«Thank you for coming», riscrittura di reperti del domestico

Spazio Punch è un grande capannone dai muri scrostati e il pavimento una nuda colata di cemento. Un tempo, questa era una fabbrica di birre e liquori, a fianco dell’ex-Mulino Stucky, nell’isola industriale e operaia di Venezia, la Giudecca. Oggi è una fabbrica di arte.
Ventidue oggetti, apparentemente anonimi, si susseguono illuminati dalle luci al neon, come fosse lo showroom di una manifattura. Eppure, ognuno di questi oggetti ha un valore che si misura in biografie e dono, quello che i loro proprietari hanno compiuto mettendoli nelle mani di altrettanti artisti. A questi artisti è stato affidato un compito: cambiare il destino di ciascun manufatto e farli tutti transitare dall’oblio al desiderio.
Edoardo Lazzari e Claudio Piscopo hanno messo in piega una mostra nata come mercato (un’asta si farà davvero) e diventata in realtà una struggente coreografia di gesti e presenze, che già dal titolo dichiara la potenza nell’essere gentili, in una città aggredita e aggressiva come Venezia: Thank you for coming (fino al 10 gennaio 2026). La mostra è accompagnata da un lookbook-inventario a cura di Sara Papa e Valentina Venturi, testi di Caterina Serra e Stefano Mudu.
I due curatori hanno iniziato con una open-call, cercando nelle reti di amici, conoscenti e vicini di casa vecchi oggetti che ognuno desiderava liberarsene, pur essendone in qualche modo legato. Sono arrivati guantoni da box, riviste introvabili, un baule ingombrante, cappotti militari e scarpe con tacco a banana, lenzuola sdrucite, un set di sottobicchieri in argento e cristallo. A quel punto è stata attivata un’altra rete, questa volta di artisti. Raccontano i due curatori: «Abbiamo chiesto di reimmaginare quei materiali, senza stravolgerne la natura, né ferirne la biografia. Come rigenerarli senza camuffarli in qualcos’altro? Thank You for Coming nasce proprio dal desiderio di ringraziare gli oggetti, di accoglierli nelle loro storie e di lasciarli fluire verso nuove possibilità».
Da qui un lavoro di riscrittura di questi reperti del domestico. Filippo Soffiati, ad esempio, ha reinventato la divisa di una associazione remiera in un abito cinquecentesco, con tanto di pantaloni a palloncino e brachetta. Riccardo Giacomini ha provato invano a rimettere in funzione una vecchia radio a valvole e ne ha fatto un nido di vespe, per evocarne almeno il ronzio. Un parka dell’aviazione americana è stato sovrascritto, con motivi floreali, inserti e nuovi grandi bottoni, da Maddalena Tesser. Marta Magini ha adottato due grandi caffettiere e le ha rigate meticolosa con una quantità di precise incisioni come fossero due corpi scultorei. Angelo Licciardello si è preso cura di una copia de Il diario segreto di Laura Palmer, scritto da Jennifer Lynch, figlia di David, e ne ha fatto un diario di viaggio per raggiungere il fratello, innestandovi adesivi, materiali epistolari e inserti cartacei. E così via.
Un lungo racconto attorno ai residui della nostra vita, scarti maneggiati come un capitale sociale fatto di relazioni, di ricordi, di saperi, di affetti e di invenzioni. Dunque, un materiale politico. Thank you for coming sembra il tentativo di un’orchestra sociale – in realtà frammenti di piccole comunità disorientate – di rammendare l’ordito di una Venezia strattonata, comprata, svuotata. Maria Morganti ce lo ricorda, incollando sulla superficie dei preziosi sottobicchieri le immagini delle tante proteste che si sono succedute in città, dalle grandi navi ai grandi alberghi fino allo sfacciato matrimonio di uno dei tecno-feudatari globali. Ce li incolla perché possiamo ricordarcene ogni volta che solleviamo un bicchiere.

il Manifesto

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