Tanto di cappello alla donna che fa questi cappelli

La bottega di cappelli di Giuliana Longo compie 125 anni. Si trova in Calle del Lovo, a due passi dal Ponte di Rialto. La proprietaria, invece, di anni ne fa ottanta, sguardo dolce e una energia contagiosa. Dice di aver imparato il mestiere da ragazza, «robando coi oci», osservando cioè la maestria della madre, anche se Amalia – così si chiamava – «avrebbe preferito fare l’artista della Rivoluzione piuttosto che cappelli».
Un tempo in questo angolo di Venezia, ora tumefatto da orde di turisti, si concentravano gli artigiani di copricapi: si trova lì vicino il Ponte dei baretèri, come pure il Sotoportego del capelèr. Giuliana Longo se ne ricorda una decina «quando Venezia era ancora viva». Oggi è lei l’ultima modista di Venezia.
I segreti della manifattura sono custoditi al primo piano, una piccola stanza che sembra una biblioteca di stoffe, bottoni, nastri, aghi e forbici e una grande finestra di fronte alla quale Giuliana si china ancora. «Ho iniziato nel 1969 – racconta – E ora sto mettendo cappelli in testa a nipoti e bisnipoti delle mie prime clienti». A piano terra, il minuscolo negozio: volteggiano cloche, bucket, pagliette, i pamela e le falde di ogni taglia. Ma sono i panama a prendersi la scena, con la loro bellezza lussuosa. E qui la storia di questa bottega si complica e da Venezia passa per il borgo di Montappone fino ad arrivare in Ecuador.
«Il panama mi ha sempre affascinato: per come è realizzato, intrecciato o tessuto, per il materiale unico al mondo, per la forma e per la fama». Se ne faceva sempre arrivare qualcuno da un grossista fiorentino. Ma la svolta è arrivata inaspettata mentre cercava una fabbrica che potesse produrre i cappelli da gondoliere. Sì, perché è lei che copre le tante teste che remano, di canale in canale, stretti nelle loro magliette a righe. Un giorno si è presentata in una fabbrica nelle Marche, cappello da gondoliere in mano e un panama in testa: non ha strappato la produzione, ma il nome di un altro appassionato di panama, Attilio Sorbatti, titolare – col fratello Marco – di un berrettificio aperto nel 1922 a Montappone, magico distretto dei cappelli a 28 chilometri da Fermo.
Il primo viaggio di Attilio Sorbatti in Ecuador risale al 1993, chiamato dall’Unesco come consulente per riattivare la produzione dei famosi montecristi, allora in crisi. Ci stava per tornare dieci anni dopo, quando ha incontrato Giuliana Longo. E l’ha invitata a unirsi al viaggio. Da allora lei ha continuato ad andarci a febbraio di ogni anno. «Incontro le artigiane della cooperativa che ho visto nascere, scegliamo i modelli, controlliamo la lavorazione, affrontiamo i problemi, le richieste di mercato e nuove idee».
La cooperativa è quella di Rosa Salinas, a Sigsig, una località nel sudest del paese, a circa 3 mila metri d’altitudine, in una valle mozzafiato circondata dalla Sierra andina. Assieme a Montecristi, che invece è sulla costa e dà il nome ai cappelli più celebri, la valle di Cuenca è la capitale dei panama.
Attilio Sorbatti ci racconta che l’Unesco temeva scomparisse una tradizione antichissima: «Abbiamo lavorato per costruire una filiera di valore: dal rifornimento della materia prima fino ai canali di vendita, la nascita delle cooperative, i finanziamenti, i macchinari». È stato un successo. Anche se negli ultimi anni l’export è calato, secondo la Banca Mondiale nel 2024 dall’Ecuador sono uscite 41,8 tonnellate di cappelli, dai più economici a quelli ormai icona dall’alta moda, per un valore di 7,5 milioni di dollari. Le fibre vengono dal taglio del cuore di una palma particolare, la Carludovica Palmata. «E nessun processo industriale può sostituire le mani esperte delle artigiane ecuadoriane», che dal 2012 sono patrimonio dell’umanità.
Nel Cinquecento, gli spagnoli gliel’hanno visto in testa ai contadini e presto hanno cominciato a importarlo. Ma è stato nell’800 che il panama è diventato un must per l’alta borghesia europea: negli anni ’50 e ’60 di quel secolo partivano dal porto di Guayaquil 500 mila esemplari l’anno, superando le vendita di cacao. Napoleone III ne indossava uno all’apertura dell’Expo Universale di Parigi del 1855; Theodore Roosevelt nel 1906 all’inaugurazione del Canale di Panama, costruito da migliaia di operai obbligati a portare proprio il panama per difendersi dalla calura. Qualche anno prima, Washington ne aveva comprati 50 mila per le sue truppe che prendevano il controllo del Caribe.
Nel suo negozio di Calle del Lovo, Giuliana Longo, panama in mano, racconta mille di queste storie, mentre i turisti sgranano gli occhi. Ci mostra alcuni esemplari magnifici: «Sono almeno quattro mesi di lavoro d’intreccio. Sono tutti pezzi unici: qui sfuma il confine tra arte e artigianato». Farli arrivare in laguna «è stata una scelta felice, non solo per la qualità e la bellezza, ma anche per dare una nuova vita alla bottega in una città dove gli artigiani sono scomparsi e le mode sono effimere e bisogna saper sentire gli umori del mondo». Mentre festeggia i 125 anni del suo atelier, le chiediamo che futuro veda, non solo per il panama, ma per il cappello in generale. Ci pensa un attimo: «Non scomparirà, anzi ne avremo sempre più bisogno, visto come cambia il clima. Ci sono nuovi materiali e nuove sensibilità. Ad esempio, sempre più persone mi chiedono modelli leggerissimi e versatili. Cappelli da mettere in tasca. Lo chiedono a me, che ho passato la vita pensando che i cappelli andassero solo in testa».

il Venerdì | la Repubblica

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