Cuba. La rivoluzione permanente di Francisco

Ci sono fughe che riportano indietro, sradicamenti non riusciti ed esuli rimasti intrappolati. René Francisco è tutto questo. A sessantasei anni, una fama internazionale, è uno di quegli artisti che a Cuba hanno lasciato un segno indelebile. Per capirlo, è preziosa la prima retrospettiva italiana organizzata alla Kunsthaus di Merano: Cómplice, si intitola, che poi è una delle parole «intime e sociali» che René Francisco ha da sempre fatto sue. Visitabile fino al 24 maggio, la mostra è stata messa in forma da Lucrezia Cippitelli e Simone Frangi, che stanno dispiegando una seria di straordinari sguardi laterali sul mondo dell’arte.
Dunque, anche se da sei anni vive a Madrid, in realtà René Francisco non ha mai lasciato Cuba. «Ci sono tornato due volte – ci racconta – Ho mantenuto la casa e tutti i miei libri». E nella capitale spagnola, non solo ha un piccolo figlio da crescere, ma è circondato dall’enorme comunità di cubani che si portano dentro la brezza del Malecón, il famoso lungomare habanero, e i lividi del castrismo. Nel 1968, suo padre aveva tentennato di fronte all’invito dei genitori di andarsene via, ma poi ha chiesto il passaporto. Non solo il regime glielo ha negato, ma lo ha allontanato dal suo incarico di medico e spedito in una centrale saccarifera lontano dalla famiglia. C’è rimasto sette anni. «Siamo stati castigati dalla Revolución», dice René Francisco, terzo di otto figli avuti da un uomo nero di Holguín e una donna bianca di Pinar Del Río. È stata proprio Mirta Ofelia, così si chiamava la madre, a spingerlo nell’arte e a chiedergli per anni che le dipingesse una natura morta. Lo ha fatto solo alla fine: un vaso di fiori sgargianti, vicino al ritratto di lei virato in rosa, la bocca socchiusa come stesse chiedendo qualcosa, gli occhi tristi. Cos’è una natura morta, sembra chiederci.
Caduta l’Urss, il regime ha precipitato il paese nel terribile período especial, ma ha permesso a chi voleva partire di andarsene. Ed è stata una folata di gente. Tantissimi artisti: quelli sopravvissuti all’orribile decennio dei Settanta, claustrofobico e bigotto, e quelli che hanno vissuto gli Ottanta come una stagione d’oro, di sperimentazione, di libri che i professori giravano agli studenti di nascosto: «Eravamo convinti che l’arte potesse cambiare il paese».
Racconta che a venticinque anni aveva già cominciato a insegnare all’Istituto Superiore di Arte, il famoso ISA. Sul finire di quella decade, se n’è andato anche lui, tra Spagna e Messico. Un esilio spezzato in una breve fuga: «Sono tornato da mia madre, sono rimasto a Cuba». La sua cattedra era ancora là. E da allora l’ha usata come una casamatta. È nato così il DUPP, Desde una Pragmática Pedagógica, che l’ha reso famoso, gli è valso un premio Unesco e le porte aperte di Biennali, università e gallerie. Che cos’era? «Non ho seguito i programmi accademici, ho portato gli studenti per strada, nella miseria dei quartieri più vulnerabili, ho imparato da loro, ho sovvertito le gerarchie. Abbiamo ricostruito case e aperto giardini, leggendo Habermas e Pessoa, Foucault e Umberto Eco; abbiamo riparato tetti e finestre facendo discutere gli abitanti. Abbiamo lasciato fluire idee in libertà, abbiamo fatto vivere Beuys nella Habana Vieja».
Sotto lo sguardo sconcertato della Stasi e i moniti delle autorità, René Francisco ha fatto della pedagogia un materiale d’arte: «Quell’esperienza è stata la mia salvezza, è diventata processo e opera d’arte». Da là, sono usciti tra i migliori artisti cubani che hanno elettrizzato la scena culturale dell’isola e attirato collezionisti e musei di tutto il mondo: Carlos Garaicoa e Los Carpinteros, Alexander Guerra, Iván Capote, solo per citare alcuni. «La complicità è stato il fulcro, eravamo una confraternita e, si sa, le confraternite sono silenziose, ma muovono il terreno sotto i piedi».
In mostra si susseguono video, foto, mappe concettuali, documenti filmici con quella patina sporca «proprio come la povertà che ci circondava», e sono solo alcune tracce di questa accademia gentile e rivoltosa durata quasi dieci anni. Anche da lì (e dall’irruzione di internet dal 2014) sono germinate le eclatanti proteste guidate dagli artisti nel 2020, poi esplose l’anno dopo nelle marce popolari, represse a forza di botte e detenzioni.
René Francisco, come Leonardo Padura, si è ritagliato uno spazio nell’isola, forzando i precetti e dispiegando un racconto aspro della realtà, senza mai scontrarsi frontalmente con il sistema. Entrambi hanno usato la propria fama e l’ambiguità della regola aurea coniata da Fidel (“Dentro la Rivoluzione tutto, fuori dalla Rivoluzione nulla”) per depistare la macchina del regime: «Una frase che non vuol dire nulla, usata per censurare e reprimere», dice amaro. Altri artisti sono stati arrestati, umiliati ed espulsi: Tania Bruguera, la più famosa, «la più giovane della mia generazione, ha lottato contro tutta la violenza e il machismo del sistema», alla fine se n’è andata; Manuel Otero Alcántara, il più irriverente della nuova generazione, «lui è ancora in carcere e provo un enorme dolore».
Nell’atrio dell’affascinante palazzo della Kunsthaus di Merano, campeggia una scultura alta più di quattro metri: è l’Alma Mater, simbolo dei campus universitari, proprio come svetta all’Avana, solo che René Francisco ne ha fasciato il corpo con decine di cuscini, bianchi o ricamati di fiori di loto, «come le statue in Ucraina, che gli abitanti hanno protetto con i sacchi di sabbia». Da qui l’invito a ricostruire un lessico sociale di complicità, a ripensare la socialità come una casa comune dove condividere l’intimità di un cuscino.

Robinson | la Repubblica

Lascia un commento