Nel fondale sabbioso del Lido, è più facile tirar su cocci di vecchi vasi da farmacia, alcuni di fine Ottocento visto il marchio che portano, piuttosto che vongole. Virginio scuote la testa: «È da due anni che non si trovano». L’ultima volta, racconta, ne ha tirate su così tante che, avendo di lì a due giorni un volo per la sua vacanza in Irlanda, ha improvvisato una cena con tutti i vicini. Come molti veneziani, con l’apertura della stagione balneare anche lui si mette in acqua non lontano dalla battigia, accanto a file di vecchie signore. Dalla riva, li si vede accucciati, mani nella sabbia in cerca dei prelibati molluschi così tipici della laguna. Eppure, la scomparsa delle vongole è ben più di un passatempo andato a vuoto. Sta diventando un dramma ecologico ed economico.
Gianni Stival è a capo del consorzio dei pescatori di vongole, il Cogevo, oltre che presidente nazionale dei consorzi di molluschi. È affranto: «Ho fatto il pescatore per venticinque anni e non ho mai visto una cosa simile». Da Caorle a Chioggia, racconta, 160 imbarcazioni sono in darsena da troppo tempo: «Otto mesi di ferma e ce ne aspettano altri otto senza poter lavorare». Le 85 imprese di Chioggia e le 90 di Venezia danno lavoro a cinquecento pescatori, che sommati all’indotto fanno tremila persone. Un settore che, prima della crisi, si traduceva in 20 milioni di euro l’anno.
Dalla metà degli anni Novanta, la pesca di vongole è regolamentata e i consorzi hanno in concessione porzioni di mare. Un terzo delle vongole italiane si trovava proprio qui, tra Monfalcone e Chioggia. Questi molluschi (conosciuti anche come “lupini” o “bevarasse”) vivono in fondali sabbiosi, dentro la tipica conchiglia che l’animale costruisce estraendo carbonato di sodio dall’acqua.
Se la vongola è un architetto, i pescatori sono in realtà contadini. «Siamo i contadini del mare», dice con orgoglio Stival. Ora, ad esempio, stanno “seminando”, tra Chioggia, Caorle e Pellestrina, le vongole acquistate dai consorzi di Civitanova Marche e San Benedetto del Tronto, grazie a un progetto finanziato dalla Regione Veneto: hanno depositato quattromila sacchi di molluschi da dieci chili l’uno e una seconda semina è prevista a fine settembre. Nel giro di otto mesi dovrebbero ripopolarsi. «Ma nessuno di noi sa se riusciranno a crescere e a sopravvivere». Nelle ultime stagioni di pesca sono tornati a casa a mani vuote.
Cosa è successo allora sulle coste venete? Per tutti, il colpevole ha un nome diventato famoso: granchio blu. Ma anche l’invasione di questo crostaceo è l’effetto di qualcosa di ben più grave. Per spiegarlo, Gianni Stival ricorda una cosa che solo i pescatori sanno: «Non c’è più il vento di bora. E la bora è vitale, perché porta il ricambio di sabbia e di acqua».
Sono ormai sette anni che il settore è in crisi, gonfiatasi attorno a un almanacco di eventi: «Nel 2018 la tempesta Vaia ha scaricato in mare una quantità di detriti e terre inquinate, il 2019 è stato l’anno delle alluvioni, e così il 2022 e l’anno scorso pure con la grande piena del Po che si è rovesciata nel delta. Il mare non riesce più a far fronte a tutto quello che gli arriva». Nelle ultime settimane l’Adriatico è tornato verde, affollato di alghe, soprattutto dopo le recenti forti piogge. E le acque più calde del solito: «Le temperature così alte soffocano la vita. Le vongole, che sono il termometro del mare, sono le prime vittime». Il cambiamento climatico, per chi avesse ancora dubbi, si misura anche così, mettendo le mani nell’Adriatico.
«I sistemi lagunari si stanno modificando a vista d’occhio», ci racconta Pietro Franzoi, ecologo, docente all’Università Ca’ Foscari. «Non c’è più traccia neanche di altre specie». Un esempio è la passera, finora tipica dell’Altro Adriatico: non può fuggire, come altri pesci, verso le acque del Nord, perché il mare qui si chiude e non c’è via di scampo. In queste condizioni, per il granchio blu è stata una festa: «Nel Mediterraneo è conosciuto fin dagli anni Quaranta, ma con i cambiamenti ambientali ha trovato habitat sempre più favorevoli: nell’Egeo fin dal 2000 e da un paio d’anni è esploso nel Delta del Po». Per di più, spiega l’ecologo, «è materialmente impossibile da eradicare: ogni femmina produce due milioni di larve ogni volta, che diventano almeno il doppio nel corso della sua vita». A farne le spese è proprio la pesca di vongole che, «a differenza di altre esperienze invasive, è una attività sostenibile, un’acquacoltura controllata e naturale, che non ricorre a mangimi né a farmaci». Eppure, potrebbe scomparire.
«Abbiamo investito in macchine e strutture che ora sono ferme», sottolinea Gianni Stival. Per tamponare la crisi, la Regione Veneto c’ha messo più di un milione di euro. Un progetto per un valore di 3,5 milioni è sul tavolo del Ministero dell’agricoltura, ma se continua così ne serviranno almeno dieci. E soprattutto strategie: «bisogna aiutare la laguna ad essere resiliente», dice il professore. Con azioni molteplici sul territorio e in mare: sono tutti d’accordo, esperti e pescatori. «La sfida è provare a ristabilire nuovi equilibri». Un esempio? «Nuove ricerche ci dicono che anche i granchi blu hanno i loro predatori, soprattutto nella fase non adulta». E poi non resta che riorientare pezzi della filiera della pesca, visto che lo stesso granchio blu è considerato prelibato in cucina. Intanto, di fronte al Lido persino le signore in costume a fiori, coi cocci di vecchi vasi in mano, guardano stordite il mare.
il Venerdì | la Repubblica