L’azienda che divide gli utili con gli operai

Genesio Setten deve aver fatto alzare qualche sopracciglio in Confindustria e arricciato qualche naso anche nei corridoi dei sindacati veneti, quando ha annunciato di voler distribuire fino al 20% degli utili a tutti i suoi dipendenti. Non è cosa da tutti i giorni nel nostro paese, figurarsi nel mondo delle imprese venete dove meno si parla di schei meglio è, persino davanti al proprio commercialista. Da parte sua il geometra, come tutti lo chiamano, dice che distribuire gli utili è «una scelta morale» e aggiunge che «è strategica per l’azienda».
La Setten Genesio SpA nasce nel 1979 a Oderzo, una ventina di chilometri da Treviso. «Mio padre già lavorava nell’edilizia, ma nelle famiglie si sa che ci sono sempre tensioni. E così ho preferito partire da solo». Storie del famoso miracolo veneto. Genesio Setten comincia restaurando chiese, con un gruppetto di operai. «We are builders», siamo costruttori, si presenta con enfasi nel web. «Facciamo un’impresa con passione», traduce il fondatore. In tempi di pandemia, l’azienda ha consegnato cantieri come l’ex-Richard Ginori (diventata WPP Campus) e il nuovo campus dell’ICS International Business School, entrambe a Milano e il restyling del St.Regis Hotel Europa & Regina a Venezia. Oggi, ha 140 maestranze, una rete di subappalto, cantieri aperti ovunque e di grande calibro: dalla Manifattura Tabacchi di Firenze alla nuova Pediatria dell’Ospedale di Padova, Palazzo Minotto e l’Hotel Bauer a Venezia, l’ex-carcere San Domenico a San Gimignano. E sono solo alcuni.
Insomma, l’azienda va a gonfie vele. Da qui l’annuncio: dal prossimo anno, tra il 10 e il 20% degli utili andranno ai dipendenti. «E’ da quattro anni che ci sto pensando», dice il proprietario. Saranno distribuiti in base a un decalogo di parametri, dalla capacità di lavoro in squadra, agli obiettivi raggiunti, la gestione delle criticità, la disponibilità, l’autonomia operativa e così via. Un comitato eletto dalle varie rappresentanze dei lavoratori garantirà il buon funzionamento e soprattutto eviterà discrezionalità nell’assegnare le somme.
Lo stesso meccanismo era stato concordato otto anni fa con le organizzazioni sindacali. Allora si trattava di un sistema di classici premi di produzione ed era riservato ai soli operai. «Mi sembra abbia funzionato bene – racconta Vincenzo Barillà, che qui ci lavora dal 2006 e ha partecipato alle valutazioni – C’è sempre stato un buon clima in azienda e non conosco nessuno che se ne sia andato scontento degli stipendi o dei rapporti aziendali». I premi finora sono stati da un minimo di 50 euro a 250. «Abbiamo calcolato che i premi elargiti annualmente fin ora, nelle varie forme, superano i 200 mila euro annuali. Cifra destinata a crescere verso il raddoppio», dicono alla direzione della Setten.
Ora un salto ulteriore: si lega ai profitti e si estende a tutti, tecnici e amministrativi compresi. «E’ un meccanismo che sprona tutti a far meglio», dice Matteo Radaelli, che lavora come architetto nei vari cantieri dell’azienda. Per Genesio Setten, la formula è semplice: «Più l’azienda ha successo, più i dipendenti sono coinvolti in quel successo». Ed è una formula che «funziona anche all’inverso».
A restare più sorprese sono le organizzazioni sindacali, nonostante gli ottimi rapporti con la proprietà come tutti confermano. «Noi l’abbiamo appreso dai giornali», confessa Gheorghe Geani Rau, della Filca Cisl trevigiana. «Certo sembra una buona notizia – aggiunge – Ma è una decisione della sola proprietà, che è libera di utilizzare i propri utili come vuole». Tutto qui? Che la reazione sindacale sia strana, lo confermano anche in Cgil, dove la segretaria degli edili, Veronica Gallina, non nasconde il proprio imbarazzo: «Mi sembra una storia un po’ più complicata». «Sarebbe importante che i livelli salariali fossero fissati prima di tutto nel primo e secondo livello di contrattazione», è stato il commento di Mario Visentin, sempre della Cgil.
L’impressione è che Genesio Setten abbia sparigliato le carte su vari tavoli. Nel sistema delle imprese, innanzitutto, perché è la prima nel settore edile ad agganciare una parte degli stipendi agli utili. «Mi sono arrivati molti complimenti, ma non dal settore», confessa Genesio Setten, che pure è membro della Confindustria. C’è da crederci, soprattutto se lo spiega così: «Prima di tutto lo considero un obbligo morale, che deriva dal senso di giustizia aziendale e sociale».
Lo storico Mario Biagioli ha raccontato come «la prima esperienza di cui si abbia notizia risale al 1795, quando Albert Gallatin – che in seguito sarà segretario di Stato al Tesoro degli Stati Uniti sotto la presidenza di Thomas Jefferson – istituì una forma di partecipazione agli utili alla Pennsylvania Glass Works». Da allora sono state tante le sperimentazioni, ma in Italia è rimasta una strada poco battuta. Prima della Setten a far notizia a fine 2020, è stata la Reynaldi Cosmetici, torinese, molto attiva come società benefit, che aveva messo sul tavolo fino al 30% degli utili ai propri dipendenti.
D’altra parte, legare gli aumenti di stipendi al risultato economico dell’azienda toglie acqua alla contrattazione e al livello di conflittualità. Per questo i sindacati sono generalmente molto cauti. «Credo molto nel diritto di chi lavora a partecipare agli utili, così come al dovere di tenere un comportamento responsabile – ribadisce il proprietario – Nel nostro settore il risultato dell’attività è la conseguenza, con apporti diversi, del lavoro di tutti. Da questa realtà deriva il concetto di partecipazione, e perché no, anche agli utili».
Per essere ancora più chiaro, Genesio Setten dice che «bisogna cambiare sguardo, ormai non è più rinviabile». Significa andare oltre la contrattazione e trovare nuovi parametri per i salari? «Significa guardare oltre alle attuali contrattazioni, anche sul presupposto, come spesso si legge, della volontà di creare una squadra. Per questo non si possono avere argomenti conflittuali e logiche contrastanti ma si deve essere capaci di creare un clima di collaborazione sulla base di interessi e obiettivi comuni».
Resta un’ultima questione: far partecipare gli operai agli utili non dovrebbe essere accompagnata da un pacchetto azionario? Chi ci lavora è un po’ stordito dall’idea: «Sarebbe uno scenario inedito. Forse è una cosa più grande di noi, non siamo abituati a pensarci azionisti», dice Emanuele Simonato, del reparto tecnico. Ma ci fosse questa possibilità? «Pensando al tipo di azienda sì, è solida, dà sicurezza», dice Matteo Radaelli.
Della partecipazione azionaria, di cui si è molto speso Pietro Ichino, da giuslavorista e da deputato, si parla spesso. I tanti disegni di legge presentati sono riusciti ad essere messi in agenda delle commissioni parlamentari nell’ultima legislatura. È una strada percorsa in Germania e qui in Italia evocata soprattutto dal mondo cislino. «E’ un tema molto delicato, che dovrebbe essere considerato anche in base ai settori e alle dimensioni dell’azienda», riflette Genesio Setten. Cauto e possibilista, magari ci dice che il modello veneto potrebbe sorprendere ancora.

il Venerdì

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