“Via i gringos” da Città del Messico

Louise è seduta a un tavolino del Cine Tonalá, un curatissimo bistrot-cinema a un paio di strade dalla mitica casa di Alfonso Cuarón, immortalata nel film Roma. È una giovane data analyst, originaria di Dallas. «Sono arrivata due settimane fa con alcuni amici. Mi hanno detto di stare attenta, anche l’ambasciata ogni tanto manda degli alert, per via delle proteste». Il nervosismo di Washington è aumentato infatti dopo le manifestazioni del luglio scorso contro la gentrificazione. Al grido di “Fuori dal Messico” e “Gringos tornatevene a casa”, è finita con negozi e caffè alla moda sfasciati, pietre e insulti. Non solo. Nel giro di poche ore, si è fatto vivo il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale via X: «Se sei negli USA illegalmente e vuoi unirti alle proteste, usa la app CPB Home per facilitare la tua uscita». Non si era mai visto Airbnb oggetto di una crisi diplomatica. È dovuta intervenire la stessa presidente, Claudia Scheinbaum, che ha subito condannato le violenze. Cosa sta succedendo a Città del Messico?
Nick lo incontro in uno dei caffè alla moda di Calle Fernando Montes de Oca, quartiere Condesa. Laptop aperto e airphone in mano, è pronto per una riunione con il team di Singapore. È un web designer, arrivato un mese fa dall’Arkansas: «La città è fantastica, forse troppo caotica e a volte ho l’impressione che mi guardino storto. Mi hanno parlato di San Cristóbal de Las Casas, sto pensando di andare là».
Paul invece è uno spilungone di Philadelphia, è in fila per comprare una quesadilla all’incrocio tra Merida e Colima, a Roma Norte. «Sono in vacanza con tutti i bro», sogghigna, indicando un nugolo di amici. Aspettano il loro turno a un chiosco che tutti conoscono come Jenni’s, ma in realtà è Elenita Rojas la proprietaria. Prima il lancio di un tiktoker statunitense, poi un articolo su Traveller e doña Elenita si è convertita in una star. Lei scoppia in una fragorosa risata: «Ne ho passate tante, non poteva andar meglio». Intanto si sono ingrossate ben due file, da una parte all’altra del chiosco. Sono quasi tutti americani, che gesticolano e provano a spiegarsi in inglese e intanto lei armeggia, spalleggiata dall’assistente, con le salse, i nopales, la carne, la pasta di mais. Jenni’s è diventata l’icona della messicanità e allo stesso tempo della città in mano ai gringos.
Si calcola che nel 2025 siano arrivati in Messico 14 milioni di statunitensi. Si stima poi che almeno 700 mila vivano nel Paese, una parte con permessi temporanei di residenza (circa 20 mila), altri con residenza permanente e un numero sconosciuto si è fermato senza regolarizzare il visto. Inoltre, da sempre il Messico è un destino sanitario, per medicine e cure molto più accessibili che negli USA. È anche la meta preferita dei pensionati, che affollano Puerto Vallarta, Mérida, Cancún. E da qualche anno ci sono i nomadi digitali, come Louise e Nick. Per quest’ultimi, il luogo è perfetto: a poche ore di volo, internet veloce, prezzi sostenibili, servizi accessibili; Roma Norte e Roma Sur, Condesa, Coyoacán, Benito Juárez o Santa María La Ribera, i quartieri dove trovar casa. Nei tanti caffè, le file di laptop aperti e il brusio anglofono sono inequivocabili. Nel 2022 l’attuale presidente del Messico, allora governatrice della metropoli, aveva siglato un accordo con Airbnb per agevolare l’arrivo di nomadi digitali. Oggi sono considerati una sciagura.
