“Futuros arcaicos”, nel tempo profondo dello smarrimento

L’Impero (Valanga) di Wolfgang Tillmans (2005) è un dirupo di pietre, un luogo desolato ritratto in bianco e nero. La Gran forma lenta di Henry Moore (1962) è una figura scura di un immaginifico animale, ripiegato su sé stesso. Sono le due opere che aprono “Futuros arcaicos”, la mostra (visitabile fino al 1° marzo) al Museo Tamayo di Città del Messico, la più prestigiosa istituzione d’arte contemporanea del paese nordamericano. Cuore di questa indagine sono i decenni del ‘60 e dei ‘70, con incursioni prima e dopo, quasi fino ai nostri giorni. In più, si aggiungono «delle annotazioni a piè di pagina», come le definisce la curatrice (e direttrice del museo) Andrea Torreblanca, riferendosi alle foto di viaggio, ai filmati e ai reperti raccolti da Rufino Tamayo tra le vestigia delle culture più antiche in giro per il mondo.
Considerato uno dei più importanti artisti messicani del Novecento, Tamayo e la moglie Olga Flores Rivas hanno raccolto una grande collezione di opere d’arte moderna e contemporanea, poi donata allo Stato, diventando il nucleo del museo aperto nel 1981. Da questa collezione escono le 55 opere di 41 artisti che compongono la mostra.

A distanza di quasi un anno dall’inaugurazione, “Futuros arcaicos” ha assunto un sapore diverso, perché nel frattempo siamo stati scaraventati nell’era trumpiana: il primato dell’aggressione e la tecno-feudalità stanno ridisegnando non solo la grammatica del potere, ma anche le aspettative, gli immaginari e le nostre paure.

Ecco perché ora questa mostra risuona così evocativa: la desolazione dell’impero e l’opacità delle forme, dunque, sembrano il preludio di una ricerca nel tempo dello smarrimento. Non ci bastano più le parole che conoscevamo. Siamo spinti a cercare un nuovo lessico e le fonti da cui attingerlo. 
«Una domanda simile se l’era posta anche la generazione uscita dalla Seconda guerra mondiale», ricorda la curatrice, quando un mondo sfigurato si inoltrava in un’epoca dove predominava la razionalità della tecnica e dell’economia nello sforzo di ricostruzione, dentro un nuovo ordine segnato dalla cortina di ferro. Quella generazione di artisti, in rottura con le avanguardie e fuori dai realismi socialisti o di mercato, ha cercato nuove tracce di futuro nelle profondità della storia e delle culture, come qualcosa di immanente e di universale. Un futuro arcaico, appunto.

Le campiture di Rothko, i Muri di cielo di Louise Nevelson, i paesaggi di Zoran Music, le enigmatiche Figuras di Antoni Tàpies, ci invitano ad aguzzare una vista laterale, a scegliere l’esodo di fronte al magma violento del presente. «Nei decenni dopo la guerra, gli artisti si lanciarono indietro per scrutare il futuro – sottolinea Andrea Torreblanca – Troviamo chi reincontrò la calligrafia, chi il deserto e le cosmovisioni ancestrali». Una lezione per il presente? «Riappropriarsi della materialità delle pietre, delle fibre, dei fossili e dei metalli costringe a una dimensione di lentezza, per permetterci di ascoltare, usare tutti i sensi, concentrarci».
Materia e visionarietà non sono antitetici. Lo dimostrano gli ambienti sonori creati da artiste contemporanee (Meredith Monk, Delia Derbyshire ed Elsa Stansfield, Annie Gosfield, oltre a una Flute Mexicaine di Pierre Schaeffer), capaci di sofisticati tappeti musicali, nati elaborando colpi e battiti, fruscii e silenzi elettronici: sono loro che accompagnano i visitatori, di sala in sala.
Lungo la mostra, riceviamo inviti: attraversare il deserto, ad esempio, addentrandoci in un granuloso mondo di materiale vivente, come nel Messaggio da una stella del deserto di Mark Tobey (1971); Quando i luoghi sono aridi e arenosi (Susanna Sierra, 1979) possono rivelarsi documenti coperti di scritture. Poi ci sono moniti: il Tanatos di Wojciech Sadley (1973), cascata di fibre rosse annodate o l’enorme Guernica tessile di Maria Assumpció Raventós (1976).
Parola chiave è alchimia, rimarca la curatrice, perché «ci ricorda sempre la possibilità di trasformare il reale». Ecco il lavoro di Olga de Amaral (1983) che porta proprio quel titolo: una presenza che cala dal soffitto, intreccio di lino, carta di riso, oro e gesso. De Amaral pensava all’oro come meraviglia e maledizione, offerte alle divinità e caravelle cariche di lingotti fino a inabissarsi. Non è un tempo così arcaico, se pensiamo al futuro che viviamo: persino di fronte ad artificiali intelligenze e guerre cibernetiche, alla fine tutto sembra ridursi a terre rare e bastimenti di petrolio e rotte artiche. Forse per questo la curatrice parla della mostra come «una sorta di meccanismo di finzione, che ci tiene in allerta e ci interroga».
Lo stesso Rufino Tamayo (1899-1991), nella sua ricerca artistica si era allontanato dalla corrente didascalicamente politica sorta dopo la Rivoluzione messicana. A differenza di Diego Rivera o José Clemente Orozco, il Messico da una parte gli stava stretto e dall’altra lo considerava una fonte di messaggi universali. È quel “cercare oltre” che gli ha permesso di inoltrarsi in sentieri inesplorati, spogliandoli di esotismo e riscoprendone una energia sovversiva. E così, d’improvviso, appare una pipa preispanica: la vediamo in una teca all’interno di una parete, che fa da ponte tra due sale e tra artisti così diversi e così lontani. In quella sua forma allungata, non è solo una raffinata macchina del tempo per questi futuri arcaici, per basculare tra il reale e le visioni, per consacrare e per predire.

Alias | il Manifesto

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