Andiamo a Campo Santi Giovanni e Paolo, dove la Scuola Grande di San Marco è l’ingresso monumentale dell’Ospedale Civile: sullo stipite sinistro del portale appare un galeone maestoso, inciso di così tanti dettagli che grazie alla forma della prua si risale al Seicento. Ci infiliamo a Palazzo Ducale: sulle vetrate ovoidali della Scala d’Oro sono graffiati dei nomi: un tale Alessandro Comelati, così si firma, si presenta come scudiere del Doge e ci mette pure l’anno, 1731. Raggiungiamo Palazzo Grimani: è Magno Lauter, proprio il grande liutaio bavarese, a lasciare la sua firma su una delle colonne del cortile, compresa la data,1618. Passiamo per Campo San Moisè e una grafia esile riporta, sul marmo rosso di un palazzo, piccoli versi tracciati dal lapis: “Quelle due ragazze che escono alla sera qui, due angeli”. Uno struggimento urgente, antico di sicuro, impossibile da datare.
Migliaia di scritte simili, incisioni, marchi, disegni, graffiti coprono i muri di Venezia. È un enciclopedico catalogo di segni, firme, disegni, date, cronache minute e sentimentali. Un diario corale e chiassoso, lungo secoli, è alla vista di tutti, steso sulla pelle di marmo e pietre. Benvenuti nella città tatuata.
Ci sono voluti cinque anni ad Alberto Toso Fei e a Desi Marangon per battere la città palmo a palmo, tra calli, corti e cortili, fondamenta e antri di palazzi, dentro le celle delle antiche prigioni e i pontili di traghetti e gondole. Altri tre anni c’hanno messo per radiografare l’Arsenale, che è città nella città, vestigia della più grande fabbrica dell’età moderna e ora in gran parte sede delle attività della Biennale. «Questa è una città che è sempre stata scritta», dicono subito.
Alberto Toso Fei è scrittore, storyteller e appassionato della storia di questi luoghi, lui che è veneziano dal 1351, tanto è riuscito a risalire. Desi Marangon è storica, specializzata in iscrizioni medievali. Insieme hanno prodotto un lavoro di public history di eccezionale valore, condensato in due libri (I graffiti di Venezia, nel 2022, e L’Arsenale, fresco di stampa, entrambi per le edizioni lineadacqua) e un festival, Urbs Scripta, la cui terza edizione si è appena conclusa.
«Lo ammetto: è stata una scoperta anche per noi», dice Alberto Toso Fei, quando ci incontriamo nella Piazzetta dominata dalle colonne di San Marco e San Tòdaro. «Alcuni di questi graffiti sono famosi, ma scoprirne così tanti e ricostruire così tante storie è stata un’esperienza eccezionale. È come osservare la storia di Venezia riscritta da migliaia di mani e di epoche diverse. Una storia di storie». A quel punto ci aggiriamo tra il colonnato della Piazzetta che divide la Biblioteca Marciana e Palazzo Ducale. Ed eccola che appare la città scritta. “W Marco Giustiniani” è ripetuto su un’infilata di pilastri, con tanto di zogia, il copricapo dogale: devono aver esultato, quel giorno del 1684, i sostenitori di Marcantonio Giustiniani, quando veniva eletto doge già al primo scrutinio. Sono scritte rossastre o brune, realizzate con una matrice, uno stencil diremmo oggi. «I suoi sostenitori erano contenti, lui meno: saputa la notizia annunciò di volersi fare frate, e non è stato facile convincerlo».
Palazzo Ducale è il cuore delle battaglie politiche, finito ricoperto da qualsiasi scritta e firma, come quel “Giovanni Panutti, funzionario distributore nella Regia Biblioteca Marciana, 3 maggio 1875”. «Ce lo possiamo immaginare tappezzato di cartelli, incisioni, biglietti, come una grande bacheca urbana», racconta Desi Marangon. Basta osservare certe vedute del Canaletto che, come perfette istantanee, ritraggono il colonnato conciato a festa. Ma non era illegale? «Il rapporto tra graffiti e illegalità è ben più complesso di quello che pensiamo – riflette la studiosa – La polizia interveniva solo quando il potere si sentiva minacciato. Per contrappasso, proprio gli archivi della repressione hanno conservato, con dovizia di dati e informazioni, una quantità di graffiti andati perduti».
