Si può leggere l’Argentina come una inquieta vertigine di violenza. Non sono solo gli spettri di una feroce dittatura, sepolta di vergogna quarant’anni fa. Ma la società sfigurata dalla corruzione, la prepotenza del potere di turno, il precipitare nella povertà, il grottesco delle vittorie inventate. Tutto questo va in scena al PAC di Milano (fino all’11 febbraio 2024) e non a caso è Quel che la notte racconta del giorno (catalogo Silvana Editoriale).
Per farlo, Andrés Duprat e Diego Sileo hanno raccolto le opere 22 artisti e non sapevano ancora che il paese sarebbe diventato il set di un delirio, protagonista un neopresidente anarcocapitalista. Ogni opera si può leggere come un frammento e come una panoramica della realtà. Che sia la grande banconota da 200 pesos stampata su vetro da Cristina Piffer con il sangue essiccato di una mucca o i 30 metri di bocche spalancate di Graciela Sacco. Una massa nera, rocciosa e informe di Eduardo Basualdo sembra l’annuncio (o l’avverarsi) dell’ennesima catastrofe, mentre i legni bruciati di Juan Sorrentino si muovono come una giostra mortifera. Di nero impenetrabile sono i tableaux di Ana Gallardo, da cui traspare l’ordinario orrore vissuto da una donna.
È una corsa verso il degrado, proprio come succederà al cibo nel frigorifero di Adrian Villar Rojas cui fa eco l’inesorabile fine delle mucche nelle campagne desolate di Alessandra Sanguinetti. A ritroso nel tempo ci si imbatte nelle folli performance di Alberto Greco o nel celebre Cristo crocefisso su un jet da guerra di Leon Ferrari; e ancora i tagli di Lucio Fontana e una Liliana Maresca che si abbandona al destino su una rivista erotica con tanto di numero telefonico: era il 1993, dieci anni dopo il ritorno della democrazia.
Bisogna fare qualcosa. Allora ci si può stendere sul pavimento per ammirare la struttura di tele rosa, a mo’ di pensilina salvifica, di Mariela Scafati. O imbarcarsi nell’aeromobile scultorea di Tomás Saraceno alimentata dall’aria e dal sole e da lì osservare la tragedia.
il Manifesto