Secondo un sondaggio appena realizzato da Datanalisis più di quattro venezuelani su dieci sentono per il paese una grande «tristezza» e tre su dieci provano «rabbia» e «sfiducia». Nelle elezioni municipali di domenica 10 dicembre, oltre 10 milioni su 19 non sono andati a votare, vale a dire più del 52%. Paradossi: un Paese che si credeva allegro e con un gran senso dell’ironia e della burla, si scopre triste; e il Paese che da sempre adora votare, si scopre astensionista.
Persino i partiti di opposizione, che pure hanno boicottato le municipali (regalando ai chavisti 305 sindaci su 355 in lizza) «nemmeno rivendicano il successo dell’astensione e non ne fanno un simbolo», come sottolinea con sconcerto Luis Vicente León, uno degli analisti più raffinati.
Il Venezuela è un orologio con i marchingegni fuori uso. Non è solo colpito da un’inflazione che potrebbe arrivare a fine mese attorno al 2000% e la scarsità di alimenti e medicine e pezzi di ricambio mortifica la vita quotidiana. E’ l’intero sistema che si è sfaldato, mentre prevale quella «sensazione di lutto, una perdita ineluttabile e definitiva» di cui mi parlava qualche tempo fa Maria Antonietta Izaguirre, una famosa psicoterapeuta caraqueña, raccontando ciò che accomuna i suoi pazienti chavisti e antichavisti.
In questo scenario, sempre per un paradosso, a emergere in lucidità è il presidente Nicolas Maduro che sembra tutt’altro che il burro, il somaro testardo, come in tanti lo definiscono con scherno, l’inadatto e maldestro erede di Hugo Chavez. Ciò che colpisce è invece l’abilità con cui Maduro sta navigando in un disastro melmoso da abile conducente di autobus, che poi era la sua professione prima del salto in politica. Persino la sua ultima uscita, il voler impedire ai partiti che hanno boicottato le elezioni municipali a presentarsi il prossimo anno alle presidenziali, alla fine potrebbe essere che un’altra abile mossa per muovere le carte in tavola.
Si sta chiudendo un anno drammatico, ma lui è uno dei pochi che può dire di sentirsi soddisfatto. Maduro sembra aver capito che più tiene agita la situazione impazzita del paese, più ha chance per tenere un qualche controllo. Solo se si ferma, finisce per impantanarsi. Gli è capitato nel marzo di quest’anno, quando l’ineffabile Tribunale Supremo dopo aver delegittimato il Parlamento in mano all’opposizione della MUD (la Mesa de Unidad Democratica) ha trasferito al Presidente i poteri legislativi. Una mossa non solo inaudita in qualunque regime democratico, ma che politicamente lo affondava. E’ stata quella la scintilla, dentro una catastrofe economica e sociale, che ha scatenato le proteste di strada e l’isolamento internazionale. Dal 1 aprile e per quattro mesi lo hanno tenuto in scacco. La risposta violentissima ha lasciato oltre 120 morti, migliaia di feriti e centinaia in cella.
Determinante è stata la sua mossa di fare eleggere un’Assemblea Costituente con pieni poteri. L’opposizione si era illusa che Maduro e l’apparato statale non fossero capaci di tanto. Il boicottaggio non solo non ha funzionato, ma l’assemblea che ne è uscita è completamente in mano al partito di governo con il compito (per ben due anni) di riscrivere la Costituzione e di sostituirsi a qualsiasi altro potere dello Stato. Una sorta di forca caudina sotto cui tutti devono giurare.
I leader dell’opposizione, tanti e piccoli, spesso rissosi, per lo più narcisi e molti di loro screditati in passato, sono passati dall’euforia (e senza alcun piano a lungo termine) allo smarrimento perché «il Venezuela è entrato in un terreno sconosciuto», come mi ha detto Tamara Adrian, avvocata e deputata di opposizione tra le più stimate anche tra i chavisti. Chi non è finito in carcere o ai domiciliari (come Leopoldo Lopez), è fuggito (come Antonio Ledezma o David Smolansky) o è stato inabilitato (Henrique Capriles). Gli altri hanno cercato di manovrare come ai vecchi tempi credendosi più furbo dei leader chavisti (il vecchio Henry Ramos Allup) o hanno accettato di aprire un negoziato (Julio Borges). Negoziato che si sta tenendo in Repubblica Dominicana, prossimo appuntamento il 15 dicembre, con alcuni paesi latinoamericani come facilitatori assieme all’ex-premier spagnolo Zapatero. Cosa porteranno i dialoghi nessuno lo sa, probabilmente una road-map verso le elezioni presidenziali e qualche amnistia o scarcerazione, in mezzo a minacce e a giochi perennemente truccati.
Nicolas Maduro gioca su tutti i tavoli e rilancia ogni volta. La crisi valutaria? Annuncia Petro, un bitcoin di Stato. Il rischio perenne di default? Paga a singhiozzo e gioca da speculatore sul mercato, comprandosi una parte di debiti a prezzi stracciati. Il chavismo perde pezzi e si gonfia la dissidenza? Lancia una campagna contro la corruzione che porta in carcere ex-ministri e persino il potente ex-presidente della Pdvsa, la petroliera di Stato. O si affida ai militari, quasi la metà dei ministri e altri a capo dei settori chiavi delle aziende di stato, temendoli e blandendoli. E soprattutto va alle elezioni, sapendo la debolezza (e le debolezze) dei suoi avversari e scommettendo sull’astensione e sulla «tristezza» dei suoi cittadini. L’importante è tenere il gioco. Come un grande show. Non a caso Colette Capriles, una psicologa sociale molto prestigiosa, parla del chavismo come qualcosa che ha «spoliticizzato la società venezuelana per sostituirla con uno spettacolo, un racconto a una sola voce: dopo 18 anni è una società che non riconosce più se stessa».
C’è un nome che sempre ricorre sempre come un fantasma e che potrebbe essere la gioia e l’incubo del chavismo. Si chiama Lorenzo Mendoza. L’impresario più ricco del Venezuela, milionario cinquantenne, proprietario della holding Polar, quella delle birre e degli alimenti. Si è sempre tenuto alla larga dalla contesa, detestato dai chavisti e temuto dai politici di opposizione. Eppure il suo nome è rimbalzato anche ieri, dopo l’ennesima debacle alle municipali. Come un fantasma, ma sull’onda di altri suoi colleghi (da Mauricio Macri in Argentina a Sebastian Piñera in Cile) potrebbe essere tentato di sparigliare tutte le carte. E lo show, nel paese del socialismo della tristezza, potrebbe sorprendere di nuovo tutti.