Nel 1971, in un Brasile immerso nella dittatura, si tiene l‘XI Biennale di São Paulo. L’Italia accetta di inviare degli artisti nonostante il boicottaggio. Tuttavia, in un clima di grande tensione, l’opera di Emilio Scanavino e Alik Cavaliere crea un tale rifiuto dalle autorità militari che da Roma arriva l’ordine di impacchettarla e riportarla a casa. Omaggio all’America Latina, questo il titolo della installazione scultorea, finisce così sotto un doppio movimento di censura. Venticinque anni dopo, la Fondazione Scanavino e il Centro Artistico Cavaliere hanno invitato la famosa artista guatemalteca Regina José Galindo, a riattivare quell’opera in occasione della Milano Art Week 2026. Omaggio all’America Latina è un muro freddo, suddiviso in riquadri, ognuno segnato da una macchia di sangue con il nome di famosi attivisti assassinati nella loro lotta per la democrazia; dalla superficie sbucano dei grovigli bronzei, quasi delle braccia. Regina José Galindo si è stesa su un tavolo a mo’ di altare, coperta da un velo impregnato di un liquido rosso sangue. Un corpo inerme, che pure respirava. Realizzata il 14 aprile, ora è un video che accompagna l’opera, visibile fino al 14 giugno, alla Fondazione Scanavino.
Regina José Galindo, cosa pulsa ancora di quell’opera a distanza di cinquant’anni?
Direi la morte. Tutta l’estetica dell’opera evoca un cimitero, il senso della morte è immediato. Oggi in America Latina non ci sono più quei regimi militari, ma dopo mezzo secolo ci troviamo governati da destre radicali, eredi di quelle vicende. Poi c’è un ulteriore livello di lettura: tra i nomi segnati da Scanavino e Cavaliere non c’è neanche una donna. E questo ci dice quanto le donne siano state dimenticate.
L’assenza di donne ci dice anche quanto lo sguardo maschile e machista impregnasse tutto, persino le sinistre più radicali?
Scanavino e Cavaliere avevano chiesto una lista di vittime delle dittature e credo non si siano posti la questione, né loro né i loro interlocutori della sinistra dell’epoca. Erano sguardi maschili, non misogini, non lo credo, ma il mondo tutto era impregnato di quello sguardo. Nei movimenti di sinistra e rivoluzionari latinoamericani, in particolare in Guatemala, la partecipazione delle donne è stata enorme. E spesso con ruoli di leader: penso a Yolanda Colom, una guerrigliera sopravvissuta alla guerra civile che – ricordiamolo – è durata ben 36 anni. Penso a Myrna Mack, antropologa, attivista per i diritti delle comunità indigene, assassinata dai militari con ventisette pugnalate. Dunque, la sinistra rivoluzionaria è stata machista? La risposta è sì. Eppure, la partecipazione di tutte quelle donne ha aperto spazi per i diritti senza precedenti: loro hanno dovuto lottare contro il regime e contro il patriarcato. Per questo sono convinta che Scanavino e Cavaliere non abbiano chiesto, non gli è stato detto e alla fine non si siano neanche resi conto.
Questo è un punto cruciale sulle dinamiche e gli esiti delle lotte di liberazione.
Sono sempre stata una ribelle. Mio padre, che era un giudice ed è scomparso l’anno scorso, mi diceva: «Mia guerrillerita, per fortuna non sei stata il mio figlio maggiore, sennò avrei dovuto piangerti presto». Per questo, quando vedo le donne cancellate o silenziate mi dà molto dolore e da sempre le cerco, le ritrovo e le reclamo di fronte alla Storia. Peraltro, in quegli anni ’60 e ’70, in Europa e negli Stati Uniti cresceva un grande movimento femminista ma aveva ben poco a che fare con le lotte delle donne latinoamericane. Non voglio sminuire le femministe del nord del mondo, ma da noi si lottava per sopravvivere e per non farsi massacrare, si lottava contro i padroni della terra che erano gli stessi da 500 anni, contro le miniere che devastavano le terre e cancellavano le comunità indigene.
