La Sala Verde è l’unica ad avere un caminetto. Lo si vede ancora, anche se è occupato da un televisore, proprio sotto una grande specchiera in stile Impero. Eppure, fin da quando il Caffè Pedrocchi è stato aperto, nel lontano 1831, questa sala ha sempre accolto chiunque, poveracci e studenti che qui potevano sostare anche senza ordinare nulla. La tradizione è rimasta intatta.
In testa a una infilata di stanze, la Sala Verde è la prima a sinistra quando si entra. Ha anche un suo terrazzo (custodito da una coppia di leoni in pietra, su cui sempre qualcuno ci sale a cavalcioni) che dà su Piazza Cavour e sulla destra il Bo, il palazzo storico dell’Università. Seduto a uno dei sei tavoli posso vedere le altre sale, separate da porte di vetro. La Sala Rossa, con un pianoforte al centro; in fondo la Sala Bianca, dalle tonalità di avorio e oro.
Da qui si osserva l’andirivieni incessante di turisti, ammirati dallo splendore di questo Caffè monumentale, coi fiori freschi ai tavoli, gli stucchi, il luccichio degli specchi, i simboli massonici disseminati ovunque e i banconi sontuosi e i lampadari d’epoca e il fruscio dei camerieri. Nella Sala Verde, i miei vicini sono tutti anziani, intenti a leggere i giornali che trovano sui tavoli. Uno trascina una grande borsa di stoffa da cui estrae taccuini e fogli di carta. Un altro si è appisolato. Una coppia arriva col vassoio con la colazione. Il signor Luciano mi racconta di quanto sia fiero di questo posto: «Vengo ogni mattina. Qui nessuno si aspetta che consumi, la Sala Verde appartiene a tutta la città, ricco o povero che sia».
Arrivano alcuni studenti. Al bancone mostrano il tesserino dell’Università che gli dà diritto a un caffè americano, prendono le tazze e vengono a sedersi. «Per un periodo abbiamo offerto agli studenti anche lo spritz – mi racconta Vera Scarin, che lavora qui da otto anni – Ma poi ci siamo fermati». Ride e allarga le braccia, ché siamo in Veneto e uno spritz non basta mai. Sulle pareti una serie di fotografie: «Ospitiamo sempre qualche evento d’arte o la presentazione di un libro, soprattutto per chi non può noleggiare una sala». La signora vicino al mio tavolo, ad esempio, deve presentare una raccolta fondi di beneficenza per una piccola associazione e ha chiamato qui una telecamera e un paio di cronisti.
Chi è al verde sa che c’è la Sala Verde del Pedrocchi. Nessuno sa spiegare perché si dica «essere al verde». Verde è sempre stata la stoffa sui tavoli dei giochi d’azzardo che prosciugavano le tasche. Verde era la lanterna all’ingresso degli enti di carità, ultima spiaggia per chi precipitava nella miseria. «Quando mia speme già condotta al verde», cantava Petrarca nel suo Canzoniere: ce lo ricorda la Crusca. Lucilla Pizzoli, per Treccani, cita Puccio Lamoni, «Esser’ al verde. Esser’ alla fine»: nella Firenze del Seicento, infatti, le aste pubbliche si chiudevano quando la fiamma della candela raggiungeva la base color verde. Può essere, ma a Padova chiunque giurerebbe che l’espressione risalga al colore di questa stanza.
È strano il Pedrocchi. Se per i turisti è un’abbagliante attrazione, per molti padovani assomiglia a uno strano parente che è in casa da sempre. L’ho chiesto ad almeno dieci persone. Ma la signora Barbara, di ritorno dal mercato nelle vicine Piazze delle Erbe e della Frutta, è illuminante: «Il Pedrocchi non è un bar, è un monumento». Forse vuol dire che non è usuale darsi appuntamento qui, ma tutti avvertono una sorta di riverenza affettuosa di fronte alla Storia. Allora bisogna tornare indietro. E ricominciare da dove è partito tutto. Da Antonio Pedrocchi.
