Il paese che si ribellò al Papa

Padre Athenagoras allarga le braccia: «I disegni della Provvidenza di Dio sono imperscrutabili». Ci mostra l’icona argentata della Madonna della Consolazione. Viene dal Monte Athos, è arrivata a Montaner di Sarmede cinque anni fa. Quel giorno di maggio, da piazza Ulliana è partito un lungo corteo, con tanto di banda musicale e in prima fila il vescovo di Vittorio Veneto, il metropolita ortodosso e persino il sindaco. All’interno della piccola chiesa si alzava il canto di supplica della Paraklisis.
Questo è lo stesso paese di 1200 abitanti, incistato nella pedemontana trevigiana, che più di cinquant’anni fa è stato al centro di una battaglia di popolo contro il vescovo, fino alla conversione in massa all’ortodossia. Niente di simile si era mai visto. Per decenni è rimasta una ferita aperta. Ma oggi Montaner di Sarmede è un modello di convivenza tra fedi diverse.
Di rinvangare il passato nessuno ha più voglia, nemmeno di ricordare quando qui è arrivato a sorpresa l’allora vescovo Albino Luciani, che un decennio dopo diventerà Papa e il prossimo 4 settembre sarà Beato. Era un tardo pomeriggio di settembre, l’anno il 1967. Ma quel giorno non c’era aria di festa a Montaner. Accompagnato dal vicequestore di Treviso, da un nugolo di poliziotti e una corriera di carabinieri, Luciani si è fatto largo tra la folla che montava di rabbia. È entrato nella chiesa di San Pancrazio per uscirne di lì a poco stringendo i paramenti sacri e le chiavi. Nessun sacerdote avrebbe celebrato fino a nuovo ordine. Un anno dopo, la sera del 26 dicembre 1968, la folla gremiva la piazzetta di fronte a quella stessa chiesa, per assistere alla prima messa di rito ortodosso. Era lo scisma di Montaner.
Qui non ci sarà alcuna celebrazione il 4 settembre: il Papa del sorriso, il Papa dei 33 giorni, il Papa dei semplici, per Montaner non è stato che il Vescovo sordo al suo gregge, il Vescovo della celere. «Volevamo solo un parroco», dice una signora. «Macché – sussurra un’altra – sono sempre stati cattivi». Il parroco, don Raffaele, qui da nove anni, scuote la testa: «La verità è che quando gli animi sono esacerbati, non succede mai niente di buono».
Allora bisogna fare un passo indietro, al 13 dicembre 1966: quel giorno moriva, venerato già da santo, don Giuseppe Faè, da quarant’anni parroco di Montaner. Carismatico, grazie a lui il paese aveva un asilo, un orfanotrofio, una sala teatrale, una latteria. E antifascista della prima ora: grazie a lui i partigiani che qui pullulavano trovavano cibo, medicine, rifugio per sé e per le armi.
Dunque, alla morte di «don Galera», così si faceva chiamare, la comunità avvolta nel dolore chiedeva al vescovo di nominare come nuovo parroco il giovane cappellano. Alla risposta negativa, gli animi del paese trevigiano si scaldavano. Venivano murate le porte della chiesa e affisso un cartello: «All’unanimità e con la decisione di tutta la popolazione, si proclama Parroco di Montaner Don Antonio Botteon. La proclamazione è stata fatta nella forma più democratica in quanto la popolazione intende scegliere il suo pastore». Si può immaginare Albino Luciani sconcertato, lui così fedele alle regole dell’obbedienza.
«E’ come se fossero precipitate molte cose – riflette Valentina Ciciliot, ricercatrice di Storia della Chiesa all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che ha studiato a fondo il caso – Questa era una comunità forgiata dalla Resistenza; viveva isolata e indurita dalla migrazione che aveva spinto tanti giovani a trovare lavoro nelle miniere e nelle città». Nel frattempo, «il Concilio Vaticano II aveva rimescolato tutti i riferimenti, le gerarchie impreparate, la società in ebollizione, lo scontro ideologico tra DC e PCI frontale». Una tormenta perfetta.
A Montaner, ai parroci inviati dal vescovo veniva impedito l’ingresso, il piazzale occupato giorno e notte, i falò e le barricate, le donne a fronteggiare la polizia, i tafferugli con i «topi da sacrestia», l’aperta disobbedienza. Albino Luciani è stato irremovibile fino alla fine. Peraltro nessuno sa esattamente cosa pensasse, né cosa si sia detto coi suoi superiori: «Non abbiano nessun diario, nessuna lettera», ci racconta Loris Serafini, direttore della Fondazione Papa Luciani, quella che ha sede ad Agordo, paese natale del pontefice. «Non solo per il caso Montaner, ma di tutta la sua vita abbiamo solo qualche nota ai bordi delle pagine di giornale. Per i discorsi, a parte qualche semplice appunto, andava a braccio e quando venivano trascritti, erano così editati, da risultare completamente diversi», continua Serafini.
«Cercavamo solo una religione che assomigliasse alla cattolica. E loro, gli ortodossi, credevano in Dio e nella Madonna – hanno raccontato alcuni testimoni nel 2014 a Rai Storia – E allora ci siamo detti, cos’è che cambiamo? Non cambiamo niente, solo l’amministratore». Credevano di non cambiare niente i fedeli di Montaner e «questo spiega perché non è stata una conversione – riflette padre Athenagoras – In tanti mantenevano le tradizioni cattoliche, non sapevano nulla della liturgia ortodossa e delle nostre regole». Così, col passare del tempo, in tanti sono tornati alla vecchia Chiesa e in tanti hanno smesso di frequentarla. Gli ortodossi invece hanno vissuto anni di turbolenze e qualche scandalo, passando dal Patriarcato russo a quello di Costantinopoli, ma la comunità si è ingrossata con l’arrivo di tanti migranti dall’Est Europa, badanti e operai che hanno trovato lavoro e un rifugio di fede. Padre Athenagoras è qui dal 1997: «La situazione era caotica: abbiamo messo in ordine il patrimonio, ristabilite le regole, aperto un monastero di monache e ricostruito un bel rapporto con la chiesa cattolica».
Oggi le due comunità non solo convivono, ma partecipano alle feste comuni, a cominciare da Santa Barbara, la protettrice dei minatori. E si aiutano: quando nel 2013 un cortocircuito ha distrutto la chiesa ortodossa, don Raffaele ha consegnato le chiavi della cappella di Santa Cecilia fino a quando non verrà costruita la nuova, con monastero e piccola foresteria per i pellegrini, i cui lavori partiranno a breve proprio a ridosso della canonica cattolica.
Parroco e Pope sono in piena sintonia. E sorprende, forse, proprio il giudizio su quel passato, quando loro non erano che ragazzini. Dice don Raffaele: «Una parte della Chiesa resisteva ai cambiamenti, mentre la gente si prendeva la parola. Certo, il vescovo difendeva le sue prerogative, ma non so chi l’abbia consigliato». Dice padre Athenagoras: «Non sta a noi giudicare, ma è stata una ribellione contro un vescovo, qualcosa di inaccettabile. Al posto di Albino Luciani avrei fatto lo stesso e forse in modo ancora più severo».

il Venerdì / la Repubblica

Lascia un commento