A forza di trainare navi

La nave che dobbiamo accompagnare, dalla Stazione Marittima fino al mare, è così in ritardo che i passeggeri, lo sguardo perduto e le guance arrossate dall’attesa, alle 17.30 si stanno ancora imbarcando. Eppure la «MSC Sinfonia», questo è il suo nome, doveva aver salpato già da un’ora. Siamo a bordo del rimorchiatore «Edda C» e tutte le partenze pagano il ritardo imposto dalla nebbia, che all’alba ha inghiottito la città, compreso il porto.

Le navi da crociera, si sa, sono la bestia nera della città. Sono il simbolo di quello speciale resort che si sono costruiti i veneziani. L’estate scorsa, due incidenti (o, come dicono al porto, «un incidente e un incidente evitato») hanno riacceso gli animi. Qui tutti lo ripetono: «sono stati i rimorchiatori a evitare il peggio». Eppure, se si chiede in giro, ben pochi sanno cosa significhi trainare una nave da crociera o un portacontainer. Come lillipuziani scivolano in laguna attaccati con le corde a dei giganti. E, nel discorso pubblico che si incendia, finiscono per restare invisibili, loro e chiunque lavori al porto. E sono tanti, qualcosa come 4250 persone. 

«Ancora venti minuti», gracchia il radiomicrofono del rimorchiatore. Il comandante, Davide Ghezzo, allarga le braccia. E’ un uomo alto e ben piantato, originario di San Pietro in Volta, isola di Pellestrina. Lui osserva quello che succede sulla banchina. I responsabili della VTP, la Venezia Terminal Passeggeri, sono molto orgogliosi dei servizi che offrono, dai bagagli alla sicurezza, fino all’imbarco con finger stile aeroporto, di cui alcuni brevettati. Da qui il porto passeggeri sembra un formicaio, nevrotico e perfetto, che può rifornire fino a 7 cruise ship in contemporanea e movimenta, nei giorni di picco, 30 mila persone.

Nel rimorchiatore non si può che aspettare. «Mi son fatto le ossa come ufficiale di bordo in una petroliera», ci racconta Ghezzo. «Ottenuto il titolo, ho saputo che la società cercava un comandante e ho scelto di tornare». La società è la CMV Rimorchiatori Panfido &C., che dal 1994 appartiene a Davide Calderan e ha una concessione ventennale a Venezia. Calderan parla con un accento ispanico: «Quando avevo tre mesi, i miei genitori hanno cercato fortuna in Venezuela e là si sono messi nei servizi marittimi – racconta – Negli anni ‘90 siamo tornati e abbiamo investito qui». 

Oggi gestisce 13 rimorchiatori in laguna, destinati alle navi commerciali e alle passeggeri. Le prime entrano dalle bocche di porto di Malamocco e si dirigono a Porto Marghera e le altre invece a nord del Lido verso la Marittima. Un giorno, forse, anche quest’ultime eviteranno la città storica, così come vuole il decreto Clini-Passera del 2012. «Approdare a Porto Marghera è l’unico progetto credibile presentato ormai due anni fa – ci aveva detto il presidente dell’Autorità portuale, Pino Musolino – Noi siamo pronti: in 9 mesi la prima banchina, in 24 la seconda e nel giro di 3 anni le altre».

Ma una cosa è certa, i protagonisti saranno sempre i rimorchiatori. «Tutta potenza e tanta manovrabilità», li definisce l’armatore. Questo, ad esempio, l’«Edda C», è lungo 36,5 metri e largo 12,5. Vanta 7200 cavalli. E una stazza lorda di 633 tonnellate. Come gli altri della CMV ha un sistema di eliche nello scafo, che gli permettono di girare su sé stesso e spostarsi di lato. «Siamo come un motore aggiuntivo, facciamo da timone, freniamo», spiega il comandante. 

