cui hanno inventato le regole: di nascosto, quando si fa buio, raggiungono le pendici, si tengono per mano e corrono giù a perdifiato, senza torcia e senza guardarsi indietro. Tra le regole ce n’è una: «Se L’Impiccato prende una delle due, l’altra continua a giocare da sola». E così succede. L’Impiccato, questo vulcano che mescola la vita e la morte, le ceneri e i borbottii dalle viscere della terra, si fa largo da protagonista in ogni pagina del libro.
Davvero c’è qualcuno col dono di vedere i morti? Di sicuro Lana Corujo resta lontana da qualsiasi sirena di realismo magico, le basta sfruttare la magia della realtà. Siamo dentro un paesaggio meravigliosamente spettrale, lo stesso che Pedro Almodóvar ha fissato sullo schermo in Amarga Navidad: «Lui ha un grande affetto per quest’isola», sottolinea la scrittrice. Per la sua alter-ego, la protagonista del libro, quel paesaggio è la leva «per sopportare un mondo che non riusciva a rispondermi – dice – in cui mi rifugiavo dalla ferocia della vita».
«Sono cresciuta qui a Lanzarote con il vulcano dietro casa – ci racconta l’autrice – una presenza costante che ha modellato tutto il nostro immaginario. In qualche modo ha influenzato anche il carattere degli abitanti, che hanno fama di gente solitaria e taciturna. Un giorno ho disegnato il profilo del vulcano e ci ho messo due occhi e da qui è nata tutta la storia». Ma niente di ciò che racconta nel libro, assicura, ha un qualche appiglio con la realtà: «E’ tutto frutto della mia immaginazione, anche se ho anch’io un vulcano e una sorella più piccola – ride – La prima idea è apparsa quando sono tornata a Lanzarote, dopo aver vissuto nove anni a Madrid. E tornare al proprio luogo di origine ha sempre una sensazione strana, quasi di fallimento. Scrivere è stato un modo per riconciliarmi con l’isola».
Hanno fatto bingo è un ritratto struggente dell’infanzia, della solitudine che avvolge ogni cosa quando si è piccoli e stretti a una sorella come a una maledizione. E la solitudine è sempre piena di segreti. La protagonista ad un certo punto pensa: «Sognavo di radunare tutte le persone che amavo in una stanza e dire «prometto di comportarmi bene. Sono brava. Per favore, ricominciate ad amarmi».