Amanuensi di battaglie ambientali

«Siamo come quegli amanuensi che arrivavano dopo le battaglie. Come loro, ricostruiamo gli eventi e i protagonisti. E ogni volta scriviamo una pagina di storia sociale recente». A parlare è Joan Martínez Alier, 81 anni, economista, decano dell’Istituto di Scienze e Tecnologia Ambientale all’Università Autonoma di Barcellona. E quello che racconta è il suo AJAtlas, l’Atlante di giustizia ambientale che monitora e cartografa i conflitti ambientali nel mondo. Lo dirige assieme alla canadese Leah Temper e le attività sono coordinate dall’italiana Daniela Del Bene, all’interno dell’ateneo catalano.

Sulla mappa interattiva dell’Atlante (ajatlas.org) scorrono ormai 3125 casi, ognuno documentato con schede, foto, fonti, dati. E i protagonisti? Da una parte imprese, pubbliche o private, di solito estrattive, e dall’altra le comunità locali, soffocate dall’inquinamento, avvelenate, esposte a frane, esplosioni, esodi. L’Atlas ne è un grande narratore. Un mappamondo di ecologia politica comparata.

«Il fatto è che il sistema economico globale resta materiale, fatto di petrolio, carbone, oro, rame, coltan – racconta Martínez Alier – Se hai grandi capitali e vuoi investire, ti conviene scavare ed estrarre. Quello dell’economia smaterializzata è per ora un racconto, anche un po’ mistificante». Per capire l’economia «c’è bisogno di merceologi, più che di economisti», sorride il professore ricordando l’esempio di Giorgio Nebbia. E così si scopre che l’Atlante viene consultato non solo da ricercatori, attivisti, istituzioni, ma adocchiato anche dai colossi dei capitali che sono i Fondi sovrani o di investimento, per capire su cosa investire per prepararsi a conflitti ecologici e sociali.

L’Atlante ha preso vita nel 2014, grazie a un progetto di ricerca europeo. Allora, sul tavolo i ricercatori avevano 920 casi. Oggi quello che viene alla luce è un pullulare di vertenze «che si possono stimare in decine di migliaia». Le dinamiche sono molto simili ovunque, persino le richieste o le parole d’ordine. In alcune situazioni ci si può sedere attorno a un tavolo, ma in altre, come le vertenze sulle miniere di carbone del Gare Pelma, lo scontro è violento. In 375 casi si riporta l’uccisione di uno o più attivisti, il 12% delle volte. Poi ci sono gli avvelenatori seriali, come la Pan American Silver, dal Messico alla Patagonia. C’è anche chi aveva giurato in un green-washing, ma è finito travolto: la più grande produttrice di ferro e nichel al mondo, la brasiliana Vale, nel giro di quattro anni ha visto due dighe crollare e centinaia di affogati in residui tossici nel Minas Gerais. Altre, come la Chevron-Texaco in Ecuador o la Shell nel delta del Niger, mai hanno rispettato le compensazioni pattuite.

Ora i ricercatori osservano l’Artico, la nuova frontiera degli affari minerari, la più difficile da radiografare per l’opacità delle norme internazionali e la dispersione di chi vi vive. «L’economia industriale ha un appetito vorace. Non è circolare, ma entropica, divora – ripete il professore – C’è bisogno di un nuovo paradigma».

IL / il Sole 24 Ore

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