[con Gabriella Saba] Da qualche tempo a Santiago può capitare di imbattersi in un narcofunerale: centinaia di persone in processione accompagnano la bara di un narcotrafficante, tra fuochi d’artificio e spari in aria, fino a terminare in tafferugli e scontri che a volte nemmeno i robusti contingenti di polizia riescono a contenere. Girando nei quartieri popolari, si può incappare poi in uno dei narco-mausolei costruiti per onorare qualche capo mafioso assassinato. Le autorità ne hanno mappati almeno 30 nel distretto metropolitano e mandano le ruspe per abbatterli.
Certo, il Cile non è il Messico dei cartelli ma fino a un paio di anni fa le sparatorie tra bande si vedevano giusto su Netflix. Cosa è successo al paese andino considerato da sempre il più sicuro dell’America Latina?
Secondo la Subsecretaría de Prevención del Delito gli omicidi sono aumentati del 33 per cento dal 2021 e i furti con violenza del sessanta per cento, con impennate nei sequestri. Se nelle grandi città il problema sono i gruppi criminali legati alla droga, la situazione è tesa alla frontiera con Bolivia e Perù per l’incessante flusso di migrantie in Araucania, dove lo storico conflitto con i Mapuche resta irrisolto e le aggressioni sono all’ordine del giorno.
Mentre ci si prepara a commemorare i cinquant’anni dal golpe di Augusto Pinochet, sette cileni su dieci dicono nei sondaggi che la questione della sicurezza dovrebbe avere priorità su tutto, ben il settanta per cento si fida delle Forze Armate e il 79 per cento dei carabineros. E alle ultime urne per il Consiglio costituzionale, il partito più votato è stato quello repubblicano, l’estrema destra con nostalgie pinochettiste, che ha conquistato il trenta per cento dei voti mentre il suo leader José Antonio Kast, tutto Dio e ordine, vola nei sondaggi.
In carica dal marzo 2022, Gabriel Boric non solo è il più giovane presidente della storia cilena ma anche il più a sinistra dal ritorno della democrazia, figlio delle proteste studentesche e sociali e quello che più spesso cita Salvador Allende. Ma i fatti che scuotono il Paese ne hanno aumentato il pragmatismo e stanno condizionando lo spirito del cinquantenario. «Non voglio sia una questione di trincee», ha dichiarato. «Non voglio una commemorazione nostalgica e polarizzante. Si tratta di una grande opportunità per aprire spazi di dialogo, memoria e creatività». E sulle Forze Armate: «Con loro e non senza di loro, con loro e non contro di loro».
A dire il vero i generali sono refrattari a lasciarsi trascinare in dispute politiche, dopo che hanno impiegato tanto, dicono, a smarcarsi dallo stigma del golpe. In una recente intervista a El País il comandante delle Forze Navali, Juan Andrés de la Maza, ha raccontato che il 97 per cento dei soldati di marina è nato dopo il colpo di Stato, e il 50 per cento dopo la fine della dittatura. «Quando chiedo ai giovani della Academia Politécnica Naval cosa sanno dell’11 settembre, la cosa che ricordano sono le Torri Gemelle». Lui stesso ha partecipato a un atto commemorativo nella Terra del Fuoco insieme ad alcuni ex detenuti del regime. D’altra parte, se c’è una figura che ha saputo conquistarsi fiducia nel mondo militare è Maya Fernández, ministra della difesa e nipote di Allende, cresciuta in esilio a Cuba, pragmatica così come lo è la ministra dell’Interno Carolina Tohá, figlia di un ministro allendista assassinato dalla dittatura.
A smuovere il quadro c’è che anche la destra oggi ha molte facce, come quella del piccolo partito Evopoli, liberale e antipinochetista. Tra i fondatori c’è Hernán Larraín, quarantottenne, fratello del celebre regista Pablo, dichiaratamente di sinistra, di cui sta per uscire su Netflix il film El Conde, su un Pinochet-vampiro. Di Boric, Hernán loda le capacità di mediazione: «Apprezzo il suo avvicinamento alle Forze Armate, che negli ultimi vent’anni si sono molto democratizzate e il fatto di riconoscere che non sono più il manipolo di golpisti che ha integrato il regime».
Il messaggio del presidente è che «le Forze Armate debbano essere al servizio di tutti i cileni e non di un gruppo di persone», ci spiega Patricio Fernández, scrittore e fondatore del settimanale The Clinic, da più di vent’anni un cult del centro-sinistra e scelto da Boric come suo consulente per il cinquantenario, incarico che ha ricoperto fino a qualche settimana fa. Da qui tutta una serie di gesti di conciliazione, anche nei confronti dei carabineros, i pacos, come sono chiamati con disprezzo, finiti sul banco degli imputati prima per gli scandali di corruzione e poi, durante le rivolte sociali tra il 2019 e il 2020, per la brutalità della repressione e per le violazioni dei diritti umani. Lo stesso Boric, che in quel momento era solo un deputato, era stato durissimo. E non c’era muro di Santiago che non fosse tappezzato dalla scritta «Paco asesino».
