Specchio delle mie brame

Se non fosse per il cartello vicino al cancello, nulla farebbe pensare che in un vecchio caseggiato di Calle degli Orti, si nasconda una delle più prestigiose fabbriche di specchi. «Un tempo qui c’erano anche le stanze dove abitavano i decoratori», indica i balconi del primo piano Pietro Barbini, ultima generazione di una famiglia di vetrai che a Murano ha lasciato tracce fin dal XVI secolo.
All’interno fervono i lavori per finire le commesse in consegna, un volo per il Medioriente l’indomani, una mostra di specchi d’arte da terminare. Ci si muove tra materiali, macchine, utensili, oggetti d’arte, pezzi da montare, progetti, un set fotografico, una musica anni ’50 di sottofondo e l’andirivieni di consegne e visitatori. E così sembra di stare più nel caos creativo di un atelier che nell’ordine di una fabbrica. Disegno tecnico ben in vista, c’è chi prepara il fusto in legno, chi taglia le lastre di vetro, chi è chino a disegnare i decori e chi procede a inciderli a punta diamantata; c’è chi immerge il vetro nel bagno di nitrato d’argento («Fino a metà ‘800 si usava la amalgama, un foglio di stagno immerso nel mercurio su una lastra levigata e lucidata»); c’è chi assembla i singoli pezzi di ornamenti, realizzati da qualche fornace di Murano, in un trionfo di canne, ricci, fiori e foglie. «L’ultimo progetto che abbiamo realizzato è stato per Villa Passalacqua, il magnifico luxury hotel sul Lago di Como: una trentina di specchi e una serie di trumeau in vetro stile veneziano».
Quando si parla di Murano e di vetro vengono in mente le fornaci e le produzioni dei maestri vetrai che hanno reso celebre l’isola. Ma quello degli specchi è una nicchia di grande fascino e quasi sconosciuta. C’è stato un tempo che la Serenissima custodiva l’arte degli specchi come un segreto di Stato. Eppure, tra i maestri vetrai che Luigi XIV riesce a portarsi in Francia, c’è anche un certo Gerolamo Barbin. Rimasto vedovo, nel 1665 assieme ai fratelli Marco e Domenego entra alla Manufacture Royale des glaces de miroirs di Saint Antonine. La Galleria degli specchi di Versailles è anche merito loro.
Oggi, oltre a privati e hotel di mezzo mondo, uno dei filoni più fertili è quello dell’arte. Così, non è un caso che alla Glass Week che si sta tenendo a Venezia, dopo una prima settimana milanese, spicchi tra gli eventi anche una esposizione di specchi, promossa proprio da Barbini. Volubilis, così si chiama, è in corso a Palazzo Da Mula, a Murano, fino al 25 settembre e vede coinvolti 12 designer e artisti.
Negli ultimi dieci anni, i Barbini sono riusciti a reinventare l’azienda, a superare la recessione che dal crollo delle Torri Gemelle aveva minacciato di farla scomparire. «Siamo tre fratelli e tre cugini, oltre a mio padre Giovanni e alo zio Vincenzo», racconta Pietro. «Di lavoro ce ne sarebbe molto, per tutto il distretto di Murano, ma la vera sfida è l’incertezza e i colpi che sono arrivati uno dopo l’altro: l’acqua alta, la pandemia, la guerra, la crisi energetica. Molte fornaci sono ancora spente e con la stangata del gas è tornato il fantasma delle chiusure. Noi sentiamo il colpo indirettamente perché molti pezzi ci arrivano dalle fornaci e poi i prezzi di legno, metalli e vetro sono in aumento, le forniture ci fanno penare».
L’attuale azienda ha quasi cento anni, fondata nel 1927 da Nicolò Barbini. Si fa conoscere fin da subito, lavorando con il fratello Guglielmo e inaugurando un secolo (quasi) di successi: i committenti americani e orientali, il palazzo reale di Thailandia o il Royal Mansour Restaurant “Sesamo” di Marrakech, oltre che i più lussuosi hotel veneziani.
Per ripartire, dopo la grande crisi, è stato importante investire in macchinari nuovi «come questa water jet che riesce a tagliare il vetro con precisione anche i disegni più difficili. È l’unica nell’isola, per cui facciamo anche lavorazioni per conto terzi». Ma soprattutto, sottolinea Pietro, «abbiamo ricominciato a raccontare: la nostra storia, le generazioni che ci hanno preceduto, i progetti che hanno realizzato, gli slanci e anche la fatica, le prove e gli insuccessi. È stata la narrazione della nostra storia a farci credere di potercela fare e a conquistare nuovi mercati».

Corriere Imprese

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