Quando la signora, di cui non riveliamo il nome, avvisa Marco Cimò che ha bisogno di andare a Venezia, lui le dà appuntamento a Linate. Avvisa per cortesia lo scalo di arrivo, controlla il carburante dell’elicottero e nel giro di un’ora stanno già atterrando tra le braccia della laguna. La signora scende, esattamente come farebbe dal suo Suv, magari si ferma per un caffè sulla terrazza del ristorante anni Trenta e poi dalla darsena il taxi acqueo la porterà in dieci minuti a San Marco. Spesso, racconta questo pilota che lavora per la signora da diciassette anni, lei rientra dopo qualche ora a Milano. Allora lui la aspetta nella hall dove una mappa di Ala Littoria, la madre di Alitalia, segna tutte le rotte che un secolo fa collegavano Il Cairo a Berlino, Madrid a Costantinopoli, passando per l’Italia fascista.
Siamo nel lembo più a nord del Lido, a San Nicolò, a un passo dalle bocche di porto, là dove la laguna incontra il mare. E questo è il Nicelli, l’aeroscalo commerciale più antico d’Italia e tra i più belli al mondo, come vuole una ormai celebre classifica della BBC. «Questo non è solo un aeroporto – dice Maurizio Luigi Garbisa, presidente della società che da cinque anni lo gestisce – Questa è prima di tutto una storia».
Qui i voli hanno infatti la memoria lunga. Nel 1911 dalla spiaggia del più glam tra gli Hotel, l’Excelsior, dove transitano ogni anno divi del cinema e folle di fan e di fotografi, decollò un biplano Farman che a fatica riuscì a sorvolare San Marco. In quegli anni una squadriglia di idrovolanti stazionava sulle acque della vicina isola di Sant’Andrea. Ma è stata la prima guerra mondiale a fare del Lido, dove c’era l’antico forte di San Nicolò, una base area, ospitando la piccola flotta di sei aeroplani Nieuport portati dagli alleati francesi. Fu allora, finito il conflitto, che un ingegnere visionario, Renato Morandi, immaginò uno scalo commerciale e debuttò con una compagnia aerea, la Transadriatica. Il primo volo, con quattro passeggeri paganti di cui tutt’ora si ignora l’identità, decollava dalla pista d’erba per raggiungere Vienna, con scalo a Klagenfurt. Era il 18 agosto 1926.
Le celebrazioni per il centenario da quel celebre volo sono già iniziate. Perché una serie di anniversari riporta il Nicelli al centro della storia. Sono passati giusto ottant’anni dall’arrivo in un trimotore Lufthansa, un giorno di giugno del 1934, con a bordo Adolf Hitler. Da un anno Cancelliere del Reich, scendeva la scaletta stretto in un impermeabile chiaro. Sulla pista del Nicelli, un nervoso Benito Mussolini aspettava di stringergli la mano. Era la prima volta che si incontravano e sarebbe stata fatale.
L’anno dopo l’aerostazione veniva completata: chi accorse all’inaugurazione il 4 febbraio 1935, si trovò di fronte la più moderna e la più elegante d’Europa. Il progetto portava la firma dal colonnello Felice Santabarbara e dell’architetto Mario Emmer. Quello che vediamo oggi è proprio come si vedeva allora, quando vedette e produttori, gerarchi e uomini d’affari, cominciarono ad affollare il Lido attratti come falene dai suoi hotel lussuosi, la Mostra del cinema, i bagni chic della stagione estiva. Tutt’oggi, qui atterra un pezzo di turismo di lusso, che è l’altra faccia di torpedoni e airbnb che si sono mangiati la città.
L’edificio razionalista ha due grandi vetrate, una dà sul piazzale d’ingresso e l’altra sulla pista d’erba lunga un chilometro. Nella hall luminosa, raffinate poltroncine e un grande tavolo. Sulle pareti una serie di tele di aeropittura celebra lo stupore del mondo visto dal cielo. E poi la grande mappa dell’Europa, opera di Giovanni Nei Pasinetti, con le rotte tracciate di capitale in capitale, per mostrare ai viaggiatori fin dove si spingesse la boria del regime.
