Nonostante le tracce portino dritte all’antichità, questo è un luogo inventato alla fine dell’Ottocento. Tutto ciò che c’è di qua dal Tagliamento e di là da Venezia lo hanno creato per lo più le idrovore. Un territorio sotto il livello del mare, l’Olanda del Nordest. A tutt’oggi non ha neppure un nome. Per molti è «Alto Adriatico», per altri è sempre stato il «Veneto Orientale»; da quando è nata la città metropolitana, invece, si preferisce dire «Venezia Orientale». E pensare che è tutt’altro che un luogo sconosciuto. Dei 22 comuni che lo governano, quelli sul litorale sono i più famosi. È dove si affollano ogni anno 23 milioni di presenze, quasi un terzo del turismo regionale, una delle 10 località italiane più amate dai turisti. Queste sono le spiagge della Mitteleuropa. Tedeschi, svizzeri, austriaci e cechi gonfiano la stagione estiva, dai campeggi di Cavallino Treporti ai grattacieli un po’ snob un po’ stucchevoli di Jesolo, fino alle spiagge che arrivano alle lagune di Caorle e le terme di Bibione, là dove un faro costruito nel 1913 dal Genio Civile si staglia alla foce del fiume.
Per avere un’idea: un paese di poco più di 10 mila abitanti, come San Michele al Tagliamento, produce una ricchezza stimata in 1,3 miliardi di euro, una volta e mezza la costiera amalfitana. Sommato a Eraclea, Jesolo, Caorle e Cavallino, fanno 4,4 miliardi di valore aggiunto, più di Rimini e Riccione. «Ha un’offerta turistica così diversificata per ospitalità e servizi che ha pochi paragoni – spiega Riccardo Dalla Torre, direttore della Fondazione Think Tank Nordest – La vera sfida è riuscire ad allungare la stagione ad almeno otto mesi e allargare lo spazio attrattivo all’entroterra e a nuovi scenari di economia turistica, più dolce e culturale».
L’entroterra, dunque. La carta che può giocare è il fascino che si srotola su una campagna coltivata fino all’orizzonte, ricamata di canali, piste ciclabili e macchine idrauliche. Qui un tempo passava la via Annia, ma per secoli è stata solo paludi e boscaglia. Dopo le bonifiche, tra gli anni ’80 dell’800 e i Trenta del secolo dopo, si vede terra a vista d’occhio, «ma resta un ecosistema d’acqua – racconta l’urbanista Francesco Finotto – È un rapporto intimo sia con i fiumi da cui attingere per irrigare e distribuire acqua nelle case, sia col mare prosciugato e allontanato. E col mare si torna a fare i conti, per via del cambiamento climatico». Il mare spinge per riprendersi la terra.
Per capire cosa sia la geografia seduttiva di questi luoghi è bene fare una tappa a Boccafossa di Torre di Mosto, dove il Museo del paesaggio è un inaspettato e prezioso osservatorio d’arte. Alla fine, anche se il popolo di mezzadri e la borghesia agricola per cui lavorava non ci sono più, la terra da coltivare resta una bussola. Per alcuni è un desiderio: Filippo Baracchi e Cecilia Irene Massaggia raccontano in Maledetta Zappa (edizioni Altreconomie, 2022, pagg.144) la loro storia di progettisti culturali che si sono trasferiti a Le Crede di Portovecchio, a un passo da Portogruaro, per far rinascere la fattoria dei nonni, recuperare il casolare, l’orto e la vigna. Per altri, è un patrimonio da inventare. È il caso di Ca’ Corniani, 1770 ettari che le Assicurazioni Generali hanno in mano dal 1851: qui gli agronomi, laptop in mano, scaricano dati satellitari, guidano trattori, sensori, braccia meccaniche nebulizzanti, mentre i tre ingressi sono vigilati da altrettante opere d’arte di Alberto Garutti. «Scommettere sull’identità rurale come motore del contemporaneo è una delle scelte strategiche più importanti che abbiamo promosso», sottolinea Giancarlo Pegoraro, direttore del VeGAL (Gruppo di azione locale) attivissimo da trent’anni. E in questa visione, racconta, si spiega anche la scelta di un comune come San Stino di Livenza di creare il più grande bosco della Pianura Padana, 110 ettari riportati a selvatico. «Un’infrastruttura perenne», la definisce.
Perché poi, come tutto il Veneto, anche questo lembo orientale ha un sacco di cicatrici, capannoni e zone industriali, strade e autostrade che corrono veementi o centri commerciali, grandi come borghi, che attirano frotte di autobus di turisti asiatici. Chissà se la Venezia Orientale sarà capace di reinventarsi ancora e questa volta temendo più gli uomini che il mare.
Corriere della Sera