Padova, da 800 anni diamo lezione

La memoria dell’Università di Padova è lunga 35 chilometri di scaffalature. A questi bisogna aggiungere le centinaia di “buste” più antiche custodite nell’archivio storico al Palazzo del Bo e una quantità di documenti nel Museo Diocesano. Stiamo parlando di decine di milioni di atti, un milione solo i fascicoli degli studenti censiti. La memoria dell’università di Padova, d’altronde, si conta in 800 anni.
«Tutto porta al 1222», confermano all’Archivio Storico dove lavora il team guidato da Marta Nezzo. Si legge infatti negli Annales Patavini una minuta che porta quell’anno: «Messer Giovanni Rusca, podestà di Padova. In questo tempo fu trasferito lo Studio di Bologna e il giorno di Natale dopo la Messa fu un grande terremoto».
Quello che di sicuro si sa è che l’ateneo non viene creato da un editto imperiale o con bolla pontificia, ma da uno strappo: un gruppo di studenti lascia Bologna per approdare a Padova in cerca di maggiore libertas. Sono potenti gli studenti universitari a quel tempo e tali rimarranno a lungo: scelgono i professori e il rettore, decidono la didattica, contrattano privilegi con la città. «La libertas che vantano è la “libertà da”, cioè dai doveri imposti agli altri cittadini, uno fra tutti la chiamata alle armi», racconta Marta Nezzo. «Ci vorrà molto tempo perché diventi la “libertà di”: ad esempio, libertà di fare ricerca senza professione di fede». Merito della Serenissima, che attira cervelli per la sua gloria di potenza, qualunque religione siano devoti.
«Quando Galilei arriva a Padova, trova una metropoli europea: ha più abitanti di Londra», ci ricorda lo storico della scienza Telmo Pievani, che qui insegna. Oggi Padova è una «mega-università», come la definisce la rettrice, Daniela Mapelli. Settantamila studenti, il 10% stranieri, 24 mila nuovi iscritti nel 2022, quasi 2500 docenti e altrettanti tecnici. L’università è un campus diffuso in una città di 215 mila abitanti: «Siamo la fabbrica della città», dice la rettrice nel suo studio a Palazzo del Bo, tra gli splendidi arredi disegnati da Gio Ponti negli anni ’40 del secolo scorso.
Anche se lei si schermisce («preferisco parlare di responsabilità»), l’impatto di ogni decisione passa da qui, che sia il nuovo ospedale di cui si parla da vent’anni (e che ora dovrebbe sorgere a Padova Est) o il recupero di un’enorme ex-caserma, la Piave, che diventerà il polo di scienze economiche e sociali. Qui il rettore è il centro del potere con cui tutti fanno i conti.
«Durante il lockdown, interi quartieri si sono sentiti vulnerabili, senza la presenza chiassosa ma rassicurante degli studenti», sottolinea Mapelli. In questi 800 anni, non è mai stato un rapporto facile quello con gli studenti. Ma vitale e redditizio, sì. Gli studenti sono sempre stati anche l’anima politica della città. Oggi sciamano da un corso all’altro, votati a diventare manager e professionisti. Persino al prestigioso Centro per i diritti umani “Antonio Papisca”, se si chiede ai ragazzi seduti sui gradini dell’ingresso cosa vogliano fare, c’è chi risponde «la consulente» come Anna o «il funzionario europeo», come Pietro.
Ma qui, nel 1848 sono gli studenti padovani ad anticipare i moti risorgimentali. E nello sfacelo del regime fascista, uffici e scantinati dell’ateneo non sono che basi di partigiani. Il 7 settembre 1943, diventa rettore Concetto Marchesi: è un latinista, ma soprattutto un comunista. Lui prova a convivere con il ministro della cultura della repubblica sociale, che lo rispetta, tiene fuori i tedeschi, organizza la resistenza nel suo studio e il CLN nel suo appartamento, fino a entrare in clandestinità lanciando un famoso proclama con cui incita gli studenti alla rivolta. Questa è l’unica università medaglia d’oro al valor militare, una delle tre in Europa, assieme a Praga e Oslo.
