I falchi della Laguna

Dea mi scruta con attenzione. Se avessi gli occhi di questa poiana di Harris, sarebbero delle dimensioni di due limoni, vedrei dieci volte più in profondità e avrei un campo visivo a grandangolo. Così almeno mi spiega Samuel il falconiere. Lei è aggrappata alla sua mano, gli artigli affilati sul guanto di cuoio, le zampe avvolte dai “geti” (come vengono chiamati i laccetti) a loro volta annodati alla “lunga”, un cordino blu.
Dea distoglie lo sguardo da me e punta a un piccione che furtivo vorrebbe gironzolare tra i piedi di una coppia di avventori all’ora dell’aperitivo, impaziente di banchettare non appena si alzeranno. Basta un movimento delle ali, che apre nello splendore di un piumaggio speziato color caffè, e il piccione si dà alla fuga. Il terrazzo appartiene al più lussuoso hotel di Murano, il Hyatt, che ha preso il posto di un’antica fabbrica dove un tempo si realizzavano le conterie, le sofisticate perle in vetro.
Falco e falconiere entrano in servizio al Hyatt due volte la settimana per un paio d’ore. «Quando sono arrivato, poco più di un anno fa, la situazione era quasi fuori controllo – racconta Armando Waser, il direttore – Se vuoi mantenere uno standard alto devi trovare delle soluzioni. E questa ci è sembrata subito la più efficace e la più ecologica».
La stessa risposta la possono dare i manager degli hotel a cinque stelle e dei quattro stelle lusso nel centro storico lagunare. Da loro, falchi e falconieri sono ormai in servizio permanente. Nessuna di queste strutture può permettersi le scene che in qualsiasi bar sono quotidiane, tavoli attaccati da piccioni voraci e panini scippati per strada da gabbiani killer. Non è solo una questione di reputazione, anche se le recensioni social  sono un’arma letale, ma ormai è un problema di convivenza tra umani e volatili.
Non c’è veneziano o turista che non racconti un assalto venuto dal cielo. «Qui il problema è sentito più che in qualsiasi altra città», riflette Alessandro Mazzieri, direttore del Hotel Continental. «Venezia non è Roma: in uno spazio urbano limitato, pedonale e immerso nell’acqua, si concentra una folla enorme e quindi una quantità di cibo ovunque, nei punti di ristorazione e per strada». Il Continental, a poca distanza dalla stazione ferroviaria, si affaccia sul Canal Grande con una terrazza colorata di fiori che tutti riconoscono e una veranda su Rio Terà dei Sabioni, una piccola “piazza” dove sotto la frescura degli alberi si fermano a riposare torpedoni di turisti. Un luogo perfetto dove trovare cibo. In città si dice che i piccioni preferiscono lo spritz e i gabbiani privilegiano i pranzi. E sono questi ultimi, i grandi gabbiani reali, bianchi, spavaldi e da un becco implacabile, i principali imputati del caos sotto il cielo di Venezia.
Ma quanti sono, si chiedono tutti. Nel 2005 il famoso etologo Danilo Mainardi aveva contato 24 coppie nidificatrici. Nel 2018 il primo censimento completo in centro storico (escluse le isole) ne ha registrate circa 450, arrivate a più di 500 tre anni dopo. L’anno scorso la sorpresa: le coppie di gabbiano reale erano diminuite di oltre un terzo: 350. A raccontarcelo è Francesca Coccon, naturalista, ricercatrice al Corila, il consorzio per lo studio dell’ecosistema lagunare. «Possiamo ipotizzare due ragioni. Primo: per effetto dei tanti lavori di ristrutturazione, durante l’ondata dei bonus edilizi, molti tetti non erano più disponibili per nidificare. Secondo: con il nuovo sistema di raccolta dei rifiuti, da alcuni anni non si lasciano più i sacchetti fuori dalla porta di casa, ma li ritirano gli operatori». Peraltro, ci spiega, i gabbiani reali estremamente adattabili: durante il periodo invernale, aspettano i banchi di cefali che si rifugiano nei canali interni e assieme ai cormorani fanno vere e proprie scene di caccia. In alternativa, si avventano sui piccioni.