Ovunque è un controcanto popolare: marche mercantili, stemmi di casate e ordini professionali, elmi e soldati, insulti, malefici e genitali maschili, formule magiche e un pulviscolo di stelle a cinque, sei o otto punte tra esoterismo e fede e alfabeti antichi o di terre lontane. E poi segni religiosi e croci di tutte le fogge: capita di trovarne tracciate a grappoli fino a coprire una parete, come a San Simeon Piccolo, di fronte alla stazione. Disegnate con il fumo di candela, in quel caso, o con qualsiasi materiale utile, che fosse pece, cocciopesto, porpora, sangue o ruggine e saliva, fino al lapis a partire dall’Ottocento.
A volte si segnano, in presa diretta, eventi memorabili: la laguna che ghiaccia (“Eterna memoria dell’anno 1864 del giaccio veduto in Venezia” o “memoria dell’inverno longo”), una battaglia cruciale (“Adì 18 zugno Buda fu assediata”) o la fine di un incubo (“W l’Italia libera 28 aprile 1945”).
Altre volte si raccontano storie lunghe e dolorose. È il caso del Lazzaretto Nuovo, l’isola destinata alla quarantena per difendersi dalla peste. Se al Lazzaretto Vecchio venivano confinati i malati, con poche speranze di vita, qui si fermava chi era sopravvissuto al morbo (o era sospettato di contagio) e si detenevano le merci in arrivo dall’Oriente, mettendole all’aria e al sole. Ci andiamo con un gruppo di partecipanti al festival. Seguiamo una filiera di gelsi vecchi di due secoli e appare il grande Tezòn, l’edificio dove si ammassavano tappetti, pellicce, stoffe. Ci accoglie Francesca Malagnini, veneziana, storica della lingua all’Università per stranieri di Perugia. Cura il progetto Graff-IT con cui sta cartografando i graffiti medievali in Italia: «Tutte le città erano scritte – dice – Ma Venezia sembra quasi più densa, forse perché città di mare e di commerci, forse per il livello di istruzione così diffuso, anche tra le donne».
Legge i racconti lasciati sul muro dai bastàsi, i facchini che venivano dalle montagne, tracciati con il rosso di cocciopesto. Un’altra parete è una lunga testimonianza di tal Antonio Trevisan, guardiano dell’Ufficio della Sanità: è datato 6 luglio 1585, racconta di essere stato a capo di una squadra di lavoratori intenti a spurgare un lotto di merci giunte da Costantinopoli.
La Urbs scripta è una tipografica cucitura di memorie. Per ritrovare quella più antica, ci portiamo di fronte all’Arsenale. L’ingresso è custodito da alcuni leoni di pietra. Uno, grande tre metri, è là da più di trecento anni, portato da Atene da Francesco Morosini, la cui vittoria sugli ottomani è costata l’esplosione del Partenone. Il Leone del Pireo risale al IV secolo a.C., ma le incisioni sui fianchi si datano attorno al 1020. Sono i graffiti più antichi di cui si ha traccia in città e tra i più misteriosi: sono rune, incise da soldati vichinghi, mercenari al soldo dell’Imperatore d’Oriente come sue guardie personali. Sembrano formare la figura di un drago e all’interno si dice che Hakon, Ulf, Asmund e Aurn, conquistato il porto del Pireo, assieme a Harald il Grande, forse il loro capo, imposero ai greci una sanzione in denaro, colpevoli di essere insorti contro l’imperatore. Un monito e una cronaca. Una storia nella storia dentro la città tatuata.