L’aborto è una lunga storia

Non è sempre è stata la stessa storia, la storia dell’aborto. Sono cambiate le donne che lo hanno praticato volontariamente e i modi con cui lo hanno fatto, la percezione di sé e il giudizio della società. Eppure all’aborto sono sempre ricorse le donne se sentivano di doverlo fare, dalle contadine che si lanciavano dai fienili nel primo Novecento a quelle che oggi hanno a disposizione soluzioni farmacologiche molto meno traumatiche e pericolose.
Bisognerebbe tenerlo presente a ogni anniversario dell’approvazione della Legge 194, strappata solo nel 1978. Varrebbe la pena ricordare anche che fino a quella data, il Titolo X del Codice penale, nato fascista nel 1930, si intitolava Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe. Perché in gioco c’erano sì le donne, ma solo perché «fattrici della razza». Che quelle norme abbiano resistito per oltre trent’anni dopo la caduta del regime, tra le reticenze di gran parte del mondo antifascista – democristiani e comunisti in testa – dice molto sulla storia dell’Italia Repubblicana.
Solo ora, per la prima volta, viene ricostruita in Italia la biografia di quel fenomeno in L’Aborto. Una storia (Carocci, pagg. 260), grazie al lavoro di Alessandra Gissi, docente di storia contemporanea all’università di Napoli l’Orientale e Paola Stelliferi, attualmente ricercatrice a Roma Tre. Le due storiche ripercorrono un secolo italiano tra aule giudiziarie e parlamentari, ricostruiscono il dibattito culturale e il fervore sociale. Attingono a una quantità di archivi, ma soprattutto riportano a galla tante voci di donne e il lavorio tenace e impertinente per scardinare un destino scritto dagli altri.
Questa è anche la storia di un pezzo di società civile: le inchieste di “Noi Donne” e de “l’Espresso” con la celebre copertina di una donna crocifissa; la marea femminista che organizza servizi e consultori; le autodenunce dei radicali, portati via in manette come Emma Bonino; un manipolo di avvocati e pure di giudici, come il giovane Vittorio Frascherelli che con la sua esemplare ordinanza del 1975 darà il via allo smantellamento della legislazione fascista da parte della Corte costiituzionale.
E poi ci sono le donne comuni e la loro sfida silenziosa. Perché la storia dell’aborto volontario dimostra «la resistenza permanente, spesso a costo della vita, per non farsi imporre qualcosa che non si vuole», dicono le autrici. «Anche perché il divieto penale di aborto non si limita a proibirlo ma obbliga alla maternità. La possibilità di autodeterminarsi quindi rappresenta una immunità, “un habeas corpus per le donne”», come ha scritto Luigi Ferrajoli.
Proprio nel principio di autodeterminazione è custodita la chiave di questa vicenda, visto che persino la Legge 194 sembra evitarlo con terrore. E’ quella la zona opaca sotto cui si celano anche tutte le altre storie.

il Venerdì

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