Valeria Montti Colque, nella nazione dei nostri affetti

Valeria Montti Colque è nata nel 1978 in Svezia da genitori cileni, in fuga dalla dittatura di Pinochet: «Ho una doppia cittadinanza, la mia prima lingua è lo svedese, eppure sono cresciuta in una comunità tutto ispanofona. Se mi chiedete a quale nazione appartengo so rispondervi, eppure posso anche inventarmene una tutta mia». Sarà lei, figlia della diaspora, a rappresentare il Cile alla Biennale d’arte di Venezia. Il paese latino in questa edizione aprirà il suo padiglione negli splendidi spazi del Magazzino n. 42, all’Arsenale di Venezia (Fondamenta Case Nuove 2738/C, vicino a Campo della Celestia) lo stesso che ha dato il Leone d’oro alla Lituania nel 2019. Qui Valeria Montti Colque presenterà Cosmonación, una grande e immaginifica installazione. Per farlo, è coadiuvata dalla curatrice Andrea Pacheco González, anche lei di origini cilene ma di base a Madrid.
In tempi di nazionalismi agguerriti, Valeria Montti Colque prova a smontare e rimontare la sua ‘nazione’. Per venirne a capo preferisce appellarsi al pensiero di Benedict Anderson: «Una nazione è una comunità politica immaginata».

C’è da chiedersi allora cosa significhi per lei essere cilena.
«Sono nata da genitori cileni. Ho vissuto in mezzo a una comunità cilena. Mio nonno aveva origini aymara che è una radice cui mi sento profondamente legata. Potrei dire che sono di cultura cilena, ma sappiamo quanto sia organico il concetto di ‘cultura’, perché si costruisce nel divenire della vita, il contesto e le esperienze. Allo stesso tempo sono svedese, ho la mia famiglia qui a Stoccolma. Forse la mia nazione è la mia famiglia. Forse la mia nazione è la forza che sento per non sentirmi sradicata».

Potremmo dire che la sua nazione è una specie di tensione tra forze che spingono verso dentro e verso fuori?
«Vi racconto questa storia. Mia nonna è morta nel 2011 e io non sono potuta andare al suo funerale in Cile. È stato terribile per me, così tanto che se ci penso mi fa male tutt’ora. Allora ho sentito che dovevo fare qualcosa per dirle addio e staccarmi da lei. Ho fatto una performance ed è stato come un rituale. Ho costruito un enorme fagotto, come una montagna, perché nella cultura aymara gli antenati sono sulle montagne. E ho caricato sulle spalle quella montagna e ho cominciato a camminare dal mio atelier fino a un luogo dove ho organizzato una cena e c’era della musica, con quelle canzoni che a lei piacevano tanto. Era un modo per elaborare il lutto, ma pensando che anche il lutto è parte di quello che chiamiamo la ‘nostra nazione’, immaginando la ‘nazione’ come un luogo di affetti».

Anche nel padiglione della Biennale costruirà una montagna di cinque metri, con un enorme cumulo di tappeti decorati a collage, acquerelli, disegni su carta, tessuti stampati, piccoli pezzi di ceramica e fotografie. Cos’è questa Mamita Montaña, come l’ha chiamata?
«Quando si è in Cile le Ande ti sono a fianco, ti accompagnano sempre, si è come perennemente abbracciati. E le montagne sono i tuoi antenati: ecco, è come avere la tua famiglia sempre a fianco. Ricostruire la montagna non è solo collegare i ricordi, ma vivere la sensazione reale di quei ricordi. È una parte incancellabile della mia storia ed è un modo per narrarla. Guardo i miei figli: loro vivono qui in Svezia, si sentono di questo luogo e quando andiamo in Cile sentono di essere in quel luogo. Che siano qui o là, non provano alcun dolore o nostalgia, ma si sentono parte di ogni cosa. E la montagna del padiglione non è statica, ma sarà al centro di una celebrazione, una processione di figure in ceramica che poi siamo noi e sono le divinità e le creature a volte angeliche e volte mostruose che ci accompagnano».

Molti suoi lavori sono realizzati nello spazio pubblico, fuori dalle gallerie o dai musei. Cosa significa fare arte pubblica per lei?
«Mi piace usare lo spazio come parte della narrazione. Mi piace l’idea dell’orizzonte, di un prato o uno skyline, credo che anche le cose della natura e dell’ambiente circostante siano simbolicamente parte della storia. Mi piace portare nello spazio pubblico qualcosa che appare d’improvviso, che forse non si è mai visto e sorprende tutti. Mi piace che sia la gente comune a imbattersi nelle mie opere».

È interessante come in Cile il titolo della Biennale, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, sia stato spesso tradotto con la parola extraños invece che extranjeros. E forse anche lei è guardata con sospetto anche in Cile. Possiamo dire che è ovunque un po’ strana e un po’ straniera?
[sorride] «Vi racconto un’altra cosa. Gioco spesso nelle mie performance con un personaggio che ha a che fare con l’altro o quello che sentiamo come altro. E l’altro non è sempre il selvaggio? Questo personaggio che mi piace fare è una nuvola nera e selvatica: può essere l’ombra scura di un piccolo uomo o la madre che ci segue o lo sguardo degli altri. Ma ad un certo punto mi piace che il personaggio possa via via trasformarsi e così da sotto tutto quel nero arruffato gli spunta qualcosa di dorato o di brillante o un fiore: insomma, è un demone oscuro o un angelo nascosto? Credo che questo personaggio sia lo sguardo che ho sentito molte volte su di me: chi è questa? mi sembra di sentire; quante identità ha? cosa nasconde? Cosa può diventare? Sì, ci metto anche un certo umorismo. Ma quel personaggio in realtà ha qualcosa di profondamente sacro, che poi è la celebrazione della nostra vita».

Alias | il Manifesto

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