È il 1950. Una giovane donna si gode il sole nella svizzera Zermatt. Spalle nude, occhiali neri, berretto e scarponi, le gambe leggermente distese, lo zaino ai piedi, è assorta a leggere un giornale appoggiato sulle ginocchia. Tutt’attorno è innevato e la montagna che si staglia sullo sfondo ha un pendio piegato come la curva della schiena della nostra giovane donna in primo piano. La macchina fotografica di Robert Capa coglie la perfetta sintonia tra corpo e roccia, che quasi si sovrappongono e la nudità delle spalle di lei si rovescia nella coperta di neve della vetta.
Lo splendido scatto del maestro americano è una delle cento immagini che compongono “Vivere in alto. Uomini e montagne dai fotografi di Magnum. Da Robert Capa a Steve McCurry” (fino al 9 ottobre), la nuova iniziativa espositiva realizzata dall’agenzia Suazes con Magnum Photos al Castello del Buonconsiglio di Caldes. Una nuova tappa del racconto intrapreso dalle APT delle Valli di Sole, Peio e Rabbi e dal comune trentino, con il supporto della Provincia Autonoma di Trento.
La donna di Capa ricompone la serenità agognata del dopoguerra e ci ricorda l’immaginario glam e seducente del viaggiatore o del turista che sceglie le cime per le sue vacanze. Ma per chi davvero ci vive, la montagna sa imprimere un destino aspro. Vivere in alto è la fatica ancestrale dei pastori di Ladakh immortalati da Steve McCurry; è la vita passata a cavallo dai mongoli nel deserto di Gobi di Philip Jones Griffiths e i volti segnati dalla povertà e dal sole tra le vette di Shiraz di Inge Morath. E’ anche la vertigine del sacro, come l’enorme masso dorato a Shwe Pyi, quasi in bilico sul precipizio, che attira i monaci di Burma in preghiera, come ci mostra Hiroji Kubota; o il mitico Zabriskie Point nella solitudine del Death Valley National Park, fermato sul rullino da Raymond Depardon.
«Il segno inconfondibile dei fotografi della Magnum è il rigore e insieme la leggera ironia – racconta Marco Minuz, il curatore della mostra di Caldes, assieme a Andrea Holzherr – E’ il loro modo di mostrare la realtà con un tocco di leggerezza, creando uno sguardo straordinariamente empatico tra fotografo e osservatore».
Non a caso è la stessa matrice espressiva che si incontra nel progetto parallelo sviluppato a Caldes da Jérôme Sessini, fotoreporter francese che nella sua carriera ha documentato scenari di violenza, desolazione e guerra, e che in Val di Sole ha saputo calarsi nella calma e nel silenzio. «Sono nato e cresciuto nell’est della Francia, tra i monti di Vosges – racconta – Ho iniziato da autodidatta a vent’anni fotografando proprio i paesaggi e le persone delle mie terre».
Nella sua residenza d’artista in questa valle trentina, Sessini ha colto i volti di chi torna stanco dalla fienagione o di chi accudisce le capre sopra il vuoto, gli scorci dei paesi avvolti dalla notte, una croce solitaria, l’ebbrezza della funivia. È nato così il “Sentiero della fotografia”, un percorso outdoor di 12 immagini di grande formato, strette dentro cornici di legno, oltre a cinque ritratti ospitati nella cappella del Castello. «Ogni luogo pone a un fotografo sfide diverse: a me della gente di montagna colpisce sempre la tenacia, la schiettezza e la genuinità e qui le ho trovate tutte. La forza e il silenzio delle montagne: è stato un vero e proprio ritorno alle origini». Marco Minuz si dice affascinato dal lavoro di Sessini, «per quel bianco e nero potente e lo sguardo curioso e divertito, l’immagine così poco patinata e appariscente, ma di grande vitalità».
Prova, continua il curatore, che il vivere in alto offre ancora tante possibilità da esplorare per un fotografo. «Penso alla ricerca di alcuni autori negli anni recenti, come i lavori di Paolo Pellegrin e Jean Gaumy, la loro capacità di catturare visivamente un territorio o un dettaglio fisico come composizioni astratte». Insomma, tra uomini e montagne la questione rimane aperta.
Corriere della Sera