Il futuro in un orto verticale

C’è una agricoltura di orti verticali, governata da algoritmi e intelligenza artificiale, senza chimica, che promette di «ritrovare i sapori di una volta». Si chiama future farming, dove il futuro si intende così prossimo da averlo già davanti. I nuovi imprenditori agricoli sono ingegneri, genetisti, software developer, agronomi e matematici. I loro braccianti sono operai e calcolatori. Allo Strategy Innovation Forum, tenuto l’8 e il 9 settembre all’Università Ca’ Foscari di Venezia, c’erano anche i future farmers tra chi è arrivato a raccontare ciò che può fare la cosiddetta deep tech. Considerano la natura come una «piattaforma manifatturiera» e vogliono passare da un modello estrattivo a uno «generativo».
Un esempio è la Zero di Pordenone (zerofarms.it), l’impresa che ha costruito una vertical farm a Brescia, pronta a entrare a regime. «La consideriamo il nostro flagship store: mostriamo cosa siamo riusciti a fare e cosa potremmo fare», racconta Daniele Modesto, amministratore delegato e fondatore. Un secondo orto verticale lo stanno aprendo in Arabia Saudita e l’anno prossimo un terzo negli Emirati Arabi. Non solo. La Zero ha stretto una collaborazione con il progetto VeniSIA di Ca’ Foscari (nato per creare un ecosistema urbano di start-up) e in laguna verrà trasferito tutto il settore di ricerca e sviluppo.
Daniele Modesto dice di sé: «Non sono un farmer. Sono un biologo molecolare, con una formazione a cavallo tra software, biologia e finanza». Racconta: «Stavo a Londra, lavoravo nell’advisory finanziario. Mi hanno parlato dell’agricoltura sostenibile, di nuova generazione e hi-tech. Ho pensato che non potevo realizzare un progetto integrale là: serve combinare il digitale con la manifattura, i saperi agricoli e del cibo, l’innovazione e la tradizione. Solo in Italia c’è un ecosistema simile».
E così è tornato a Pordenone. «Qui rimarrà la control room degli impianti, costruiti su una architettura software tutta nostra – spiega – Nei luoghi di produzione, gli impianti sono semplici, tutto è demandato a una struttura centrale dove lavorano algoritmi e intelligenza artificiale». Come funziona, dunque, una vertical farm? «E’ una grande scatola con tanti scaffali: in ognuno ci sono le piante, un impianto che le nutre e un sistema che sostituisce il sole con lampade elettriche. Qui possiamo coltivare insalate, fragole, erbe aromatiche, tutto ciò che è destinato all’alimentazione; ma anche gli estratti per l’industria farmaceutica, oppure bio-materiale per sostituire il pellet o un incubatore di alberi da frutta destinati all’agricoltura tradizionale. Il raggio di applicazioni è vasto: in questo modo si sviluppa un ecosistema produttivo su tutto ciò che la natura ci offre».
Per ora hanno iniziato con le insalate. «Noi non vogliamo fare la concorrenza al piccolo agricoltore biologico, né vendere l’insalata di lusso. Noi vogliamo costruire il know how in Italia per esportarlo in paesi che non possono permettersi una buona agricoltura. E vogliamo dimostrare nel mercato più difficile possibile, quello italiano, di poter offrire prodotti agricoli a dei prezzi più bassi e di una qualità nettamente migliore a quella che arriva nei supermercati. A pieno regime produrremo 1500 / 2000 tonnellate di insalata l’anno, una buona produzione, pur sempre di nicchia, ma su scala industriale».
Il primo vero problema è la sostenibilità finanziaria: «Questa agricoltura ha un sacco di vantaggi, dal risparmio di suolo e d’acqua alla qualità dei prodotti, ma è molto costosa per via della tecnologia. Abbiamo investito 3 anni in ricerca e sviluppo, finanziati da noi, cercando le migliori soluzioni in giro per il mondo, e abbiamo messo a punto un modello di tecnologia integrata». Che ora è pronto a dare i primi frutti.

Corriere Imprese

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