È lui che eredita la bottega di caffè dal padre e sogna in grande. Nel 1826 presenta il progetto, mentre acquisisce via via gli immobili vicini, fino a ipotecare tutto pur di far partire il cantiere. Quando comincia a prendere forma lo stabile sotto la guida di tale Giuseppe Bisacco, Pedrocchi ne è così insoddisfatto da chiedere aiuto a un grande architetto come Giuseppe Jappelli, che ridisegna, demolisce e costruisce. L’inaugurazione avviene il 9 giugno 1831, quando solo il pianterreno è finito. Ed è subito un successo. Nel 1842, con il IV Congresso degli scienziati, si aprono anche i piani superiori. Questo strano edificio a forma di clavicembalo è una sbalorditiva architettura, così eclettica da contenere l’impensabile, dai decori finti-egizi, romani ed etruschi fino a splendori stile Impero, sale ottagonali e una torretta gotica. Di sicuro è uno dei luoghi più ambiti e ammirati dell’epoca, salotto di dispute politiche e intellettuali, club di massoni, aristocratici e uomini d’affari, centro di rivolte studentesche come i celebri moti del 1848. Il «Caffè senza porte», come viene chiamato, è aperto giorno e notte, almeno fino al 1916, quando la paura dei bombardamenti gli fa spegnere le luci.
Se la Storia lo ha attraversato come una tormenta, la Sala Verde ha mantenuto la regola di dar rifugio e una bevanda calda a tutti, come ha sempre voluto Antonio Pedrocchi. La Sala Verde è rimasta una piega tra il dentro e il fuori, dove le regole del denaro sono un po’ alterate. «C’è sempre qualcosa di scorretto al Pedrocchi», secondo il maître, Roberto Maltinti e racconta la storia del fondatore che regalava gli stuzzicadenti agli avventori della Sala, prima che lasciassero il locale, per fingere di fronte a tutti di aver pranzato.
Scorretto a suo modo è anche il caffè tipico che servono, con crema fredda aromatizzata alla menta (e tanto di foglia immersa dentro), polvere di cacao e una miscela di arabica messa a punto dalla Torrefazione Moreno di Napoli: «L’abbiamo testata con decine di persone prima di trovare la giusta combinazione: abbiamo scoperto che per i padovani l’arabica 100% è un gusto troppo forte».
Sarà per questa difficoltà nel trovare la miscela giusta che molti padovani guardano il Pedrocchi di sottecchi, proprio come fa Sara: «È un po’ come il Camparino in Galleria a Milano». «È difficile dire come il Pedrocchi sia percepito dai padovani – mi racconta Roberto Nardi, scrittore e saggista, da anni a Padova – Tutti lo conoscono, ma non è detto che lo frequentino. Ho la sensazione che trovi sé stesso quando c’è la percezione che per il suo valore storico è anche luogo del quotidiano».
Prima di morire Antonio Pedrocchi adotta Domenico, il figlio del suo garzone più fidato. E gli lascia tutto. È lui a cedere in eredità alla città nel 1891 l’intero “Stabilimento”, come veniva chiamato. Da allora il Comune si è affidato a tanti gestori, con alterne fortune. Negli ultimi dieci anni, è la milanese FedeGroup, ora di proprietà del Fondo di Investimento Quadrivio. Che sia stato un buon affare, i dati che snocciola il direttore, Manolo Arrigoni, sembrano confermarlo: «Più di 5 milioni di fatturato l’anno, che valgono al Comune almeno 600 mila euro, un centinaio di dipendenti, più di 300 eventi ospitati». E quanti caffè? Sorride: «Tra i 150 e i 220 chili ogni settimana».
Ritorno in Sala Verde. Una ragazza francese è impegnata al suo portatile. Torna il vecchio signore con la sua grande borsa di tela piena di fogli. Ecco la sala di chi è al verde. Osservo i pavimenti e penso alle parole del maître: «È qui che Antonio Pedrocchi ha voluto i marmi più pregiati».