Ormai per tutti non è che la città dell’eroina

Un odore un po’ acre si sparge nella stanza ed entra nelle narici pizzicandole. Il rumore degli strumenti è un ronzio continuo che accompagna i gesti dei camici bianchi. Potrebbero aver l’aria di profumieri e di alchimisti qui al Laboratorio di tossicologia clinica e forense dell’Ulss3. In realtà analizzano i campioni di stupefacenti che le Procure inviano dopo i sequestri ai narcos locali: sono circa 800 i procedimenti penali che ogni anno gli spettrometri di ultima generazione passano al vaglio. Nel giro di un decennio sui tavoli di questo laboratorio sono transitati 34 mila reperti su cui hanno effettuato 288 mila analisi. A questi si aggiungono anche i campioni biologici, che siano sangue, urine, saliva, capelli o peli di chi è finito coinvolto (o morto) in incidenti stradali o è stato vittima di reati commessi sotto effetto di sostanze: 73 mila campioni per più di 400 mila analisi negli ultimi dieci anni. In pochi, come i tossicologi che lavorano a Piazzale Giustiniani, sanno dire con certezza cosa si vende e dunque cosa si consuma in città. La città è Mestre, la Venezia di terraferma. Ma ormai per tutti non è che la città dell’eroina.
Chi pensava fosse la droga vintage degli anni ’80 si sbagliava. Non è mai scomparsa, ci dice chi lavora per strada, ma il mercato negli ultimi anni è sfigurato: sono mutate le sostanze, si è riorganizzata la distribuzione, sono cambiate le politiche sul territorio. Tutti quelli con cui abbiamo parlato, danno anche una data: la svolta, dicono, è stata tra il 2017 e il 2018. La differenza la fanno i morti: nell’estate 2017 ne hanno sepolti quasi tre al mese. Cosa è successo?
Sul mercato di Mestre ha fatto irruzione l’eroina «gialla» e nessuno sembrava preparato. Che poi si dice gialla, ma non lo è. «Anzi, un consumatore non può distinguerla facilmente da quella che è abituato a usare. Una volta assunta, l’effetto è moltiplicato – racconta Giampietro Frison, responsabile del Laboratorio – Nei reperti analizzati dopo il 2017, la purezza dell’eroina oscilla tra il 10% e il 74%, con una media del 40%. Vale a dire da dieci a cento volte più potente di quella venduta fino ad allora».
Oggi, dopo quel boom, si stima che il 60% dell’eroina piazzata a Mestre sia proprio quella gialla: «Non era una meteora, è stato il lancio di un nuovo prodotto che poi ha preso piede», ci dice il chimico Luca Zamengo. Ci racconta anche che il laboratorio, coinvolgendo SERD e Comune di Venezia, ha messo a punto «un meccanismo di allerta rapida che scatta quando riscontriamo dati anomali nelle sostanze analizzate». È un avviso di pericolo che fanno affiggere in ogni servizio e presidio: tiene informati gli operatori e gira veloce tra i consumatori.
La morte è in agguato, sette volte su dieci in solitaria, in qualche anfratto urbano o in una camera d’albergo. Il contatore dell’emergenza si chiama GeOverdose. Questo prezioso atlante online si basa sulle notizie riportate dalla stampa locale, raccolte in tempo reale in tutto il Paese. «Non sono dati ufficiali e potrebbero essere sottostimati, ma è un sismografo credibile: ne abbiamo prova quando ogni 18 mesi arrivano i dati ufficiali dal Ministero degli Interni», racconta Ernesto De Bernardis, un farmacologo di Siracusa che ha inventato GeOverdose assieme a Salvatore Giancane, un tossicologo bolognese. Ebbene, da gennaio 2022 ad oggi Venezia svetta in Italia coi suoi 12 morti, 11 nella terraferma mestrina. Per avere un’idea: nello stesso periodo, a Roma sono stati 8 e a Milano pure. Negli ultimi sei anni, da quando il portale ha iniziato a lavorare, nel capoluogo veneziano sono stati 63 i corpi trovati senza vita, 43 solo di eroina, il resto per mix di sostanze.
De Bernardis ci racconta che una emergenza simile a Mestre si sta registrando in Umbria. Perché in alcuni luoghi il fenomeno sia più drammatico, «dipende da tanti fattori spesso combinati: le rotte del traffico, le organizzazioni, i fondi e i servizi delle strutture sanitarie e dei comuni, le attività su strada, gli interventi farmacologici disponibili, il lavoro delle forze dell’ordine».
