Start-up, progetti pubblico-privati, persino applicazioni di intelligenza artificiale e blockchain: la cannabis sta attirando l’interesse di investitori, centri di ricerca e pure governi in tutta l’America Latina. Sulla qualità della marijuana coltivata qui nessuno ha dubbi. In Colombia, negli anni Settanta del secolo scorso, si parlava addirittura di bonanza marimbera, perché i cartelli locali avevano soppiantato quelli messicani nel rifornire l’enorme mercato statunitense. Il che ha significato anche una lunga scia di violenza, pur non paragonabile a quella esplosa subito dopo attorno alla cocaina e ora al fentanyl. La marijuana è stata quasi la sorella minore e più naif, ma pur sempre illegale. Solo negli ultimi anni il discorso ha preso un’altra piega.
«Sulla cannabis pesa ancora un tabù duro da sradicare – riflette Javier Hasse, che dirige una rivista cult nel settore, El Planteo – Se la legge aprisse all’uso sociale si innescherebbero delle dinamiche molto interessanti, anche economiche». Il primo a rompere gli indugi è stato l’Uruguay, ormai dieci anni fa: nel dicembre 2013 veniva approvata la legge che legalizzava la produzione e la vendita di cannabis ad uso ricreativo. Oggi qualunque persona maggiorenne la può coltivare sul proprio terrazzo, comprare in farmacia o in specifici ‘club’. Per ora solo il Canada ed alcuni stati Usa ne hanno seguito l’esempio, mentre in Colombia una proposta di legge simile nel 2023 è stata fermata dal Congresso.
Il tabù resta, ma il varco aperto dalle scoperte farmaceutiche sta attirando come miele il mondo del business. Tutti sognano catene di valore redditizie, avendo come alleate le nuove tecnologie. Dal 2017 molti paesi latini hanno varato leggi ad hoc sull’uso medico e da allora tante imprese ci hanno investito, anche quelle con un core business molto lontano, e soprattutto quelle geek.
L’ultimo annuncio arriva dal Paraguay, da sempre famoso per il narcotraffico. Adrian Sirio, argentino di origine, ci racconta di essersi trasferito a Asuncion, attratto da «un paese con una forte stabilità e una grande disponibilità di energia verde, grazie alle centrali idroelettriche». Per questo, nel 2019 ha fondato la sua Ettio.io, specializzata in minare bitcoin e fare transazioni in criptomonete, per poi impegnare gli utili in investimenti immobiliari. Vista la normativa sulla coltivazione legale di cannabis medicinale, non c’ha pensato due volte: ha comprato dei terreni che gli daranno, fra qualche mese, il suo primo raccolto. A quel punto lo manderà nei laboratori in Uruguay, per estrarre l’essenza e farne prodotti di cosmesi e farmaci.
Adrian Sirio dice che il valore aggiunto del suo investimento sta «nel coinvolgere piccoli agricoltori, in modo da alimentare una filiera locale, mettendo a frutto la mia esperienza nell’economia digitale». Come? «Lanciamo una offerta in token per gli investitori che comprano NFT legati al progetto della cannabis e come ricompensa otterranno una somma fissa e una percentuale sugli utili – spiega – In più, la catena di blockchain è garanzia dell’intero processo, dalle sementi ai prodotti finali, perché tutto è sempre verificabile».
Adrian Sirio non è solo. Bancannabis è una delle più importanti «comunità digitali di cannabis», come si definisce. Sede a Medellin, fondata da imprenditori dell’hi-tech, vuole essere «un modello di business per creare profitti digitali dalla semina, produzione e trasformazione di cannabis digitale applicata all’industria reale», come dice il suo CEO, Julian Garcia. Il primo «progetto agricolo in blockchain» è stato nelle comunità indigene della Valle del Cauca e di Putumayo, in Colombia appunto. Chiunque può sostenerlo con un investimento minimo di centro dollari in NFT, potendo poi seguire tutte le fasi di sviluppo sia nei canali digitali che nel «cannaverso», il metaverso creato dall’impresa. Il suo target sono i piccoli produttori e le comunità isolate del Paese cui offre «una alternativa anche al sistema bancario tradizionale che di fronte a iniziative simili non apre ancora le braccia».
