Quella bocca del Delta rimasta spalancata

È la bocca del Delta rimasta spalancata. Sembra gridare alle acque salate dell’Adriatico di starsene lontane. La tengono in equilibrio quelle dolci del Po che invece la spingono verso il mare. Il grande fiume qui si frantuma in due corsi diversi, che corrono attorno alla bocca, il Po di Tolle e il Po della Donzella. Perché questa in realtà è un’isola, l’isola della Donzella, appunto. E la sua bocca spalancata è la Sacca degli Scardovari, 3200 ettari di acqua e di cielo e a fatica si distingue l’una e l’altro. Se ci si sente sopraffatti è normale, dicono qui. È solo il Delta che ti respira addosso.
La si può percorrere tutta la Donzella, prendendo la strada che corre sul bordo dell’isola: da Ca’ Tiepolo si segue l’argine del Po di Gnocca fino alla foce, sulla sponda destra si vede il Bacucco e sulla sinistra, tra Sacca e mare, appare la sottile lingua di sabbia che chiamano Scanno Bottonera. Si prosegue e percorrendo tutto l’argine si arriva alla Spiaggia delle Conchiglie che un tempo per tutti era Spiaggia Fantozzi. Da lì si continua verso nord, lungo la Strada del mare. Da una parte l’acqua e dall’altra queste campagne così piatte che sembrano una seconda pelle fertile e le arature le sue rughe scure e le coltivazioni una peluria ostinata.
Il tempo è stato l’architetto di un paesaggio affiorato veloce e il fiume ha fatto da artigiano; intanto la Serenissima rimaneggiava il disegno deviando percorsi e alvei. Via via che si conquistava nuova terra, i Dogi distribuivano appezzamenti alle famiglie patrizie. Ecco perché in questo finis terrae padano si incappa in luoghi come Ca’ Tiepolo, Ca’ Venier, Ca’ Dolfin. Si trova anche Ca’ Mello, che dà il nome a una splendida oasi, ma a dire il vero «non è mai esistita una famiglia Mello», sorride Danilo Trombin, che di questi luoghi conosce ogni anfratto e ci ha scritto un bellissimo libro, Viaggio nel Delta del Po. Guida sentimentale all’ultima frontiera (Apogeo, 2021). «Sono stati i bonificatori ‘foresti’ a storpiare il nome usato da chi ci abitava. Devono aver sentito la parola Cammello, ma era solo la sagoma del fiume che sembrava fare due gobbe».
È facile confondersi. Anche le nuvole ci fanno credere di correre sull’acqua, quando si è di fronte alla Sacca. I barchini dei pescatori invece compaiono e scompaiono come fantasmi. Le cavàne in fila una vicina all’altra custodiscono gli attrezzi, ma un tempo facevano da abitazioni, coi piedi da palafitta e un pontile di legno verso l’argine.
«A dire il vero un tempo c’erano anche le risaie che digradavano verso la laguna», continua Danilo Trombin. «Poi il mare si è ripreso la rivincita», complice la subsidenza e le bonifiche forsennate e il metano da estrarre. E così il sale ha riscritto tutto. Ora è un regno di vongolari e una fabbrica di mitili, che approfittano di lagune poco profonde e limpide con un continuo ricambio d’acqua. La cozza degli Scardovari è un marchio DOP, cosa rara per i molluschi. Sono diventati così esperti questi pescatori che un giorno hanno pensato di provare con le ostriche rosa e per fargli credere di essere nell’oceano le lasciano in acqua e le tirano su con l’orologio delle maree.
Nelle due estremità della bocca si aprono delle improvvise e fragili strisce di sabbia. Sulla punta a est, la Barricata: alle spalle è protetta da un enorme campo di lavanda, idea di un’azienda agricola che ci fa il primo olio essenziale del Delta. Dall’altra parte della bocca, attraversato il Po della Donzella, la Sacca si prolunga come un dito in mezzo al mare, neanche fosse ai Caraibi, lungo e sottile, dalla spiaggia dell’Isola dell’Amore allo Scannone del Goro, lasciandosi alle spalle il faro. Siamo già in Emilia-Romagna.
La Sacca, perfetta nella sua immobilità, sembra vibrare solo al ritmo dei migratori. «A Ferragosto i gabbiani corallini sostano a migliaia sulle peociare – ci spiega Danilo Trombin – Questo resta uno dei pochi siti di svernamento delle beccacce di mare, chiassose, zampe vermiglie e becco a stiletto scarlatto. E poi l’aquila di mare, gli svassi cornuti e quelli collorosso e persino gli uccelli artici, come le strolaghe. Questo è un habitat che non ha paragoni». 
Non è un caso che il cinema si sia sentito attratto come una falena. «Il neorealismo ne ha celebrato l’epopea, la lotta per la salvezza, il bene e il male, la natura e l’uomo, l’acqua e la terra, il fato e la ragione», ci racconta Vainer Tugnolo, un progettista culturale che tanto ha studiato il legame del Delta con il mondo letterario e filmico. Un esempio? Paisà di Roberto Rossellini è del 1946, un film a episodi, il sesto girato proprio in Sacca. «All’inizio, tra gli sceneggiatori c’è Klaus Mann, che aveva combattuto in Italia con le truppe Usa. A un certo punto rinuncia e Rossellini chiama un giovanissimo Fellini che ricorderà la desolazione e l’isolamento di queste terre». E poi sarà la volta di Mario Soldati (1954) con La donna del fiume, il film che lancia Sophia Loren immortalata nella marinatura delle anguille. «Ma sarà molto dopo, merito di Carlo Mazzacurati, se lo sguardo su questi luoghi cambia e si impone una dimensione onirica, un tempo sospeso, una geografia poetica».
Alla Sacca, mette in guardia Danilo Trombin, il fiato può mancare, «come quando d’improvviso ti trovi di fronte a un precipizio».

Extra | RCS

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