La rivoluzione di Franco Basaglia ha avuto un’eco in tutto il mondo. In America Latina la sua influenza è stata profonda: lo testimoniano le sue Conferenze Brasiliane (ora ripubblicate da Il Saggiatore, pagg.304, 26 euro) e una serie di esperienze fiorite in tutta la regione. Risale al 1989 il primo manicomio chiuso sull’onda basagliana, quello di Río Negro, la grande provincia porta d’ingresso della Patagonia argentina. Protagonista è lo psichiatra Hugo Cohen, che sarà tra i promotori della legge federale del 2010 con l’obiettivo di cambiare radicalmente le politiche pubbliche sulla salute mentale. Una legge rimasta per lo più lettera morta. Eppure, proprio grazie a quelle vicende, l’Organizzazione Panamericana della Salute (OPS) coinvolge Cohen per quindici anni, nello sforzo di promuovere riforme e progetti per il diritto alla salute in tutta l’America Latina. «Purtroppo non ho mai incontrato Franco Basaglia, anche se sono debitore della sua rivoluzione – ci dice – Ho invece conosciuto la moglie, Franca Ongaro».
Come è avvenuto?
«È successo durante uno dei miei tanti viaggi per l’OPS. A Cuba, i triestini guidati da Franco Rotelli avevano un progetto di cooperazione con il governo cubano per aiutarlo a trasformare il sistema sanitario. Durante un ricevimento in ambasciata, ho conosciuto Franca Ongaro, una donna di grande intelligenza, artefice con Franco di quella rivoluzione».
Cuba a un certo punto è sembrata colpita dall’esperienza basagliana, ma come poteva funzionare una cosa tanto dirompente in un sistema così claustrofobico?
«Era paradossale. Un giorno, mentre ero all’Avana sempre con il mio incarico per la OPS, il direttore generale del Ministero della salute cubano, Guillermo Barrientos, mi ha chiesto di accompagnarlo: stava girando per la città alla ricerca di un edificio abbandonato da trasformare in una casa di comunità, come alternativa al manicomio. Per cui, mentre tutte le politiche del suo ministero erano indirizzate solo alla reclusione manicomiale, il suo direttore in solitaria cercava delle alternative, peraltro irrealizzabili. Questo spiega molte cose di Cuba e come possano correre parallele realtà diverse nello stesso Paese».
In Argentina, invece, lei il manicomio l’ha chiuso davvero. Cosa è rimasto di quella esperienza a Río Negro?
«È stato straordinario. Abbiamo cominciato nel 1985 e quattro anni dopo abbiamo chiuso il manicomio. Nel 1991 abbiamo fatto approvare la legge provinciale di desmanicomialización, la prima in Argentina e in tutto il Sudamerica. L’idea su cui abbiamo lavorato è l’attivazione di équipe di salute mentale in tutti gli ospedali, lavorando con le comunità locali. Il 60% del personale sono operatori di territorio, facilitatori, riferimenti di quartiere che fanno da intermediari con le strutture sanitarie. Nella Provincia ci sono tanti piccoli centri urbani dispersi in un grande territorio e l’équipe gira per visite a domicilio. Oggi sono 33, che coprono ogni località, anche la più isolata. Oggi è diventato normale avere un’equipe di salute mentale, nessuno l’ha finora messo in discussione».
Il sistema di Río Negro si è diffuso nel paese o è rimasto un caso isolato?
«Direi piuttosto isolato. Ci sono esperienze nella Provincia di Chubut, in Patagonia, dove si sono sviluppate delle cooperative un po’ sull’esempio triestino. Nel Chaco, a nord, importante è il centro comunitario Mejor ando en comunidad a La Barranquera sul Rio Paranà. Nella Grande Buenos Aires ci sono attività molto interessanti ma su micro-scala, come può essere una caffetteria, una cooperativa artigiana, un festival, gli artisti della Red de arte y salud mental. Ma sono molto frammentate. Forse la conseguenza più importante di Río Negro è che ha fatto da incubatrice alla legge federale del 2010, che rovescia la logica manicomiale. Il problema è che non è stata mai applicata: nessun manicomio è stato chiuso, lo Stato investe meno del 2% del bilancio della sanità mentre per legge dovrebbe essere il 10%. Nella capitale, dove si arriva all’8%, quasi tutte le risorse vanno a tenere aperti i quattro manicomi esistenti».
Perché quella legge si è arenata?
«Su questi temi, ovunque, c’è una resistenza enorme. Da noi, pesa non solo il disastroso mondo politico, ma anche un sistema accademico molto conservatore: io stesso sono stato attaccato pubblicamente e oggetto di ritorsione da parte di otto associazioni di psichiatri e psicologi, che mi hanno accusato di aver complottato con l’OPS contro il mio Paese. Persona non grata nelle strutture pubbliche, hanno scritto. Un’accusa grottesca».
Eppure, questo è il paese dove si va in massa dallo psicanalista un po’ come si fa con la palestra.
«È un bel paradosso. Siamo uno dei paesi al mondo con più psicologi, 130 ogni 100 mila abitanti. Robert Castel, il famoso sociologo e filosofo francese che ho conosciuto proprio a Trieste, aveva scritto già negli anni Ottanta che non necessariamente la psicanalisi diventa un’alleata quando si tratta di trasformare sistemi così radicati come quello della salute mentale. In molte circostanze il mondo della psicanalisi si è opposto duramente».
In Argentina si stima che nel 2024 quasi il 53% delle persone siano precipitate in uno stato di povertà e quasi il 19% nell’indigenza. Quanto potrebbe incidere sulla salute mentale una situazione simile?
«Ci sembra a tutti evidente che incida moltissimo. Il problema è scientifico: nessuno sta raccogliendo dati sulla relazione povertà-salute mentale. Non abbiamo studi seri che ci dicano di cosa stanno soffrendo le persone esposte a questo livello di miseria, dove sono, di chi stiamo parlando. Mi sembra che anche il mondo accademico sia più concentrato sulla clinica che sui fenomeni».Il suo presidente, Javier Milei, dice di avere come consulente il cane defunto che lui interpella, oppure evoca “le forze del Cielo contro il male” dei suoi oppositori. È uno di quei leader arrivati di recente al potere capaci di dire e fare cose inimmaginabili. C’è una chiave di lettura psichiatrica per capire la dimensione del potere in questo momento?
[ride] «A me non piace usare categorie della psichiatria per leggere i fenomeni sociali e politici. Già i miei colleghi sono interpellati per qualsiasi cosa. Eppure, rimango un ottimista cronico, perché penso che sempre le persone si possono unire e mobilitarsi, anche chi ha idee politiche diverse, su un obiettivo comune. Ad esempio, il primo atto di Milei è stato presentare in parlamento un decreto omnibus con 600 riforme di qualunque tipo. Chiedeva anche la deroga alla legge sulla salute mentale. Allora abbiamo creato un forum con altri colleghi, di diversi orientamenti politici, per fermare questo ritorno al passato. Abbiamo fatto un grande lavoro di pressione e di convincimento sui deputati e l’abbiamo vinta. Abbiamo dimostrato che si può fare».
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