Nel 1924 Alberto Asquini era titolare della cattedra di diritto commerciale: l’8 agosto di quell’anno, quando il Regio Decreto ha dato per fondata l’Università di Trieste, Asquini ne diventava il primo Rettore. Cento anni dopo, sulla sua poltrona siede Renato Di Lenarda, che non si occupa di questioni legate ai commerci e al diritto ma di odontostomatologia. Il che la dice lunga su come questo ateneo abbia cambiato pelle. E non poteva che essere così, in una città simbolo del terremoto del Novecento. «La storia dell’Università è figlia della storia della città, che è sempre stata crocevia di mondi, di storie, di culture, è stata porto dell’impero e ha sofferto la guerra, è stata attraversata da confini e ha saputo dar valore a ogni accadimento», riflette il Rettore.
Colpisce l’origine di questo Ateneo, prima di diventare Università: nasce come Scuola Superiore di Commercio nel 1877 per iniziativa di una importante famiglia di imprenditori.
Sì, oggi diremmo per iniziativa della ‘società civile’. Le tracce già si trovano nel diciottesimo secolo, grazie al porto, al benessere che generavano i commerci e al ruolo di una borghesia attenta, curiosa. La personalità di Pasquale Revoltella è stata decisiva. Protagonista della fiorente attività emporiale, mecenate, aveva intuito la necessità di creare una classe dirigente colta e preparata in particolare nell’ambito dell’economia e della navigazione.
L’Impero asburgico ha sempre guardato con diffidenza la nascita di un polo universitario. Come si spiega?
Da una parte il baricentro dell’impero era mitteleuropeo, più che rivolto a sud. D’altra parte, pur tenendo molto alla città, Vienna temeva l’autonomia di una classe dirigente locale e le spinte centrifughe, in senso nazionalista. Cosa, peraltro, diventata sempre più vera via via che si apriva la stagione irredentista. La scuola fondata dal lascito di Revoltella costituisce proprio un nucleo di consapevolezza di una parte della società civile cittadina. Col tempo cresce di prestigio, annovera tra i suoi docenti Italo Svevo nel 1893 e James Joyce nel 1913. Di quest’ultimo conserviamo ancora una sua lettera in cui ringrazia per l’incarico.
Il fascismo porta la svolta e ci investe molto: lo fa per ragioni nazionalistiche e per proiezione geopolitica?
Credo giochino diversi fattori. In parte è così, e poi perché cavalca l’ambizione di grandi opere in tutti i settori, compreso quello della formazione e delle giovani generazioni. In quello stesso 1924, nascono anche le università di Milano e Firenze. Ha una sua visione, autoritaria e totalitaria, e la persegue. Mi colpisce sempre pensare che la prima pietra dell’Università a Trieste viene posata dallo stesso Mussolini il 19 settembre 1938, il giorno dopo l’annuncio in piazza dell’Unità delle leggi razziali. C’è in quello scarto di date qualcosa di terribile.
Quanto ha segnato l’università questo battesimo fascista?
Anche qui abbiamo sofferto epurazioni ed espulsioni dolorose. E non dimentichiamo che in questa stessa città sorge l’unico campo di sterminio italiano, la Risiera di San Sabba. L’Università ha vissuto quella stagione con pochi anticorpi e credo resti una lezione per tutti. Quando nel 2020 abbiamo riconsegnato alla comunità slovena l’ex-Balkan, il Narodni Dom incendiato un secolo prima dallo squadrismo fascista, è stato un emozionante atto di riconciliazione, capace di riunire i Presidenti della Repubblica italiana e slovena. Allo stesso modo, durante la guerra fredda l’Università è stata il crocevia di mondi che sembravano inconciliabili. Ecco, questi sono gli anticorpi che credo l’Università debba coltivare.
A questo punto, quali sono le sfide per il futuro?
In questi anni l’Università è cresciuta moltissimo, sia per qualità della ricerca che per quantità di studenti ed è un ateneo sempre più internazionale. La prima sfida è il ruolo fondamentale che avrà nella riqualificazione del Porto Vecchio, dove porteremo attività e tanti giovani. In secondo luogo, vorremmo tener fede a quella visione che l’ha sempre contraddistinta in questo secolo di storia: una capacità di immaginare, intercettare e anticipare le dinamiche del futuro. Oggi, ad esempio, siamo il primo ateneo con un percorso accademico completo sull’Intelligenza Artificiale e il Data Science, con uno sguardo attento ai risvolti etici e sociali».