Paz Encina, esercizi di memoria

Paz Encina è una dei dodici artisti invitati a Il Nostro Tempo, CinéFondationCartier, un progetto espositivo costruito attorno alle immagini in movimento, in corso alla Triennale di Milano fino al 16 marzo prossimo. In un percorso visivo impregnato di lirismo come necessità del contemporaneo, non poteva non esserci la voce di questa regista paraguayana di grande raffinatezza, classe 1971, un debutto folgorante a Cannes nel 2006 con Hamaca paraguaya, cui sono seguiti Ejercicios de memoria (2016) e Eami (2022), Tiger Award a Rotterdam. In questa occasione presenta El aroma del viento (2019) dove miscela riprese in super8 e immagini digitali, oltre a spezzoni di home movie dove la vegetazione sembra connettere i ricordi.

Paz, mentre scorrono le immagini è inevitabile chiedersi se per lei la memoria abbia un legame profondo e una grammatica comune con il mondo vegetale.
Per noi, e quando dico noi penso soprattutto a chi discende dal mondo indigeno, l’albero è un rifugio. È un rifugio dal sole e dalla pioggia che sono sempre molto intensi. È un rifugio durante l’infanzia, perché ogni bambino è abituato ad avere un albero tutto per sé, così come ce l’avevo io e ognuno dei miei fratelli. La memoria è un rifugio: io mi rintano in quei super 8, che erano lo sguardo di mia madre su di me bambina. Allora, se collego memoria e mondo vegetale è perché li considero entrambi dei rifugi, che proteggono e fanno sperare. Per me, memoria e speranza sono intime.

E come è stata la sua infanzia?
Sono nata e cresciuta in dittatura e per di più con un padre oppositore. Lui ha dovuto fuggire dal paese due volte e le incursioni dei militari in casa erano quotidiane. Ricordo che correvamo dai nostri genitori gridando «Sono arrivati a perquisirci!»: per noi era normale come dire «E’ arrivato il lattaio o il postino».  Eravamo abituati ad avere agenti davanti la porta di casa. Essere permanentemente sotto controllo era la normalità. Quando terminò la dittatura fu tutta una scoperta: dovevamo imparare una nuova normalità.

Abitavate a Asunción
Sì, in pieno centro e quasi a fianco dei centri di tortura, lo sapemmo dopo. Ricordo una Asunción piccola e provinciale, con le ombre lunghe di guerre antiche che i nostri nonni continuavano a portare con sé. Più che una capitale era un centro rurale, cupa, impaurita. Ma se chiudo gli occhi, penso al fiume che scorreva vicino, la vegetazione folta, dove passare ore a giocare.

Cosa ricorda di quando è caduto il regime di Stroessner?
Avevo 18 anni, stavo finendo il liceo. Non sapevo bene cosa avrei studiato. Ho fatto un anno alla Facoltà di diritto, perché nella mia famiglia sono tutti avvocati. Ma mi annoiava. Ho continuato con giornalismo e mi sarebbe piaciuto seguire la scuola di cinema a San Antonio de los Baños a Cuba, dove c’ero stata con una borsa di studio di un mese. Ma mio padre mi disse: «Non andare a Cuba, i militari potrebbe tornare in qualsiasi momento e ti ucciderebbero o non ti farebbero più ritornare». Era spaventato. E così sono andata a Buenos Aires e mi sono fermata a viverci per sei anni. Ho terminato l’università nel 2001, quando l’Argentina sprofondava nella bancarotta. E così sono tornata in Paraguay. Quello che ho trovato era un paese allucinato, Asunción voleva essere Miami con grattacieli ed enormi mall.

Il tempo che lei racconta è sempre lento, struggente, spossante. Un tempo che non passa mai: ha a che fare con quella dittatura lunghissima, che sembrava eterna?
Quella percezione del tempo infinito mi ha influenzato moltissimo. Allo stesso tempo avevamo la sensazione che potesse terminare in qualsiasi momento, eppure non succedeva mai. Un tempo di frustrazione continua. La vita scorreva, le cose succedevano, ma non cambiava mai nulla. Ho provato a ricostruirlo soprattutto nella mia prima opera, Hamaca paraguaya, dove qualcosa si muove eppure tutto è sospeso. Potrebbe ricordare il tempo della siesta. Ricordo che c’era sempre un’aria minacciosa durante le ore di siesta, qualcosa che mi intimoriva sempre.