«Non sappiamo quanti siano, non c’è alcun registro e si spostano di continuo», racconta Adrián Hernández Cordero, geografo, docente alla Università Autonoma del Messico. «Però sappiamo che ci sono quartieri, come Condesa, che hanno visto crescere il numero di unità immobiliari e diminuire gli abitanti: interi edifici sono stati trasformati in residence Airbnb, co-working e locali in “stile europeo”». In questi quartieri, si fa colazione con almeno dieci euro, un caffè a tre, un burrito e una birra quindici, ma il cameriere che li serve ha un salario attorno ai 400 euro al mese.
Le tensioni affiorano. Ci sono due spartiacque dicono tutti: i terremoti del 1985 e del 2017, che hanno distrutto una quantità di edifici e alimentato una enorme speculazione immobiliare e poi la pandemia di Covid, che ha spinto migliaia di statunitensi a volare qui in telelavoro. Il paesaggio urbano è stato stravolto. E una comunità ben visibile vive in una bolla, con la sua lingua, i suoi gusti e i suoi dollari.
Da sempre, a nord e a sud del Río Bravo si sono attratti e detestati. Poi è arrivato lui, Donald Trump. E con lui le politiche sprezzanti contro latinos e migranti e le continue minacce di blitz militari e dazi. Se il governo si destreggia in diplomazia, tra i messicani monta il rancore. Dopo le proteste violente di luglio, ora non si contano i graffiti e gli striscioni “No gringos”, “No a la gentrificación”, “Questo palazzo non è in vendita”.
Gentrificazione è la parola magica. «In realtà è una parola-ombrello – sottolinea Lorena Umaña Reyes, sociologa urbana alla UNAM, la famosa università pubblica – Sotto ci sono processi diversi e a volte intrecciati: turistificazione, gentrificazione e finanziarizzazione. Vale a dire: Airbnb fuori controllo, espulsione di abitanti e speculazione pura. Poi c’è l’esotismo: i güeros (gli stranieri bianchi e biondi), trovano un posto che assomiglia all’idea che hanno del Messico e lo colonizzano».
Sotto le proteste, infatti, il vero nodo si chiama diritto alla casa. E non è casuale, sottolinea Jacaranda Correa, una documentarista da anni impegnata su questo fronte a Roma Sur, che «i protagonisti siano soprattutto giovani, ventenni e trentenni, con buona e alta formazione, che più vivono la precarizzazione e sono fuori dal mercato abitativo: la giovane classe media messicana ha scoperto la lotta per la casa».
Insomma, i gringos sono lo specchio delle diseguaglianze. Oltre che il target di una permanente ebbrezza immobiliare, mentre le autorità perdevano il controllo dei piani urbanistici, chiudevano gli occhi su permessi e cambi d’uso e la corruzione divorava qualunque livello di potere. Gli abitanti? Espulsi in tanti e in modi diversi: si aumentano d’improvviso gli affitti di almeno il 50%; si attuano sfratti senza alcun atto giudiziario; si approfitta di un inquilino accusato di narcomenudéo, il microtraffico, per far mettere i sigilli a tutto il palazzo.
Tutte strategie che Sergio Juaricoa ci aiuta a decifrare girando tra due grandi caseggiati di Benito Juárez, là dove le strade si chiamano Londres, Nápoles, Havre, Versailles. Lui è uno dei fondatori di 06600, la piattaforma civica che monitora le trasformazioni del quartiere, apre vertenze, sostiene i vicini in difficoltà. «Questo è il racconto a cielo aperto di un saccheggio urbano, portato avanti dai cartelli immobiliari». Passiamo in rassegna palazzi di primo Novecento di cui hanno mantenuto la facciata e trasformato il resto in un condominio lussuoso, piccoli negozi che stanno chiudendo, edifici occupati da comunità indigene che resistono agli assalti della polizia antisommossa, infilate di boutique e bistrot, terreni vuoti sotto mira degli speculatori. I nuovi abitanti a cui puntano sono messicani ricchi e gringos ovviamente. Basterà un’altra scintilla, dicono tutti, e le proteste potrebbero riaccendersi.

Una versione ridotta è stata pubblicata da il Venerdì | la Repubblica

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