Si ricorda ancora la sorpresa, Paulo Bruscky, quando si accorse che la lettera appena arrivata nella sua casa di Recife era stata affrancata in Germania dell’Est. Era il 1973. Il mittente? Robert Rehfeldt, poeta e intellettuale prestigioso, oltre che bersaglio della Stasi. La lettera era una sorta di catena di Sant’Antonio. C’era un elenco di artisti di molti Paesi e una richiesta: «Spedisci una lettera al primo della lista, poi depenna il suo nome e aggiungi il tuo in fondo. Fai dieci copie di questa lista e inviala ad altrettanti artisti. Robert». E così fece, immergendosi in un gorgo di corrispondenza tra artisti di tutto il mondo. Gran parte di loro, compreso Bruscky, viveva sotto regimi brutali.
Prima di internet, c’è stata l’arte postale. Era questo il modo che avevano trovato per scambiarsi pensieri, paure, idee e opere d’arte: le buste contenevano infatti anche disegni, collage, litografie, poemi. Da allora Paulo Bruscky ne ha raccolte più di 60 mila, custodendo una collezione unica al mondo. Ora per la prima volta arriva in Europa, in occasione della Milano Drawing Week, iniziativa organizzata da Collezione Ramo e curata da Irina Zucca Alessandrelli. Dal 23 novembre al 1° dicembre, infatti, all’interno della Cittadella degli Archivi, Paulo Bruscky porta una parte di quella babele visiva, concentrandosi sulla fitta trama intessuta con il mondo latinoamericano. “Attitudine politica”, l’ha intitolata, facendosi aiutare per l’occasione da Jacopo Crivelli Visconti, con cui aveva già lavorato nella prima mostra sull’archivio realizzata l’anno scorso a San Paolo.
Nato nel 1949, una laurea in giornalismo, Bruscky ha saputo fare di Recife un nodo dell’arte contemporanea e della resistenza politica. L’arte postale era stata incubata dal movimento ‘Poema/Processo’, l’avanguardia brasiliana con cui la poesia, a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70, aveva sfidato la dittatura; e naturalmente non poteva non avere un rapporto intimo con l’irriverente onda Fluxus. Il successo internazionale della Mail Art si spiega in modo semplice, racconta Bruscky: «Le poste smistavano milioni di lettere e per la censura era molto difficile aprire tutta quella corrispondenza e intercettarci. Riuscivamo a sfruttare quella falla della repressione e finimmo per creare un movimento globale».
A volte in qualche punto di questa rete qualcuno riusciva a organizzare una mostra con il materiale che aveva accumulato. Bruscky stesso lo fece. E spesso capitava che le autorità intervenissero. Successe nel 1976, a Recife, quando i militari chiusero la mostra organizzata assieme a Daniel Santiago: «Sono arrivati prima dell’apertura e mi hanno chiesto di ritirare molte delle opere esposte. Mi sono rifiutato e mi hanno portato in cella». La repressione fece tante vittime tra questi artisti postali. Al cileno Guillermo Deisler toccò l’esilio, un lungo peregrinare tra Bulgaria e Germania dell’Est. Stessa sorte al salvadoregno Jesús Romeo Galdámez Escobar. Agli uruguayani Jorge Caraballo e Clemente Padín toccò invece il carcere e la tortura. L’argentino Edgardo A.Vigo dovette invece piangere il figlio Palomo desaparecido.
Paulo Bruscky se li ricorda tutti e gli si spezza la voce nel nominarli. «La nostra rete si intrecciava anche con molte Ong e associazioni per i diritti umani: quando uno veniva preso, riuscivamo ad attivare la rete per cercare di salvarlo. Si lanciava pubblicamente l’allarme e partiva la mobilitazione, in modo che fosse più difficile per il regime di turno far scomparire il detenuto o ucciderlo».
In una foto del 1978, si vede un giovane Bruscky in piedi dietro la vetrata della Libreria Moderna di Recife. Ha un cartello al collo con scritto “Cos’è l’arte? A cosa serve?”. La libreria era uno di quei luoghi dove si trafficavano clandestinamente riviste e informazioni da tutto il mondo. In un secondo scatto, Bruscky con lo stesso cartello al collo gira per la città, tra lo sguardo attonito dei passanti e, molto probabilmente, anche di molti agenti della sicurezza. «Parlavamo di ‘happening’ – ricorda – E spesso lo si traduce come ‘evento’: per noi era molto di più».
Paulo Bruscky ha sempre sfidato il potere e le convenzioni, usando in modo immaginifico ogni mezzo a disposizione, che fossero timbri falsi o francobolli usati, annunci surreali sui giornali, la macchina dell’elettro-encefalogramma, la fotocopiatrice e, «quando arrivarono il telex e il fax, fu una cosa fantastica che materializzava l’opera d’arte da un capo all’altro del mondo – sorride – Abbiamo utilizzato tutto quello che la tecnologia ci permetteva e credo che anche oggi dovremmo fare lo stesso».
L’America Latina non è più quella che lui ha attraversato. Eppure, ci sono regimi che si reggono ancora su repressione e censura: «Ho amici artisti in Nicaragua, Cuba e Venezuela e so cosa vivono laggiù. Tenersi in contatto è un modo per dare un appoggio personale, umano, piscologico. Fa la differenza sapere che non sei solo, che ci sono persone che stanno in altri Paesi che hanno vissuto la stessa cosa. Questo crea un altro livello di resistenza». E poi c’è l’America dei Trump, dei Bolsonaro, dei Milei, che corre sul bordo di una catastrofe democratica: «Mi colpisce il presidente Lula perché l’ha capito subito, ne è molto cosciente e ha concentrato tutti i suoi sforzi per creare un argine democratico a questa onda che odia la democrazia».
Allora bisogna tornare a Robert Rehfeldt: «Ci siamo conosciuti solo nel 1982. Avevo vinto una borsa Guggenheim e stavo viaggiando in Europa. Presi un treno e lo raggiunsi. Ci eravamo scritti così tanto e condivise cose tanto profonde, che ci sembrava di conoscerci da una vita. Lui mi ha detto: ci ha unito il fatto che tu sei stato detenuto e censurato perché eri considerato comunista e io troppo poco comunista».