Nei suoi film il tempo sembra protagonista e scandisce sempre qualcosa di assente. Potremmo definirla una poetica dell’assenza?
In un certo senso sì. Per spiegarlo, devo tornare alla mia infanzia. Sono la mediana di cinque fratelli. Le mie due sorelle maggiori studiavano chitarra classica e quando avevo quattro anni ho cominciato anch’io. Così, ho imparato a suonare prima che a scrivere. Per due anni leggevo e scrivevo note e solo dopo, a scuola, ho scoperto le parole. Ho imparato subito a pensare per strutture musicali, dove i tempi convivono.
Facendo cinema, la prima cosa che scrivo è il suono, scrivo prima la colonna sonora, i dialoghi e per ultimo costruisco le immagini. Lavoro come fosse una partitura. E poi la musica mi ha insegnato che c’è qualcos’altro, un’altra nota che è il silenzio. È stato anche il mio modo per tradurmi quello che si viveva in casa, l’assenza di mia madre quando è stata molto malata ed ero piccolina; l’assenza di mio padre in esilio. E forse è questo che so raccontare, questa assenza. Forse ha ragione Sartre, quando dice che «l’infanzia decide». Chissà, ho conosciuto più questo che l’amore, più il vuoto dell’assenza che il pieno dell’amore.

C’è un elemento sonoro in Hamaca paraguaya ed è la voce off non sincronizzata con quello che succede, è un tappeto sonoro quasi ipnotico, amplificato dalle volute della lingua guaranì
Mi colpisce che me lo dica. Perché per girare quel film ho dovuto fare prima ti tutto quel tappeto sonoro, una sorta di playback e da lì disegnare le scene dei personaggi. È un tappeto con i suoni degli uccelli, i rumori, i latrati del cane, le conversazioni degli attori. E poi la lingua, il guaranì, così musicale, mi ha permesso di creare un movimento discendente e il film stesso termina quasi in un sussurro.

In quel film e in Ejercicios de memoria, i protagonisti aspettano la pioggia. Quasi la reclamano. Perché? Cosa rappresenta la pioggia?
[sorride] È che in Paraguay quando parliamo del tempo, in realtà ci riferiamo sempre al clima. Fa così caldo che desideriamo sempre che piova, che rinfreschi. Aspettiamo il vento fresco del sud ed è davvero un desiderio di cambiamento. È l’attesa di un cambiamento. E, ancora una volta, tutto ruota al mondo vegetale, anche i nostri desideri più intimi o più sociali.

Il tempo sospeso del Paraguay è anche il ritratto di un paese dimenticato da tutti.
Eravamo un paese inesistente, un pozzo perduto nell’oblio. Per trentacinque anni tutti si sono dimenticati che laggiù c’era una dittatura brutale. Ho la sensazione che un giorno qualcuno se ne sia accorto e abbia detto basta. Ma trentacinque anni sono tanti, pensa a quanto la dittatura ha impregnato tutto. Oggi sono passati gli stessi anni in democrazia di quelli che abbiamo vissuto in dittatura; eppure, penso che non riuscirò a vedere in vita mia un paese davvero diverso, rinnovato dalle fondamenta. So che ci vuole tempo e so che la democrazia è a rischio ovunque, non solo in America Latina.

E cos’è oggi il Paraguay di Luz Encina?
È un paese strano. È rimasto un paese dimenticato da tutti, un buco nero nel mondo, e quando ci vivi ti può soffocare, ma c’è qualcosa che mi tiene legata e mi affascina. Uno storico una volta ha detto che il Paraguay non è un paese, ma un’ossessione. Ecco, credo sia così. Ho avuto molte occasioni per andarmene, eppure ci torno sempre, anche quando mi chiedo cosa sarà di me quando sarò più vecchia. Ecco, forse oltre che un’ossessione, il mio Paraguay è una speranza. Spero ci possano essere opportunità per i ragazzi e che non debbano andarsene. Spero che un giorno ci sia una scuola di cinema. Il mio Paraguay non è un paese reale, ma un desiderio.

Alias | il Manifesto

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