La svolta è avvenuta negli ultimi mesi. Tre carabineros sono stati assassinati nel giro di qualche settimana e l’ultimo omicidio, quello del giovane Daniel Palma, ha suscitato un’enorme emozione. Al funerale, un Boric commosso si è inginocchiato di fronte alla madre della vittima e l’ha abbracciata a lungo. È in quel periodo che sono arrivati fondi ed equipaggiamenti ed è stata approvata la legge Naín-Retamal,che amplia la presunzione di legittima difesa delle forze dell’ordine. Molti giuristi e organizzazioni per i diritti umani hanno criticato la misura così come l’uso dei militari alla frontiera nord e in Araucania.
Ad ogni modo, chiunque abbia visto Boric all’opera ne elogia la capacità di ascoltare, di ammettere di aver sbagliato e di cambiare idea e una di loro è la sindaca de La PintanaClaudia Pizarro, il cui comune di 180.000 abitanti è tra i più poveri e marginali della capitale e centro del narcotraffico da molto prima che diventasse un’emergenza nazionale. Boric ci è andato per incontrare i familiari delle vittime e la sindaca è convinta che quella visita abbia contribuito a farlo ricredere sui carabinieri. È tosta e intelligente, Pizarro e vuole prosciugare l’acqua ai narcos a colpi di progetti culturali e sportivi per gli adolescenti a rischio. Ha subìto così tante minacce che dal 2017 è sotto scorta e, nonostante questo, in un’occasione si è salvata per miracolo da un attentato. «Il presidente sta facendo moltissimo per la sicurezza e in particolare per La Pintana. Ora abbiamo otto auto della polizia, rispetto alle due di prima, più personale nelle strade e più controlli, e c’è un progetto per illuminare le zone che di notte sono buie e pericolose».
Per Roberto Izikson, direttore della demoscopica Cadem, «Boric ha cambiato con abilità il suo discorso di fronte ai timori dell’opinione pubblica, ma credo si sia anche reso conto della difficoltà di gestire problemi così complessi. Resta a nudo, comunque, la tensione fra i suoi ideali e il suo pragmatismo». Una tensione che sta pagando cara: negli ultimi sondaggi solo il 29 per cento dei cileni lo appoggia.
Lo stesso sta succedendo per il cinquantennale. Ad esempio, ha fatto scalpore un’intervista che il presidente ha rilasciato a Chilevisión: parlando della stagione di Unidad Popular, la coalizione di Salvador Allende, ha chiesto di analizzarla senza mitizzarla ed è arrivato a consigliare il libro dello storico di centro-destra Daniel Mansuy.
«Il motto del presidente è democrazia, memoria e futuro», ci racconta Fernández. «Significa guardare al passato non come operazione nostalgica ma come monito. Occhio, però, questo non significa affatto un invito all’oblio, al contrario». Mentre recupera il rapporto con i militari, il presidente lancia un Plan de Busqueda per recuperare i corpi di oltre mille ex detenuti ancora desaparecidos. È come camminare sulle uova. Gruppi influenti come la Asociación de Familiares Detenidos Desaparecidos chiedono che le aperture siano a condizione che le forze armate rompano l’omertoso “patto del silenzio”. E alcuni, nei settori più radicali, cominciano a definire Boric neanche più un «amarillo», un moderato, ma un traditore.
La differenza di sensibilità è anche generazionale. La maggior parte dei cileni sono nati dopo la dittatura e Boric imparava a parlare quando tornava la democrazia nel 1990. «Resta però il fatto che molti socialisti e comunisti hanno sofferto torture ed esilio ed è normale che il loro punto di vista sia fortemente segnato da quelle esperienze», continua Fernández. E sono stati proprio molti di quei socialisti e comunisti, insieme a 160 organizzazioni di familiari di detenuti desaparecidos, ad aver chiesto e ottenuto le sue dimissioni qualche giorno dopo la nostra intervista: aveva detto in un podcast che sulle origini del golpe gli storici potrebbero ragionare a lungo ma è sulle sue tragiche conseguenze che tutti dovrebbero concordare. Lo hanno accusato di negazionismo, scatenando un infuocato dibattito a sinistra che ha messo in evidenza una spaccatura che covava da tempo. Ed è anche per questo chel’inclusivo progetto di Gabriel Boric sembra sfumare in un’evanescente falena, mentre gli analisti si affannano a discettare, con malinconia, sulla crescente solitudine del presidente.
il Venerdì