Un ecosistema chiamato ArtTech

A che punto è l’impatto tecnologico nelle arti? E le istituzioni culturali stanno sfruttando al massimo la tecnologia? Si possono dirottare investimenti di venture capital su quella nicchia di economia della conoscenza? Attorno a queste domande, da due anni a Losanna lavora la ArtTech Foundation, convinta che da là passi una delle chiavi del futuro prossimo.

Di tanti acceleratori d’impresa e incubatori di start-up esistenti, è raro che qualcuno scommetta sulla frontiera tra mondo dell’arte e nuove tecnologie. Il fatto è che «la tecnologia non porta niente di interessante se non è al servizio dei contenuti», dice Nathalie Pichard, direttrice e curatrice della Fondazione. E aggiunge: «Cultura, tecnologie e imprese sono tre termini che di solito non sono collegati e i loro protagonisti hanno davvero pochissime opportunità di interagire». Ecco perché «la ArtTech non è un incubatore in senso stretto, ma un ecosistema, dove si incontrano artisti, accademici, start-upper e grandi imprese pubbliche e private».

Cuore di questo ecosistema è l’ArtTech Forum che quest’anno si è dato appuntamento nell’isola di San Giorgio a Venezia, ospite della Fondazione Cini. L’istituzione veneziana ha infatti un’attiva collaborazione con gli svizzeri del Politecnico di Losanna (di cui è presidente emerito uno dei fondatori di ArtTech, Patrick Aebischer), condividendo il colossale progetto di digitalizzazione d’archivio conosciuto come «Venice Time Machine». Per di più, nella stessa Sala del Cenacolo dove si è tenuto il Forum, l’enorme telero delle Nozze di Cana di Paolo Veronese non è che un esempio di deep-fake: un «secondo originale», un perfetto fac-simile di quello conservato al Louvre, realizzato con le più sofisticate tecniche di riproduzione dalla Factum Art di Madrid.

Adam Lowe, fondatore della Factum Art, è considerato il più famoso «artigiano digitale» a livello internazionale e nei suoi cantieri lavorano archeologi, informatici, ingegneri, restauratori, dispiegando macchine e software di propria invenzione, capaci di scansionare tombe e micro-oggetti, manoscritti e dipinti. Nella Valle dei Templi di Luxor o nelle sacre caverne del Mato Grosso, Lowe applica «una tecnologia che permette di registrare, restaurare, restituire e rivivere cultura e memoria», come sintetizza lui. La sua impresa è un paradigma di quello che intendono alla ArtTech.

Passare una giornata nella comunità della Fondazione significa ascoltare start-upper che spiegano i loro progetti a un pubblico di investitori, curatori, accademici o ai responsabili dei programmi di innovazione della Disney o di Alibaba, solo per citarne alcuni. Sebastian Morales, Pierre Emm e Johan Da Silveira hanno ad esempio presentato il primo robot tatuatore («Tatoué»), nato in un incubatore parigino e ora pronto in versioni più sofisticate del braccio meccanico con cui l’hanno sperimentato. Daven Sanassy ha approntato un software rivolto ai musicisti che trasforma qualche appunto vocale in arie e composizioni grazie ad applicazioni AI. I francesi di Polkatulk hanno vinto l’ArtTech Prize di quest’anno mettendo al lavoro una blockchain dedicata alla riproduzione delle opere e dei relativi diritti d’autore.

«Uno dei nostri obiettivi è quello di facilitare l’accesso al mercato – spiega Nathalie Pichard – Per ora li aiutiamo attivando la nostra rete di relazioni. Non siamo sicuri di voler costruire un acceleratore, ma possiamo offrire un punto di incontro tra inventori e investitori». Per questo, annuncia, «vorremmo lanciare un fondo di Venture Capital indirizzato a culture-tech start-up». Una sfida, perché finora i VC, essendo forme di investimento ad alto rischio, non si sono ancora focalizzati su questo settore. La Fondazione prova a mettere sul piatto la propria credibilità: «Il nostro fondo sarà una sponda per chi sente di non essere ascoltato dal sistema finanziario tradizionale e per questo ha pochissime possibilità di sviluppo».

Il baricentro, continua Pichard «è avere la consapevolezza che il mondo culturale è già tecnologia». E questo vale anche per le istituzioni pubbliche. Ne sono certi alla Staatsoper di Vienna, che si è dotata di un Digital Department guidato da Christopher Widauer. Negli ultimi sei anni il manager ha stravolto il celebre teatro lirico, lavorando sulle infrastrutture (remote camera, audio, video, tablet al posto degli spartiti) con complesse soluzioni software e facendolo diventare persino un produttore e distributore indipendente di contenuti digitali HD. Stesso discorso vale per l’Atelier des Lumières di Parigi, il primo museo completamente immersivo, dove le installazioni high-tech su Klimt e Van Gogh hanno rivoluzionato il modo di realizzare mostre d’arte.

Ascoltando Parigi e Vienna, è ancora più chiaro cosa intendano a Losanna per «ecosistema art-tech».

la Stampa

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