Un mito che perdura nel Dopoguerra, fino a trovare nell’Autonomia Operaia una mattatrice. «In città e nell’università c’è anche un clima funereo: dal 1977 al 1979, in soli 3 anni, si contano 447 attentati, 132 aggressioni e 129 tra rapine, espropri e devastazioni – riflette Carlo Fumian, docente di Storia Contemporanea – Questa è anche l’unica università dove un professore, Angelo Ventura, risponde al fuoco contro chi gli tende un agguato per strada». Certo, cala la mannaia del 7 aprile, a cominciare da Toni Negri, docente di Dottrina dello Stato, e spinge a forza tutti giù dalla scala della calma sociale. Ma in modo carsico si prolunga fino alla fine dei Novanta, con la coreografia dei Centri Sociali, che qui hanno una roccaforte, amata e odiata, di nome “Pedro”.
Di questi lunghi otto secoli, quello che è rimasto davvero è il protagonismo della scienza. Entriamo nel polo di ricerche biomediche, in zona Portello. Rosario Rizzuto è il king-maker di uno dei progetti strategici del PNRR. Ex-rettore, cattedra in patologia generale, ha portato Padova capofila sulle terapie geniche e i farmaci con tecnologie RNA: «Lavoreremo nel cuore del diritto alla salute». Un campo che ha preso la scena con la pandemia: «Con le tecniche RNA avremo una miniera di nuovi farmaci capaci di aprire la frontiera di cure mirate e non invasive». Nascerà pure un centro di produzione RNA italiano all’avanguardia. Un progetto di tre anni, una previsione di oltre 400 milioni di euro e una filiera di 25 università, 7 centri di ricerca e 15 imprese, dai colossi bio-tech a quelle locali. «Ma il vero obiettivo è una nuova generazione di scienziati».
D’altra parte, proprio qui a Padova c’è il primo Teatro Anatomico (1595), quando era proibito ovunque. «Tutti riconoscono che la scienza moderna nasce a Padova», sottolinea Telmo Pievani. Quello che colpisce è che nel giro di otto secoli l’Università sia rimasta una bolla di fermento cosmopolita dentro una città aggrappata alla sua identità sonnecchiosa e provinciale.
Persino il femminismo degli anni ’70 viene trascinato dall’ateneo prima ancora di arrivare nelle piazze, dopo che «la sociologa Maria Rosa Dalla Costa porta Selma Jones e gli studi americani, sovvertendo tutto – ricorda Carlotta Sorba, che insegna Storia Contemporanea – Succede solo in poche città europee e Padova è tra queste». Qui viene celebrata Elena Cornaro come la prima laureata al mondo, nel 1678, anche se si sa che non è così. Prima di lei, si ha notizie di Bettisia Gozzadini, un titolo in Legge a Bologna nel 1236 e poi Costanza Calenda, in Medicina a Napoli nel 1422. «Il fatto è che attorno alla Cornaro si costruisce un caso mediatico: lo diffondono le Gazzette, corre la voce in tutta Europa».
La retorica sulla Cornaro si spreca anche oggi. Eppure, anche se a capo dell’Università c’è ora una donna, il tappo resiste. A leggere il Bilancio di genere, il secondo negli ultimi 5 anni, a Padova il 60% di chi si iscrive sono ragazze, anche se solo per il 22% nelle materie tecniche e scientifiche. Più ci si avvicina al tetto di cristallo, più manca l’aria: le ricercatrici sono il 46%, le docenti ordinarie il 20%. Nei dipartimenti di ingegneria civile le ordinarie sono 2 su 23, a neuroscienze 2 su 12. Anche se nell’ultimo di test di medicina si sono presentate 2100 ragazze e 900 ragazzi, al dipartimento insegna solo un’ordinaria e solo di recente. Restano molti chilometri da aggiungere agli scaffali della memoria.

il Venerdì

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