Ci sono mulini che conservano la ruota, come quello sulla Roggia Sansughe nella padovana Cittadella; molti hanno in bella vista la Pietra consortile o quella di San Marco, sorta di “libretto di circolazione” rilasciato dalla Serenissima. In gran numero sono rimasti in funzione fino agli anni Sessanta del secolo scorso, pochissimi sono ancora attivi: è il caso del Santon a Codiverno, sul Rio Tergola. Ci sono mulini diventati case private o sede di imprese (come il Ronchin, a Zelarino) e altri sono solo ruderi che punteggiano la piatta campagna veneta.
Più di settanta ne ha contati Mauro Scroccaro, disseminati lungo sei fiumi tra le province di Padova, Venezia e Treviso. È stata una sorpresa anche per lui, che pure da trent’anni studia la storia del territorio. Allora, con il fotografo Giorgio Bombieri, ha cominciato a ricostruirne le tracce e le biografie, a dare un volto a questi oggetti che sembravano scomparsi dalla memoria del paesaggio veneto.
È nato così 6 fiumi per 70 mulini (pagg.192, euro 20), il volume edito dalla Cooperativa sociale La Città del Sole, in collaborazione con il Consorzio di Bonifica Acque Risorgive. La Cooperativa, che ha sede a Venezia, ha una lunga esperienza di cura del territorio (e delle persone vulnerabili), oltre che attivissima nella public history locale, tanto da dotarsi di un Centro di Documentazione, con biblioteca e archivio (coopcds.org).
Il libro è una guida storica e geografica, un viaggio visivo e sociale tra fiumi di risorgiva, macchine molitorie, architetture agricole, mappe e documenti antichi. Si incontrano ingegneri e mugnai, i Savi Esecutori alle Acque, fattori e guardiani consortili. E così si scopre che la Serenissima governava una rete di centinaia di mulini come un distretto economico strategico lungo la Pedemontana fino a quasi in laguna, orchestrando in modo integrale politiche agricole, macinature, commerci e gestione delle acque. Lungo solo i sei fiumi considerati (Sile, Zero, Dese, Marzenego, Muson e Tergola), «si contava un mulino ogni diciassette chilometri – spiega Mauro Scroccaro – Molti si trovavano sullo stesso corso d’acqua a distanza di neppure un chilometro».
Non che mancassero i conflitti. I proprietari e i gestori dei mulini, per garantirsi flussi costanti e importanti d’acqua, finivano per provocare tracimazioni, rotture di argini, allagamenti di campi e strade. Non a caso, viene da qui l’espressione «tirare l’acqua al proprio mulino». Spesso i contadini si sentivano imbrogliati: «Tra i mugnai del Sile che macinavano grano pubblico per Venezia – racconta Mauro Scroccaro – pare fossero sistematici i tentativi di frode, miscelando il macinato con crusca o altri scarti: nel ‘500 intervenne addirittura il Collegio dei Dieci a minacciare i rei con la pena di morte».
Oggi restano solo le impronte di quella lunga e appassionante vicenda. I mulini sopravvissuti hanno avuto destini diversi. In alcuni casi, anche virtuosi. Un esempio sono i progetti di restauro per inserirli in circuiti di turismo dolce. A Santa Cristina di Quinto di Treviso, ad esempio, il Mulino Cervara che risale al 1325, l’ente locale lo ha riattivato e inserito nell’Oasi del Parco del Sile. Lungo il fiume Dese, invece, il comune di Scorzé ha realizzato un percorso ciclopedonale che collega ben quattro vecchi opifici. Proprio girando su due ruote, libro in mano, si possono seguire sentieri inaspettati: «Con un giro di una quindicina di chilometri, ad esempio, si incontrano il Mulino Zorzi di Noale, restaurato ma non visitabile all’interno, il Baglioni a Massanzago, sede di una bella attività di bachicoltura, il Mazzacavallo e lo Stigliano col suo vecchio castello e la vicina Torre dei Tempesta fino a raggiungere Noale».
il Venerdì | la Repubblica