Oggi, entrare al Nicelli è come mettere un piede in quegli anni Trenta. «Ma per ricostruire tutto, così com’era, è stato solo merito di una catena di colpi di fortuna», sorride Claudio Rebeschini, che vent’anni fa ha avuto l’incarico di recuperare un edificio depredato nel corso del lungo dopoguerra e pronto ad essere sventrato, se non fosse intervenuta la Soprintendenza nel 2004 a vincolarlo. «Tra le carte dell’aeronautica abbiamo trovato il progetto, in Camera di Commercio il computo metrico e per caso, in un mercato librario, un album di foto dell’inaugurazione». Dagli archivi della Caproni, ad esempio Rebeschini ha ripescato i bozzetti delle sei tele del pittore futurista Tato Sansoni, finite volatilizzate: ne ha fatto fare delle copie perfette. Il grande lampadario di cristallo, finito perduto è stato ricostruito da Venini che l’aveva progettato. Il tavolo, distrutto, è stato rimpiazzato con un Le Corbusier. Schivati i bombardamenti e salvatosi dalle mine disseminate dei tedeschi in fuga, questo piccolo aeroporto sembrava un fantasma. Nel 1961 era stato soppiantato dal ‘Marco Polo’, costruito in terraferma per far fronte al boom del dopoguerra. Sono stati gli amatori dell’Aeroclub a usarlo, finché solo a cavallo col nuovo secolo si è pensato di ridargli vita. Prima una società pubblica, poi mista e infine la cordata di tre soci tutti del Lido: «Ci siamo detti che questo posto poteva avere un futuro, ci sentivamo responsabili con l’isola e con la città», dice Garbisa. Dei tre soci nessuno si occupa di aviazione. Lui viene da una famiglia che gestisce uno storico stabilimento balneare ed è attivo nei servizi del turismo e degli eventi; Raffaele Ambruoso è un consulente del lavoro e tributarista; Vitalie Coada, un imprenditore edile. Non che sia stato facile, dice. Si doveva ristrutturare, rimettere ordine a cominciare dai conti, superare il Covid, racconta, «soprattutto avere un progetto per tenerlo vivo».
Giacomo Zamprogno, il giovane direttore commerciale, ci spiega che «il fatturato è triplicato nel giro di cinque anni e ormai si contano quasi settemila movimenti aerei l’anno, non solo domestici, ma anche dalla Svizzera, dall’Austria e dalla Germania. Ci siamo concentrati sulla qualità servizi, abbiamo riaperto il ristorante con belvedere, messo a disposizione uffici per altre imprese e ci siamo concentrati sugli eventi». Durante l’ultima Mostra del Cinema, ad esempio, l’hangar si è trasformato nella scena di gala dell’AmFAR, la più celebre delle raccolte fondi per la ricerca sull’Aids: da Antonio Banderas a Richard Gere a Eva Longoria, le star in fila hanno lasciato 2,5 milioni di euro in beneficenza.
È questo il futuro dell’aeroporto più antico d’Italia? Una sorta di hub di servizi ed eventi, aviazione privata di lusso, un pensiero ai droni e, chissà, una nuova stagione di idrovolanti se compatibili con la laguna. «Ma qualunque cosa sarà, dovrà rispettare la propria storia», promette Maurizio Luigi Garbisa.
Mentre parliamo, un altro pilota, Alessandro Festa sta guidando l’elicottero per un famoso industriale del Nordest. Da Bassano del Grappa, in venticinque minuti, sarà già qui. «Lavoro per un’azienda che offre questi servizi di trasporto a privati – ci aveva detto qualche giorno prima – Il costo del servizio è attorno ai tremila euro l’ora. Ma la persona che sto accompagnando usa l’elicottero come la macchina, quasi ogni giorno». Anche lui, scenderà sulla pista d’erba e, prima di tuffarsi nel suo incontro d’affari, attraverserà inevitabilmente gli anni Trenta.
il Venerdì | la Repubblica