Nevica quel giorno di febbraio del 2013, quando Luciano Franceschi entra nella filiale della banca a Campodarsego, nel padovano. Ci va nel tentativo di strappare un finanziamento per la propria azienda. Sono tempi duri. Dopo la crisi del 2008 molti imprenditori sono in gravi difficoltà o addirittura falliti. Alcuni si sono suicidati. Nella vicina Borgoricco Luciano Franceschi gestisce con la moglie un caseificio con annesso alimentari e un allevamento di maiali assieme al fratello. In banca porta con sé, oltre ai documenti, una valigetta con dentro un cambio, uno spazzolino e una vecchia pistola. Al rifiuto del direttore della filiale, Luciano Franceschi spara tre colpi, due raggiungono l’addome del bancario. Dopo dirà che non voleva sparare, ma solo fare un’azione eclatante contro lo Stato predone. D’altra parte, da anni è in prima linea come «combattente di San Marco per la liberazione delle Terre Venete dall’invasore italiano».
Oggi sembra normale un Paese che discute su come aumentare l’autonomia delle proprie Regioni. Ma chi tiene in mano il cerino di quel dibattito, che siano ministri come Roberto Calderoli o presidenti di regione come il veneto Luca Zaia, trent’anni fa gridavano all’indipendenza di una nazione inesistente come la ‘Padania’, con tanto di riti, raduni e minacce. E in quella temperie, c’è stato chi, dal retro di un negozio in un piccolo paese del padovano dichiarava guerra allo Stato ed emanava centinaia di editti in nome della Repubblica di San Marco. Proprio come faceva Luciano Franceschi. È in quel frangente convulso e grottesco della storia recente che si è consumata anche la sua storia personale.
A raccontarla magistralmente è Enrico Prevedello, nel suo libro in uscita per le edizioni Nottetempo, Una rivolta. Orizzonti e confini del Nord-Est. Quarantenne, insegnante, già autore di racconti e di un romanzo (Le stelle mobili del sottosuolo, Neo Editore, 2022), ricostruisce la spirale di eventi tenendo insieme tutti i pezzi, intimi e politici. «Se voglio che si capisca la storia di Luciano – scrive nelle prime pagine – devo raccontare anche la storia di sua madre, e di suo fratello maggiore e di Borgoricco, il suo paese, il mio paese, casa nostra e di Bepin Segato, considerato l’ideologo tra quelli che hanno portato il Tanko in piazza San Marco nel 1997, a duecento anni dalla fine della Serenissima, e poi hanno issato il gonfalone col leon sul campanile. Devo raccontare di suo figlio Arturo, che è dall’asilo che ci conosciamo, e di sua moglie Emilia, la partenopea».
Borgoricco è lo scenario dove si svolge tutto. Siamo nella profonda campagna veneta, nelle viscere di una informe metropoli pulviscolare tanto si è costruito ovunque. La saga dei leghisti è iniziata là, nei garage del miracolo del Nordest. In ogni garage, una micro-impresa. Lo Stato era il Fisco e il Fisco era amico quando era cieco, per diventare poi un orribile Dracula a ogni scadenza delle imposte. Ogni casa, una piccola patria angusta dove è lievitato un colossale rancore. Unica salvezza, una nostalgia utopica per l’epopea della Venezia Serenissima. Una cosa simile potevano covarla solo nei meandri di quell’entroterra veneto che qualunque veneziano guarda da sempre con alterigia e scherno.
Enrico Prevedello ci accompagna di casa in casa a Borgoricco, riannoda i ricordi, parla coi protagonisti e a ogni pagina si può sentire persino l’odore di quei luoghi. «Lo si potrebbe definire un lavoro di no-fiction – riflette – In realtà lo sento quasi un reportage sulla mia vita, perché nello scriverlo sono cambiato, ho scoperto dettagli e situazioni che avevo rimosso, ho capito che il passato è fatto di realtà parallele lungo e dentro le nostre vite». Forse perché a un certo punto tutti abbiamo fatto i conti con l’essere nati e cresciuti in luoghi come questi, con la vivida sensazione di aver attraversato qualcosa di contiguo al delirio.
Perché di delirio questa storia è infarcita. Lo diagnosticano i medici nella cartella clinica di Luciano Franceschi e intanto lui si dichiara prigioniero politico, in carcere scrive leggi e decreti, ricusa la giudice ‘italiana’ e rifiuta le medicine ‘italiane’, si presenta in mutande, parla a nome del Governo della Serenissima, intima alle autorità italiane di lasciare tutti gli uffici pubblici.
«Più che una rivolta questa è la storia di un rivoltoso, che assieme ad altri si è immaginato un mondo parallelo e ne è rimasto intrappolato. Per loro era un’utopia impossibile che hanno inseguito proprio perché inesistente e impossibile». Perché alla fine è la storia di un delirio sì, ma collettivo, visto che tutti in questi luoghi l’abbiamo subito o condiviso, permesso e sopportato. Cosa è rimasto di quella storia? «Non so – scuote la testa Prevedello – Eppure c’è sempre qualcuno dei miei studenti di sedici o diciassette anni, che alla parola ‘Veneto’ replica di getto: ‘Veneto Stato’. Lo ripetono non come consegna politica, ma come un riflesso, l’orgoglio di restare isolati».
Alla fine di maggio del 2021, Luciano Franceschi muore dopo una lunga malattia. Sulla lapide ha fatto scrivere: «Ho vissuto serenamente, sono morto serenissimo». Eppure, sembra di sentire la voce calma e saggia di sua madre, Antonia, che nella cucina di casa gli dice: «No sta’ dire ’ste robe, ché te ghe xa fato anca massa mae aea xente, sta’ bon». Che nella lingua dell’invasore suona così: «Non dire queste cose, perché hai fatto anche troppo male alla gente, sta calmo».
il Venerdì | la Repubblica