A Mestre, evidentemente, tutto questo dev’essere precipitato. Qui ci si dà appuntamento da tutto il Nordest: «E’ un crocevia tra i più importanti, tra ferrovia, porto, aeroporto e autostrade. E intanto la narco-distribuzione ha riscritto le regole del mercato», ci dice Maurizio Dianese, cronista e scrittore, esperto osservatore delle mafie nelle terre del miracolo economico.
Che l’eroina gialla abbia invaso il mercato è legato anche all’arrivo di nuovi imprenditori, quasi tutti nigeriani – racconta – che la Dia cinque anni fa ha portato alla luce, un’indagine finita in un blitz spettacolare. Questi nuovi impresari che si sono stabiliti a Mestre avrebbero spodestato i “tunisini”: molto più organizzati e con prodotti migliori, hanno una manodopera di pusher cui garantiscono un tetto e un salario fisso, ma chiedono di rispettare orari e turni di lavoro precisi e il divieto di “farsi”.
L’emergenza si fa visibile in città a ondate, in particolare nelle vie attorno alla stazione. Basta farsi un giro di sera e il via vai dello spaccio continua seppur discreto. Verso la fine dell’anno scorso, invece, sembrava una festa mobile. Sulla scalinata del sottopasso ferroviario, dietro le macchine in qualsiasi parcheggio, dentro un qualche bancomat o sotto un portico era abituale vedere ragazzi accasciati, alcuni con le siringhe in mano o a folate a chiedere l’elemosina, mentre Via Piave e Via Cappuccina, nei pressi della stazione, erano un mercato sfavillante. Negli ultimi mesi varie operazioni di polizia hanno “ripulito” in gran parte la zona.
Il sindaco Luigi Brugnaro ha puntato tutto sulla sua polizia municipale. In questi sette anni di mandato, anche se non ha attivato nessun progetto di rigenerazione urbana (come chiedono invece i comitati di cittadini), ha portato a 450 il numero di agenti (ma ne vorrebbe 600) e vanta in un solo anno mille daspo urbani, un terzo di tutti quelli emessi in Italia.
Scuote la testa Maurizio Dianese: «La lotta al narcotraffico non è loro competenza, non sono preparati né di fronte ai venditori né ai consumatori in difficoltà. E il risultato è che il mercato si è spostato verso il centro». Anche in questo caso, basta farsi un giro attorno alle piazze. L’assessore alle politiche sociali, Simone Venturini, ammette che «i daspo sono un palliativo, ma solo perché non ci sono leggi nazionali severe ed efficaci contro la micro-criminalità». Eppure, le politiche sociali sembrano in affanno, anche se l’assessore dice di aver «aumentato le risorse e riorganizzato i progetti, senza far molta pubblicità».
Paolo Ticozzi, consigliere comunale di opposizione, ha tallonato da vicino la giunta Brugnaro: «Nel 2013 il Comune aveva 13 operatori di strada, oggi sono 5 e nel 2022 hanno dovuto sobbarcarsi 1123 interventi, compresi homeless e alcolisti. Riescono a fare 120 uscite all’anno, meno della metà di quello che facevano prima». È quanto risulta dall’accesso agli atti che ha fatto. Ticozzi ha proposto tra l’altro che «gli agenti municipali abbiano una formazione specifica e siano dotati di naloxone», il farmaco che si può usare anche sottoforma di spray quando una persona è in overdose: «La risposta è stata un no, secco».
«Dopo la grande emergenza eroina degli anni ’80 sono nati servizi innovativi, sono fiorite cooperative e privato-sociale – riflette Dianese – Oggi dovremmo essere capaci di fare un salto simile, per affrontare le nuove sfide che abbiamo di fronte». Quali sfide? Bisogna tornare al laboratorio di tossicologia: «Nei campioni cerchiamo anche i nuovi oppioidi sintetici, come i derivati del fentanile o i nitazeni, stupefacenti potentissimi che hanno causato decine di migliaia di morti negli Usa per overdose». Tecnicamente fanno parte delle NPS, spiega Giampietro Frison, cioè «sostanze di nuova generazione i cui effetti sono in molti casi ancora sconosciuti. Le NPS non hanno sostituito le sostanze tradizionali, ma hanno creato un nuovo mercato, soprattutto online, coinvolgendo ragazzi sempre più giovani. È un mercato che ha a disposizione vere industrie farmaceutiche, soprattutto in India e in Cina». Mentre loro annusano tutto questo, a Mestre il sindaco vieta i monopattini, per evitare che i pusher sfreccino dalla stazione al centro città.  

il Venerdì

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