Il mio nome in spagnolo è Sara Flores. Il mio nome in shipibo è Soi Biri

Quando chiediamo a Sara Flores cosa sia per lei l’arte contemporanea, non ha dubbi: «È la tradizione. È l’ancestrale e l’attuale». Forse vuole dire che la materia con cui lavora è in realtà il tempo. Come se il tempo remoto degli antenati fosse sovrapponibile al presente. Sara Flores è una delle matriarche dell’arte contemporanea latino-americana e allo stesso tempo un’outsider. A 76 anni, ora rappresenta il Perù alla Biennale di Venezia. Non era affatto scontato: è la prima artista indigena cui si affida il paese andino per presentarsi a un grande evento internazionale. Un paese che, fin dai tempi della colonia, disprezza i suoi abitanti nativi e fa di tutto per tenerli ai margini, per occultarne la lingua, i reclami, la voce. Una lunga storia di soprusi e mattanze. Eppure, è a questa minuta donna shipibo-konibo, che vive nelle regioni amazzoniche, è a lei che lo Stato peruviano si è affidato. È lei che porta il peso di quel paese intimo e nemico nel cuore del contemporaneo.
Parlare con Sara Flores non è semplice. Anche se vive a Pucallpa, un centro urbano nel Perù Orientale, ha il suo studio nella selva, nel Multiverso Bakish Mai, una istituzione culturale nata dove un tempo c’era un luogo rituale dell’ayahuasca. Costruiamo la nostra conversazione passo dopo passo, con e-mail, messaggi audio, w/app, l’intermediazione delle figlie e degli operatori del Shipibo-Conibo Centre, una Ong «con sede a Harlem, New York, nel territorio ancestrale dei Lenape», così si presenta. L’istituto, impegnato a promuovere la cultura e la resistenza della nazione indigena, a sua volta collabora con la Galleria White Cube, sempre di New York, che rappresenta – tra gli altri – Sara Flores nel mercato internazionale. Il regista di tutto questo è Matteo Norzi che, durante i suoi tanti viaggi nel Perù profondo, ha incontrato le comunità shipibo e, assieme alla storica dell’arte Issela Ccoyllo, ha architettato De otros mundos – Di altri mondi, il progetto selezionato per la Biennale di Venezia.
«Il mio nome in spagnolo è Sara Flores. Il mio nome in shipibo è Soi Biri». E aggiunge: «Noi ci identifichiamo con il nostro kené». È proprio il kené il senso, la materia e la forma del suo lavoro. Sono trame di segni simmetrici, pattern elaborati come labirinti, una vertigine ottica che plasma la selva, la vita, l’ordine e la cura. Su grandi stoffe di cotone grezzo, con minuziosa precisione prendono vita, sotto la punta di bastoncini affilati, gli arabeschi colorati da pigmenti naturali rossastri, terrosi, ocra, oscuri e vitali. «A volte i disegni si presentano in sogno o restano nella mente in modo insistente. Altre volte nascono nel momento stesso in cui inizio a lavorare. È un processo che richiede pazienza. I disegni mi arrivano e la mano li segue».
Il kené, dice Sara Flores, è una porta: «Le linee ingannano gli occhi e d’improvviso ti trovi da un’altra parte». È una rete, tra l’umano e il non umano: «Il kené è un segreto», perché risale a un tempo impossibile da ricordare e ha un legame profondo con le visioni dell’ayauasca; eppure, si crea davanti a tutti: «Me lo ha insegnato mia madre e io lo insegno alle mie figlie e alle nipoti. Dico a tutte loro di farlo con calma, con pazienza, in modo che il lavoro sia bello, perché quel lavoro è la nostra comunità».
Se il kené è comunità, se ogni opera è comunità, c’è da chiedersi dove sia l’autore, cardine dell’arte occidentale. È solo il primo di una serie di nodi, che Sara Flores ha incorporato quando il mondo l’ha riconosciuta come artista. «Noi abbiamo due parole: menin e shinan. Il menin è la tecnica, quella che ogni madre insegna alla figlia, far bene il disegno, senza errori. Il shinan è la visione, è l’energia, quella che ho dentro di me».
Quando la cultura occidentale incontra l’alterità, se non procede a cancellarla, finisce solitamente per riclassificarla in tono minore e così diventa etnica o artigiana, avvolgendola in etnografia ed esotismo, fino a soffocarla. Quando d’improvviso la riconosce e la esalta, come negli ultimi anni, la rimodella per essere comprensibile e la affida al mercato. Il terreno diventa scivoloso. Sara Flores sembra imperturbabile di fronte al terreno di contraddizioni su cui si muove e le attraversa tutte.
Segna sulle tele le sue iniziali SFV, Sara Flores Valera, come mai sua madre e la madre di sua madre hanno fatto, eppure continua a pensare che «il kené è la mia comunità». Si affida a un curatore e a un gallerista, ma – come ama ripetere – «io rappresento solo l’identità della mia cultura, della mia storia». Nel 2024 ha accettato di disegnare un kené per la Maison Dior, che ne ha fatto una borsa chic: «In questo modo il kené va ovunque. Il mio kené mi ha portato oltre, anche oltre ciò che conosciamo e che definiamo ‘paese’». Ha visitato gli atelier a Parigi, «ho visto la cura che ci mettevano per fare quelle borse, ho pensato a noi, al nostro rapporto con la stoffa, i colori, le nostre mani».
E ora sarà a Venezia, in nome di un paese patrigno: «Sono del popolo shipibo e dunque sono parte di questo paese, nonostante i popoli indigeni siamo stati dimenticati e discriminati da tutti i governi. Per questo, essere selezionata per rappresentare tutto il Perù è molto significativo per me. È un paese multiculturale, con tradizioni diverse, e di tutte – come peruviani – dovremmo essere orgogliosi. È la prima volta che una artista indigena ha un ruolo simile: è una opportunità per tutti di vedere quanto ampia sia l’identità di questo paese».
Dalle donne shipibo dei tempi ancestrali a Sara Flores, mai un kené è stato uguale all’altro, sgorga senza sosta. Lei si chiede: «Quanti altri disegni di kené esisteranno?».

Robinson | la Repubblica

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