L’America Latina è un grande laboratorio delle nuove destre. Il Guatemala è interessante perché da da due anni vive una sorta di primavera civica, che ha portato Bernardo Arévalo al governo. Però è molto fragile.
Il Guatemala è un paese con un karma tremendo. Dopo tanti anni di guerra civile, il tessuto sociale e istituzionale è frantumato, i militari e poche famiglie hanno mantenuto un grande potere. L’elezione di Arévalo è stata una boccata di ossigeno: è stato possibile grazie a giovani e donne, ma soprattutto alle comunità indigene che ad un certo punto hanno organizzato uno sciopero che ha paralizzato il paese per più di una settimana. Tutti ci siamo mobilitati, io stessa l’ho fatto. È stato incredibile. E Bernardo Arévalo era là: un diplomatico mite, dignitoso. Suo padre è stato il miglior presidente del paese alla fine degli anni ’40, tutti ricordano le sue riforme sociali. Una volta eletto, Bernardo Arévalo si è dovuto scontrare contro l’apparato di potere, una cupola politica e giudiziaria che lo sta ostacolando in tutti i modi. Io credo – e lo dico con molta pena – che dovrebbe essere più determinato. Avevamo grandi aspettative, ma tante dinamiche restano uguali.
Il giornalista José Rubén Zamora è il simbolo di questa impotenza: è in carcere da quattro anni per le sue inchieste contro la corruzione. L’hanno scorso lei ha fatto una performance davanti al Palazzo di Giustizia, indossando un vestito di Zamora che le stava enorme addosso e dava l’idea di tutto il peso dell’ingiustizia.
Dagli anni ’90 Zamora denuncia il potere e si è fatto tanti nemici. Lo hanno vilipeso, attaccato, sequestrato e ora è in carcere dopo una vicenda giudiziaria assurda. L’anno scorso, solo per una settimana, è riuscito a ottenere gli arresti domiciliari e sono andata a trovarlo. Mi conosceva come artista e il suo giornale, El Periódico, aveva scritto più volte delle mie opere. Mi ha detto di aver perso tutto, non aveva un centesimo, gli era rimasto solo un vestito, giacca e cravatta, che usava per presentarsi in tribunale. Allora gli ho spiegato il progetto che volevo realizzare e lui mi ha dato quel vestito, l’unica cosa che gli rimaneva. Un gesto molto poetico. Era così in ansia, che glielo perdessi o che si rovinasse, che il giorno della performance ha mandato un suo amico a portarmelo e a riportarlo in carcere. Mi ha scritto un discorso, di 28 minuti, che io ho letto, infagottata in quel vestito: era una lezione di giornalismo, una lezione di umanità rivolta alle giovani generazioni.
La performance ha il potere di trasmutare corpi, riscrivere lo spazio, creare un senso comune.
L’esperienza più impattante l’ho vissuta nel 2017 a Documenta. Avevo lavorato con 13 donne guatemalteche e ognuna mi aveva dato un vestito di una loro madre o figlia o sorella assassinata. Sono sempre lucidissima quando performo, anche nelle azioni più forti e rischiose. Ma è successo qualcosa che non so spiegare. Mi si è avvicinata una di loro, Patricia. Mi ha abbracciato, baciato, mi diceva: «Mamma, mi manchi tanto». E io, col vestito di sua madre addosso, le rispondevo, le raccontavo piccole cose che solo loro conoscevano, la consolavo: ero davvero quella madre. Ero sconvolta, perché non ero più io, il mio corpo era fuori controllo, tutto fluiva senza poterlo gestire. Mi ci è voluto molto per uscire da quel progetto, ho chiesto aiuto a una medium, a una angelologa, ho fatto cerimonie per chiedere il permesso a quelle donne morte. Così per undici giorni di performance: a quel punto la pratica artistica era sconfinata in qualcos’altro.