Il Corila, assieme a Comune e Veritas (la municipalizzata della raccolta di rifiuti), ha stilato un vademecum rivolto a ristoratori e residenti, turisti e hotel. Venezia è la prima città a dotarsi di un «piano strategico ecosistemico integrato», per gestire il fenomeno della fauna selvatica urbana, come viene chiamata. Tutti cercano di attivarsi. Gli hotel hanno scelto la falconeria. Efficace, dicono; e un’ottima scelta di marketing: vedere in azione falchi e falconieri dà un tocco di glamour impagabile in una città che già suscita sogni a occhi aperti. Alcuni, i più lussuosi e con grandi capacità di budget, li tengono in servizio anche sette giorni su sette.
Samuel il falconiere gira attorno alle terrazze con Dea appoggiata sul polso. Elegante, algida, mostra vezzosa il giallo intenso tra gli occhi e il becco appuntito. È attenta e in allarme, ma ogni tanto nasconde la testa al petto del suo partner. «Il rapporto tra noi due è intenso, speciale, non di comando ma di complicità». Samuel Bozzato, cinquantenne, che di formazione è in realtà un chinesiologo, risiede a Chioggia ed è diventato falconiere «grazie a un amico veterinario, che mi ha mandato a fare un corso di un anno». Nella sua tenuta ha quindici falchi americani e un team di cinque collaboratori. Non è il solo a operare in questo settore. Nella veronese Malcesine, anche Nicola Chincarini, ventisettenne, ha una sua impresa, con undici predatori e quattro dipendenti. Vista la quantità di richieste, Samuel e Nicola hanno preferito cooperare piuttosto che competere: «Non solo hotel, ma eventi sportivi e culturali, villaggi turistici, monumenti, magazzini di stoccaggio, aziende ospedaliere e alimentari». E un’intera città, Venezia appunto.
Nicola lo incontriamo all’Hotel Saint Regis, uno dei magneti del lusso lagunare, con tre terrazze di fronte alla Basilica della Salute, a un passo dal Bacino di San Marco. Sul suo polso è aggrappato Uccellino, così si chiama questo giovane maschio di poiana di Harris. Quando i due si muovono tra i tavoli, all’ora di pranzo, i clienti si fermano a guardarli con stupore, mentre sopra le teste un gruppo di gabbiani volteggia nervoso, ognuno lanciando l’allarme agli altri. «Raramente li lasciamo volare. Capita se l’hotel ha un grande giardino o un parco – dice Nicola – Se attaccano un gabbiano e lo portano a terra, non sarebbe una bella scena né è necessario, dobbiamo solo tenerli lontani. E comunque, i gabbiani potrebbero diventare pericolosi per il falco». Così, torna una storia che in tanti conoscono. Risale a qualche anno fa, durante uno dei primi esperimenti al cimitero storico dell’isola di San Michele. Alzatosi in volo, il piccolo falco è stato circondato da uno stormo di gabbiani reali che, nello spazio aperto della laguna, lo ha spinto in acqua fino a farlo affogare.
Venezia è sempre il campo di una qualche battaglia. Eppure, l’impressione è che quella tra falchi poliziotti e gabbiani affamati, qui non sia che un capitolo di un’inestricabile giostra fra umani e non umani, gabbiani e piccioni, residenti e turisti, tassisti e gondolieri, in una città frastornata in cui prede e predatori ormai si fa fatica a distinguerli. «Il fatto è che con gli animali selvatici dobbiamo conviverci – ci ricorda Francesca Coccon – Con questa specie e con altre che arriveranno, mentre gli habitat naturali si riducono o diventano inospitali». Pensando a Venezia, il dubbio è a cosa davvero si riferisca.

il Venerdì | la Repubblica

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