A un certo punto a bordo della nave da crociera sale un pilota, uno che conosce come le sue tasche il porto, come gli altri 25 che fanno parte della «Corporazione dei piloti dell’estuario». Assiste il comandante e si coordina con la Capitaneria e i rimorchiatori. «Ma è sempre il comandante che decide», ci spiegava in mattinata Trond Holm, alla guida della «Rapsody of the Sea», mentre imbarcava i passeggeri. «Venezia è un porto difficile, con una logistica fantastica. E ogni porto ci pone sfide diverse».

Alle 18.15 il pilota dà il via libera: «Si procede a disormeggiare». Allora ci spostiamo sempre più vicini. Da un piccolo boccaporto del gigante esce un gancio che afferra il cavo sciolto dal rimorchiatore. Quello che tiene legate le due imbarcazioni è in fibra sintetica made in Olanda e regge fino a 320 tonnellate. A gestire il varicello c’è Daniele Feiffer, il direttore di macchina, assieme ai due marinai, Alessandro De Bei e Giancarlo Balzano. Sono tutti ai loro posti.

L’«Edda C» e la «MSC Sinfonia» si posizionano dritte sul Canale della Giudecca: arrivano altri due rimorchiatori, il «Marina» che aggancia la nave dall’altro lato di prua e a poppa si afferra il «Carla». Dopo gli incidenti estivi, infatti, la Capitaneria ha imposto tre rimorchiatori e non più due. Allora si parte, velocità massima 5 nodi, che poi sono 8 km all’ora. Si naviga al centro del Canale, che «è scavato a V, come un imbuto – racconta Ghezzo – e ai lati i fondali sono alti e sabbiosi, così che si corre quasi su un binario». L’armatore aggiunge: «Questo significa che se qualcosa va storto e la nave sbanda, finisce per insabbiarsi almeno a 20 metri da terra». 

La «Sinfonia» si staglia sopra le nostre teste, con le sue 65 mila tonnellate di stazza, i 13 ponti e i 54 metri di altezza. «Quando diciamo “grandi navi” dobbiamo intenderci – ci aveva detto Galliano Di Marco, direttore di VTP – Qui sono permesse fino a 96 mila tonnellate, e solo alle condizioni decise da un algoritmo, in base a vari fattori, come la massa d’acqua spostata dalla carena, il tipo di motore o il carburante. Ma la più grande al mondo è di 228 mila tonnellate: cos’è allora una grande nave?».

Ci muoviamo silenziosi, e tutti, barchini, vaporetti, taxi si scostano con cautela. Passiamo di fronte a San Marco, i ponti sulla nave da crociera si affollano, rapiti dal panorama mozzafiato. E poi ci si prepara per virare al Lido che si staglia di fronte. «E’ un punto delicato – aggiunge l’armatore, indicando Riva dei Sette Martiri – Perché un tempo c’erano le banchine del vecchio porto e il canale è scavato. Ed è qui che a luglio, sferzati dalla tempesta, abbiamo evitato l’incidente». Raffiche di vento a 80 nodi hanno colpito la nave, «le pareti alte e compatte della nave hanno prodotto un effetto vela», spiega. La prua della nave da crociera si incurva leggermente verso riva. Da lì, la prospettiva può ingannare e fa venire i brividi a chi è a terra.

Lento e illuminato a festa, il pachiderma costeggia il Lido, nel buio pesto di una sera d’autunno. «E’ un modello di business che è durato vent’anni e sembra non reggere più – rifletteva il presidente del Porto -– Ovunque in Europa le città sono in subbuglio, non solo Venezia. Ma l’economia del turismo ha un futuro e delle soluzioni possibili, basta imparare a osservare e a discutere».
Quando raggiungiamo la Chiesa di San Nicolò, è passata più di un’ora dalla partenza. Siamo i primi a sganciarci. Poi toccherà al «Marina» e alle bocche di porto, al «Carlo». A un certo punto, un barchino con la luce intermittente blu si affianca al gigante e da una piccola scaletta scende qualcuno. E’ il pilota, che lascia solo il comandante a immergersi nell’Adriatico, mentre ai piani bassi rombano le orchestre e si affollano i ristoranti. Allora è tempo di tornare al porto.

il Venerdì

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