Il cileno Norton Maza (1974) e l’argentino Matías Duville (1971) condividono la stessa generazione, ma il loro mondo espressivo è estremamente diverso. Al primo piacciono le matrici teatrali, di giocosa forza narrativa; il secondo realizza da sempre serie di disegni, anche di grandi dimensioni, con l’essenzialità del carboncino, da cui sgorgano visioni fragili. Eppure, quando vedremo i loro progetti dispiegati nei rispettivi padiglioni, sembrerà un inaspettato gioco di assonanze.
Norton Maza, dei suoi diorami installativi, come quello previsto in Arsenale, dice: «È come mettere in movimento un dipinto classico, riportarlo in 3D. Ricreo paesaggi e mondi». Matías Duville, invece, muoverà i suoi disegni dalle pareti al pavimento: ne realizzerà uno di 500 metri quadri, coprendo tutta la superficie del padiglione; non solo: invece che grafite e fogli bianchi, userà carbone e sale.
E ancora. Il cileno inviterà il pubblico a entrare in una capsula scenica e a immergersi in un intrico di realtà parallele, una Wunderkammer in cui convivono il vero e il falso; l’argentino, a sua volta, suggerirà al pubblico di camminare sul suo disegno di sale e carbone e a perdersi avvolti da un tappeto sonoro, realizzato con l’aiuto del Centro di sonologia computazionale dell’Università di Padova.
Entrambi sembrano costringerci a fare i conti con la realtà che si piega, si deforma, diventa il suo contrario. Tanto Maza gioca con una giostra di oggetti e quinte, messinscene e illusioni, quanto Duville usa le 30 tonnellate di sale e carbone per disorientarci. Il cileno parla di Inter-Realidad (titolo del suo progetto) perché, dice, «quanto più siamo globalizzati, più alti si costruiscono i muri e per superarli dobbiamo convertirci in oggetti, travestirci da elettrodomestici». L’argentino, con il suo Monitor Yin Yang, ricorda che «la ricchezza e il potere di Venezia si sono basati sull’estrazione e sul commercio di sale». Se la distesa salina si connette alle rotte del mare e degli oceani, il carbone evoca le viscere della terra: oggi si combatte per questo, anche se si chiama petrolio o litio o cobalto. D’altra parte, i paesaggi cui ci ha abituato Duville sono spettrali, non c’è mai qualcuno che vaga tra alberi e colline, nessuno ci abita. Lui ha confessato che tutto ha a che fare con un’immagine dell’infanzia: il padre, biologo marino e geologo, un giorno lo ha portato a vedere in un qualche angolo della Patagonia un bosco pietrificato. Ha detto di non aver pensato a cosa fosse successo, ma di «aver creduto a lungo che quel paesaggio fosse nient’altro che il mondo del tempo presente». A quel punto suo padre «è diventato l’artista che più mi ha influenzato nella mia vita».
Anche l’infanzia di Norton Maza è stata simile a una foresta pietrificata: dopo il golpe di Pinochet, il padre si è fatto due anni e mezzo di prigione, prima di trovarsi in esilio. Norton aveva quattro anni quando è arrivato in Francia, poi è volato all’Avana e ha fatto l’università a Bordeaux, fino a stabilirsi in Cile nel 1994. La violenza, quella dello sradicamento, della repressione, del potere sottile e di quello senza freni, è una costante nelle sue opere. Quasi premonitore, prima della rivolta sociale del 2019 e della pandemia, aveva ideato una delle sue opere più famose, Analogías de la realidad, un’installazione con un carro antisommossa agganciato al soffitto del Museo di Belle Arti di Santiago e precipitato sopra un cumulo di mobili ed elettrodomestici sfasciati.
Alla fine, forse ciò che davvero accomuna Norton Moza e Matías Duville è che entrambi, nel costruire paesaggi, svelano le maledizioni che ne reggono le sorti.
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