Colombia, un gesuita in cerca della verità

Se c’è una parola che padre Francisco De Roux ripete più spesso è «dolore». Uno degli uomini più amati e più odiati di Colombia si trova dall’11 novembre a presiedere la neonata Commissione per la Verità, frutto degli accordi di pace sottoscritti un anno fa tra Governo e la guerriglia delle Farc.
Francisco De Roux è un gesuita di 74 anni che conosce come le sue tasche il basso e l’alto del paese, gli strati più poveri e le elite più potenti. E conosce le viscere del conflitto che ha scandito brutalmente il XX secolo del paese latinoamericano. Terzo di sette figli di una importante famiglia di Cali (con uno zio e un fratello ministri), due master in economia (uno a Parigi, l’altro a Londra), è famoso per aver dato impulso a fondazioni e programmi di imprese sociali e di micro-credito. Ha mappato intere regioni, paese per paese. E ha seppellito una quantità di amici e collaboratori, caduti sotto il fuoco di paramilitari e guerriglieri.
Padre Francisco, come opererà la Commissione per la Verità? Cosa cercherà di ricostruire?
«Sarà un compito difficile che ci spetta: dovremo ricostruire cosa è stato questo terribile conflitto che ha travolto il Paese. Come è potuto succedere che si sia stappata una tale violenza. Quali condizioni, quali contesti, quale dolore ha prodotto, tanto da scrivere una storia così lunga. Lunga 8 milioni di vittime: noi proveremo a ricostruire la verità delle vittime».
In contemporanea funzionerà anche una giurisdizione speciale per individuare delitti e colpevoli. La Corte Suprema i giorni scorsi ne ha disegnato limiti e vincoli, suscitando molte polemiche. Come opereranno i due organismi?
«A differenza della JEP, la Jurisdicion Especial para la Paz, la nostra Commissione non avrà obiettivi investigativi, né dovrà emettere sentenze. Noi opereremo dentro la verità che gli uomini e le donne di questo paese potranno raccontare. La loro memoria sarà la nostra indagine. Alla fine, dopo tre anni di lavoro, consegneremo un nostro rapporto con quelle storie e le responsabilità di quei fatti».
Non c’è una memoria condivisa su quello che è successo. Come riuscirete a ricostruire un quadro di verità?
«Memoria e verità non coincidono. Di memoria ce ne sono molte e fragili. E cariche di emozioni, di dolore, di lutti. Allo stesso tempo senza memoria non si può ricostruire la verità delle cose. Noi non cercheremo una verità giudiziale, che è anch’essa una memoria relativa. Noi cercheremo di avvicinarci alla verità e capire perché quelle donne e quegli uomini durante il conflitto siano state tanto odiate da diventare vittime».
E cosa porterà tutto questo?
«Mi piacerebbe che nascesse da questi tre anni di Commissione un movimento verso la riconciliazione».
Eppure,nel paese continuano ad essere assassinati leader contadini e comunitari e difensori dei diritti umani. Solo nel 2017 si stima siano 125 le vittime.
«Marciamo in mezzo al sangue, sì, è così. E’ un dolore enorme che dobbiamo ascoltare. Dobbiamo entrare nei municipi più isolati del Cauca, cercare le comunità a Nariño, a Antioquia, nel Chocò, là dove sono più vulnerabili. Siamo tutti chiamati a fare uno sforzo enorme».
Le associazioni di militari sono state tra le voci più critiche dopo la nomina sua e del resto della Commissione da parte del Comitato dell’Onu. Come se lo spiega?
«Ho avuto occasione di incontrarmi con ufficiali e vertici militari e da loro ho avuto l’impegno di una piena collaborazione. Sono critici gli ex-militari, perché sono parte del conflitto. Io capisco la loro reazione e l’ho interpretata come una richiesta di andare ad ascoltarli, ad ascoltare anche i loro dubbi, le loro paure, il loro dolore. La Commissione non è contro nessuno, né contro i militari né contro chi li ha combattuti, non è contro Santos o Uribe. Ma di sicuro è contro le bugie. E io so che raccontarci bugie fa parte dell’animo umano. Ma qui dobbiamo scavare e cercare altro».
Padre Francisco, lei è molto rispettato, ma anche molto odiato. Non ha paura? O di cosa ha paura?
«Mi hanno dato del bandito, del guerrigliero, di ladro di terre. Sono stato minacciato, attaccato e ho rischiato la vita più e più volte. Ma io non ho paura. Non ne ho mai avuta. So che dietro a ogni minaccia c’è anche lì tanta rabbia, tanto dolore, tanta indignazione. Non ho paura per la mia vita: sono un credente e so che dopo la morte c’è vita. Perché dovrei temere? Ho un’unica paura: non poter dare dalle risposte ai colombiani. Ho paura di non essere all’altezza del compito che mi è stato affidato».

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