Sono esperienze all’avanguardia. Come quella nel Rio Negro, una regione dell’Alta Patagonia argentina. Qui, a prendere l’iniziativa, è stata Ciencia Sativa, un’associazione impegnata nella legalizzazione della marijuana che ha coinvolto l’INTA, l’Istituto nazionale di tecnologie agropecuarie, che di cannabis non si era mai occupato. In due ettari di terreni dell’Istituto, sono state messe a coltura mille piante: il primo raccolto nell’aprile 2023 ha dato 100 chili di cannabis, «un buon inizio», lo definisce Gabriela Calzolari, biologa e attivista di Ciencia Sativa. Ora hanno festeggiato il terzo raccolto, quantitativo raddoppiato grazie anche all’apertura di una seconda serra per la stagione invernale. Il passaggio successivo sarà l’estrazione della resina: per farla, si sono affidati a una impresa privata, la Pasedati, che sta ultimando il laboratorio. Una volta estratta, la resina sarà inviata ai laboratori statali della ProFarse nella città di Viedna, il capoluogo di Rio Negro, che si occuperà della produzione farmaceutica. A questa filiera si sono aggiunte due aziende: una ha creato ad hoc il software di tracciabilità (la Kyas) e l’altra si occupa dei certificati di qualità (la Gs1).
«La partnership tra una Ong e un’istituzione governativa è la prima del genere in Argentina e un caso unico in America Latina», sottolinea Gabriela Calzolari. Lo conferma anche Mariana Amorosi, responsabile dell’INTA: «Discutere di cannabis dentro le istituzioni resta un tema spinoso, anche dal punto di vista scientifico. Ma progetti di questo tipo ci permettono di approfondire la ricerca, lavorare su catene di valore, diminuire l’importazione e coltivare terreni abbandonati».
Nicolas José Rodriguez lavora invece per Benzinga, una rivista Usa di finanza che ha una redazione dedicata proprio a questi temi: «Si dice cannabis, ma si intendono molte cose. C’è la produzione di canapa per il tessile e l’arredamento e poi le straordinarie proprietà dei cannabinoidi, dunque cosmesi e farmaceutica». Da qui i grandi capitali che si muovono. Lo dimostra l’attivismo in Colombia di multinazionali come la canadese PharmaCielo (2,2 tonnellate di Thc estratto nel 2023) o la statunitense Kinetiq che, attraverso la società anglo-colombiana Breedco, esporta dalla Valle del Cauca semi e fiori secchi verso l’Europa. O, ancora, racconta Rodriguez, «è stato sorprendente visitare gli impianti della Pritch Biotech a Porto Rico, nati dall’idea di una grande immobiliare». Un giorno, dopo aver acquistato un vecchio impianto farmaceutico, non ne ha fatto appartamenti e uffici di lusso ma lo ha trasformato nella più moderna industria di cannabis del Centro America.
Secondo Eurobarometro è un mercato che muove in America Latina attorno ai 170 milioni di dollari e si stima che nel 2026 si moltiplicheranno per cinque. Attenzione, dice Javier Hasse, che non diventi una bolla: «In Colombia, ad esempio, dal 2017 sono stati consegnati ben 57 mila ettari di terra per progetti farmaceutici; eppure, ad oggi solo l’1% è davvero coltivato a cannabis. Non solo: si stima che ci abbiano investito 1 miliardo di dollari ma hanno esportato solo per 10 milioni». Quello che più sorprende, sottolinea, è il modo in cui tecnologie e intelligenza artificiale si sono ambientati nel settore e lo hanno diversificato.
Lo dimostra l’Argentina: via via che il quadro normativo si faceva più chiaro, è diventata un paese laboratorio. E così si sono fatte largo esperienze come Cannect, che offre servizi integrali di biotecnologie; o la DrGea, una start-up da tre milioni di dollari che punta a «rivoluzionare il mercato», come ha dichiarato il suo CEO Gonzalo Carrasco su Forbes, offrendoe-commerce e consulenze mediche online. O, ancora, le applicazioni AI della Growcast che ha lanciato sul mercato un dispositivo di controllo intelligente di Ph del suolo, temperatura, umidità e annaffiatura. E se fosse davvero l’inizio di un boom marijuanero 4.0?