«Non sono abituato a ridere troppo, non riesco a piangere, cerco di non sprecare le parole. Come dire? Non sono dispersivo». Giorgio Antoniacomi si descrive così, con una buona dose di auto-ironia. E questo è anche il ritratto del suo ultimo libro, una raccolta di 39 micro-storie asciutte, appese a qualche dramma che non si compie pienamente, a un’ironia amara, una felicità minuta e un’infelicità sotto pelle.
Storie incomplete, appena uscito per le Edizioni Publistampa, è un album di commilitoni sperduti, uomini stanchi, amori casuali, madri vinte, maternità inattese, lupi affamati e dementi senili. L’umanità scarnificata di Antoniacomi non è apertamente triste, né disperata, ma quieta qualunque cosa succeda.
Direttore della Biblioteca di Trento, Giorgio Antoniacomi ha al suo attivo già cinque lavori di narrativa. Il primo, “Vita interiore di un piccione” (Publistampa, 2009), «è quello che assomiglia di più a un romanzo, seppur frammentato – dice – Ma preferisco decisamente i racconti, li sento più vicini».
Come sono nate queste micro-storie?
«Le ho scritte nel giro di un anno. In realtà tutto è cominciato con i miei post scherzosi su facebook. Gli amici mi suggerivano di raccoglierli e pubblicarli. Allora mi sono chiesto: vorrei essere ricordato per le cose serie che penso o le cose da ridere che scrivo? E ho scelto la prima».
La brevità è anche una sfida, più difficile persino di un classico racconto.
«Quando li ho scritti, mi sono chiesto se avessi perso le parole, se avessi disimparato a descrivere, ad articolare analisi, a dare corpo alle storie. In realtà credo che con il tempo ho solo asciugato il raccontare, come fosse il punto di arrivo di un lungo percorso fatto assieme alla scrittura».
Molte storie hanno una tensione e un’amarezza che ricordano molto certe atmosfere di Dino Buzzati.
«Adoro Buzzati. I miei personaggi, tuttavia, hanno una loro serenità. Il titolo, Storie incomplete, riassume perfettamente il timbro e il senso di questi racconti. Devo ringraziare mia moglie, è stata lei a sceglierlo. Ma l’essenza è proprio quella indefinitezza, quella indeterminatezza. E’ come se quei personaggi dicessero: è andata così, poteva andare diversamente, poteva andare anche peggio, ma è andata così».
E’ il suo stesso sguardo sul mondo?
«Si dice che, quando si racconta, si scrive sempre di sé stessi. Allora mi sono chiesto: sei depresso? Gliel’ho chiesto anche a un amico psicologo. Mi ha assicurato che non lo sono».
Insomma, si è fatto un sacco di domande dopo aver scritto questo libro.
[sorride] «Da giovane ero convinto che potessimo cambiare il mondo. Sono tuttora convinto che dovremmo farlo, anche se ora so che non ci riusciremo mai. E’ questo che nella scrittura mi fa stare tra una sfera pubblica e una privata. In questo libro ho scritto cose intime, che mi emozionano molto e che forse funzionano meno. E ho scritto storie narrativamente più risolte, ma emotivamente lontane. Non so dire quali siano migliori, ma mi appartengono tutte e tutte mi interrogano. Scrivo continuamente, perché scrivere mi permette di liberarmi dell’emotività che spesso mi tiene prigioniero».
In questo e negli altri suoi libri, lei sembra ispezionare l’umanità che la circonda.
«Mi piace l’umanità e tutte le sue sfaccettature. E’ un materiale curiosissimo. L’importante è non farsi coinvolgere troppo [ride]».
Quanto pesa il contesto trentino nelle sue storie?
«Molte di queste storie non avrebbero potuto essere scritte altrove. Penso a quelle legate alla guerra, gli ambienti coperti di neve, le osterie di paese. Solo qui si possono conservare certi ricordi o osservare certe cose. Sono immerso in questo contesto, che amo profondamente, ho un legame con la mia terra che prevale persino rispetto alle convinzioni politiche. Ma so che è un luogo che tende a farsi bastare sé stesso, l’identità diventa spesso folklorismo, ci si rifugia in un senso di chiusura. Ecco, come mi disse una volta un vecchio senatore della SVP, possiamo nascere, crescere e studiare tra queste montagne, ma dobbiamo cercare sempre il resto del mondo».
Corriere del Trentino / Rcs