Paesaggi, l’arte del selvatico

Dimentichiamoci i giardini dalla bellezza asettica, le geometrie perfette, il salotto green messo in piega dai nostri cliché. Un giardino è un organismo vivo, col suo carattere e la sua anima selvaggia. Possiamo punirlo per questo, ma non educarlo a essere ciò che la sua intelligenza non gli permette di essere. Non c’è giardino, pure il più pettinato, che non covi anche solo un po’ lo spirito di quei Giardini invisibili raccontati da Antonio Perazzi: si intitola così il suo ultimo libro (Utet, 2021, pagg.190) presentato di recente a Treviso alla Fondazione Benetton Studi e Ricerche. «Un giardino ha bisogno di armonia – mette subito in chiaro l’autore – Che non coincide con la nostra idea di simmetria e di pulizia. L’armonia di un giardino è come in musica: ascoltate John Coltrane e le sue variazioni jazz, è un buon modo per cambiare idea in fatto di armonia».
Botanico, paesaggista e scrittore, classe 1969, formatosi al Politecnico di Milano (città dove oggi ha il suo Studio) e al Royal Botanic Gardens di Londra, Antonio Perazzi è uno dei più importanti paesaggisti italiani. Nel suo libro traccia una sorta di manifesto botanico che in realtà è una mappa di esperienze, pratiche, riflessioni e osservazioni sul mondo naturale quando incontra le nostre mani di addomesticatori professionali o amatoriali.
Oasi di pace, clinica e wunderkammer è il suo giardino di Piuca, sulle colline del Chianti: «Ho provato a raccogliere e a introdurre alcune delle piante selvatiche che non erano intorno a me: le sceglievo giù a valle, tra quelle nate lungo la strada della pianura». Quali? Le lentaggini ai bordi del bosco, le Iris unguicularis tra i sassi, il lentisco e il mirto a bordo asfalto. «E così le ho introdotte nel mio giardino, in angoli protetti o freschi, in modo da ricreare le stesse circostanze che le rendono selvatiche. Un’esperienza importante per la mia formazione di paesaggista, non solo per comprendere i tempi di sviluppo del paesaggio, ma per decifrare il limite quasi impercettibile che unisce il processo artificiale che serve a dare origine al giardino e le dinamiche spontanee di adattamento del paesaggio selvatico».
Quando si parla di giardini, i confini tra naturale e artificiale sono tutt’altro che netti. E persino cosa significhi davvero naturale e cosa artificiale non è così scontato. Forse una buona lezione da tenere presente è che «un giardino è primo di tutto tempo, oltre che luogo – riflette Perazzi – È sulla scala temporale che prende forma e si misura la qualità del nostro rapporto con quel giardino, sapendo che invecchiando matura come un figlio». Un figlio che in realtà è una creatura polifonica, dove prendono voce piante, insetti, suolo, animali e noi: «Se non si riconosce il pullulare della vita, anche se ci sembra invisibile – continua il paesaggista – non si potrà mai cogliere l’equilibrio che regola il nostro giardino, là dove la natura ha trovato un climax tale che trasmette armonia».
Ecco che torna l’armonia come chiave di volta. Attenzione, ripete Perazzi, a non confonderla con la nostra idea di geometria: «Tutti abbiamo bisogno di uno strumento per comprendere la natura e quindi la geometria ci sembra rassicurante. Ma se ci guardiamo attorno, vedremo tanti giardini perfetti e orrendi e allo stesso tempo splendidi paesaggi selvatici. I giardini più belli sono lasciati a maturare da sé, a evolversi, a mutare: il nostro ruolo di giardinieri è quello di osservare, assecondare, accompagnare, sperimentare, non essere ossessionati da soffiatori e forbici». E aggiunge: «Non servono necessariamente impianti di irrigazione, troppe luci, o distese pavimentate: servono soprattutto le piante, in particolar modo quelle spontanee».
La geometria in natura, dice, è «quella funzionale alla performance, non necessariamente pura o simmetrica ma piuttosto capace di adattarsi per essere più resistente e utile». Da qui la domanda che dovremmo sempre porci guardando il nostro giardino: «Siamo abituati a valutarlo in base all’aspetto e alle funzioni, ma cosa succederebbe se provassimo a giudicarlo solo per la creatività intrinseca della natura?».
Un’ossessione ricorrente riguarda la pavimentazione. In realtà, per immaginare i sentieri che ci permettono di attraversare il nostro giardino, il primo pensiero deve andare al suolo, che è mondo vitale. Dunque, pietre e terra battuta potrebbero essere buone alternative. Oppure «un sentiero può essere fatto anche di erba tenuta ben rasata e il resto mantenuto rigoglioso: è una regola semplice, che mette in risalto la bellezza dei luoghi, fa risparmiare energia e asseconda la natura».
A questo punto, viene da chiederci cosa sia davvero un giardino. Alberto Perazzi non ha dubbi: «Il giardino deve essere un’esperienza coinvolgente e profonda e assolutamente ecologico. Il giardino deve essere concreto e autentico, come un paesaggio spontaneo, anche nel rapporto con chi lo frequenta». 

Extra | RCS

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