Che siano tempi interessanti

«Che siano tempi interessanti» gli artisti sembrano esserne consapevoli. Soprattutto se giovani e donne. Soprattutto se dalle capitali del mondo globale, da Durban a Shanghai, Città del Messico o New Delhi o Chicago. E soprattutto se sanno intrecciare le loro identità culturali, sessuali, ancestrali o post-human. E’ tra loro che Rulph Rugoff ha pescato i 79 partecipanti alla 58ma Biennale d’arte di Venezia, che dall’11 maggio al 24 novembre, apre le porte al pubblico.

«May You Live in Interesting Times» è anche l’orizzonte indicato dal curatore: una sorta di proverbio-maledizione cinese, citato per decenni, per poi scoprire che era solo un falso. E in un’epoca di fake come bulimia adulterata del presente, la vicenda di quel falso proverbio cinese ci sembra una dimensione del reale.

La nebbia fittissima che avvolge l’entrata del Padiglione Centrale, firmata da Lara Favaretto, ne è il preludio e la rappresentazione. Poi tutto si snoda e si apre come un atto in due parti: gli stessi 79 artisti hanno potuto lavorare sia ai Giardini che all’Arsenale, «con la possibilità di andare a fondo e di misurarsi in contesti diversi, la parete bianca e la storia», sottolinea Paolo Baratta.

Certo, «gli artisti non sono degli analisti né dei politici – continua il presidente della Biennale – Ma con un tema di questo tipo è ancora più eclatante la sfida, il corpo a corpo che noi chiediamo all’artista e al visitatore». E Rugoff: «Forse, indirettamente, queste opere possono diventare una sorta di guida per vivere e pensare in tempi interessanti».

Una guida soggettiva, frammentata, impietosa, complicata, affascinante. E che ci chiede lo sforzo di usare tutti i sensi. Più che in altre edizioni, questa Biennale ci avvolge di suoni, rumori, sensorialità digitali, visioni opache. E ogni opera è una catasta di simboli, di codici, di strati di culture. Quello che va in scena è davvero il contemporaneo.

E’ la messicana Teresa Margolles: qui porta un muro di Ciudad Juarez crivellato di pallottole e la parete in vetro, con appiccicati i volantini delle donne scomparse, che vibra col passare dei treni. E’ la coreana Anicka Yi: le sue installazioni scultoree sono una miscela di vita organica e intelligenza artificiale, quello che lei chiama «biopolitica dei sensi». Il contemporaneo passa nelle città irreali, kitsch e desolate di Alex Da Corte (Usa) o nei video di Khalil Joseph (Usa) dove mixa notiziari, storie in Instagram, filmini amatoriali, vlog, cucendo un racconto corale della (e sulla) comunità afro-americana. Il contemporaneo sta nello sguardo fiero e smarrito di Zanele Muholi, donna, nera, lesbica, sudafricana.

Impressionano i cinesi Sun Yuan e Peng Yu: in un cubo vetrato un grande braccio robotico si muove per ripulire il pavimento da una sostanza dal colore del sangue che si espande continuamente attivando i sensori. Una sorta di creatura in cattività che crea una atmosfera ipnotica in cui sprofondiamo di inquietudine. In Arsenale, sempre il duo di artisti chiude in un altro cubo una poltrona imperiale, di silicone bianco: dal sedile esce un tubo che d’improvviso si anima violento di aria pressurizzata e l’effetto è spiazzante, come colpi di frusta o come la coda di un animale intrappolato.

Nella Biennale di Rugoff ci sentiamo come gli artefatti di Jimmie Durham (Leone d’oro alla carriera), con la testa di bue muschiato e il corpo fatto di impalcature di acciaio coperte di strati di stoffe: siamo una minaccia e una rivelazione assieme. Alla fine, il reale è sempre una porta: Shilpa Gupta (India) allestisce un cancello, uno dei tanti che si incontrano nei vialetti delle zone residenziali, che continua ad aprirsi e a chiudersi sbattendo violentemente sulla parete, fino a sbriciolarla.

Corriere del Veneto | il Corriere della Sera

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