Il campus dell’H-Farm, immerso nella campagna trevigiana, compie un anno. Inaugurato in mezzo a due lockdown nel settembre del 2020, ormai copre tutti i livelli, dalle elementari all’università. L’approccio è lo stesso: curiosità verso tutto ciò che la didattica contemporanea offre, comprese le immersioni nella realtà virtuale.
H-Farm nasce 16 anni fa per iniziativa di Riccardo Donadon, con l’obiettivo di supportare le start-up più innovative e attirare investimenti affinché potessero dispiegare le ali. Scommessa vinta: dal 2005 ha investito 28 milioni di euro per 120 iniziative d’impresa incubate e 20 ad oggi sono nel portfolio dell’incubatore trevigiano, dall’agritech al data analytics, blockchain e fintech, industria 4.0 ed educational.
Nei 51 ettari in cui si estende H-Farm, 20 sono rimasti boschivi. Gli edifici hanno tutti grandi vetrate e spazi comuni; il campus conta anche un centro sportivo (compreso un enorme skate park), oltre a una Library disegnata da Richard Rogers. Tutti pensati e realizzati secondo «una precisa scelta di sostenibilità ambientale», sottolinea Donadon: «Una scelta non solo necessaria, ma coerente con tutta la nostra visione». Dunque: completa autonomia energetica verde, colonnine per le auto-elettriche e mobilità dolce in tutto il campus, un polmone verde con 10 mila nuove piantumazioni, tra cui 3500 ad alto fusto. Un modo, insomma, per provare a coniugare un doppio salto, ecologico e tecnologico.
Partiamo da qui: l’impressione è che nel nostro Paese si stia parlando di una transizione più tecnologica che ecologica. Cosa ne pensa?
«Credo sarà una transizione piuttosto complicata su tutti i fronti e arriva con un forte ritardo. Siamo un Paese che ha sofferto enormi difficoltà di bilancio, ma ora i fondi ci sono e la bussola che ci siamo impegnati a seguire viene anche da una determinante spinta europea: si tratta di avere coraggio. Tanto più che la sensibilità dei giovani su questi temi è aumentata vertiginosamente e li vediamo osservare con severità le scelte che i loro genitori stanno facendo».
Per riuscirci, quali ostacoli bisogna affrontare subito, secondo lei?
«Prima di tutto c’è un problema generazionale: è un Paese vecchio, soprattutto per il modo con cui continuiamo a guardare i giovani: sono costretti a entrare nel mondo del lavoro tardi, non si ascolta seriamente il loro punto di vista, non gli si affida responsabilità a nessun livello. Questo tappo generazionale si lega al fatto che siamo tra gli ultimi in qualsiasi statistica sull’innovazione, siamo ultimi in Europa che pure è un continente lento e vecchio. La pandemia ha solo mostrato una generale inadeguatezza e pure una eclatante inconsapevolezza. Ad esempio, nelle scuole, cioè il cardine di un sistema-paese, abbiamo comprato tavoli con le ruote invece che tablet e strumenti digitali, mentre scoprivamo di avere una connessione scadente ovunque. Io credo che, se non colmiamo questo ritardo, rischiamo di bruciare un’altra generazione, costringendola ad andarsene; oppure questi giovani un giorno ci presenteranno il conto. E saranno impietosi sia sulla mancata innovazione che sulle tante operazioni di green-washing con cui si cerca di mascherare la transizione ecologica».
Dopo 16 anni, H-Farm rimane un unicum nel nostro paese. Come si spiega?
«Noi diciamo sempre: prendete il meglio della nostra esperienza, inventatene altre. Magari ci fosse la possibilità di clonare dieci volte quello che abbiamo fatto. Credo che la vera chiave sia tenere intrecciati il business, la formazione e la ricerca: è un nodo ormai ineludibile ovunque. Ho l’impressione che l’intero sistema formativo sia molto debole e dovrebbe essere rivisto in profondità. Attenzione: noi non vogliamo essere considerati esterni al sistema, né in competizione con le università e le altre agenzie formative, ma alleati. Siamo pur sempre una realtà piccola. Tuttavia, continuo a chiedermi perché così poche spin-off nate nelle Università abbiano avuto successo».
Lei ha più volte detto che H-Farm ha svelato i limiti della cultura finanziaria italiana. Vale a dire: il problema non sono i fondi, ma la capacità di investire nelle giovani start-up e farle volare. Continua a pensarla così?
«Di recente, Depop, la app per vendere e comprare prodotti unici, creata nel 2011 da Simon Beckerman qui in H-Farm, è stata acquisita da Etsy per 1,625 miliardi di dollari [H-Farm incasserà un totale di 11 milioni di euro, a fronte di un investimento iniziale di 792 mila, NdR]. Stiamo parlando di un unicorno, il secondo a emergere in Italia e il primo per valore. Simon Beckerman è riuscito in dieci anni a ottenere dei risultati che molti gruppi industriali raggiungono in due generazioni. È una cosa straordinaria, che ha colpito molti, ma forse meritava di essere analizzata nel più ampio contesto, di come funziona il nostro Paese e di cosa non funziona. Mi sembra che permanga un grande deficit di consapevolezza che non riusciamo ad affrontare. Siamo alle soglie del 2030, il mondo corre veloce, non possiamo stare indietro. Dobbiamo far uscire un Paese che sembra fermo agli anni ’90».
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