Colombia, la profezia che non c’è

Se Gabriel García Márquez fosse vivo, forse già saprebbe il nome del prossimo presidente della Colombia che uscirà dalle urne il 19 giugno. Si dice infatti che il grande scrittore avesse spesso delle premonizioni. Lui stesso l’ha raccontato. A volte erano eventi familiari, altre volte politici. Quando Juan Manuel Santos era capo redattore al quotidiano El Tiempo, nei primi anni ‘90, lo scrittore era sicuro che sarebbe diventato presidente. Santos, non solo sarà presidente dal 2010 al 2018, ma sarà quello capace di firmare gli accordi di pace con le Farc, la più forte e longeva guerriglia colombiana, dopo 50 anni di sanguinoso conflitto. Certo, si dirà che i Santos sono tra le famiglie più ricche e potenti del paese e uno di loro era destinato a quel ruolo. Ma è su Juan Manuel che Gabo aveva messo gli occhi. Chissà cosa direbbe ora di fronte a due figure che sembrano uscite dalla sua penna.
Gustavo Petro, classe 1960, economista, da giovane è stato un attivista dell’M-19, un gruppo guerrigliero che decise di smobilitarsi e di partecipare alla vita politica, a patto che fosse scritta una nuova Costituzione. Da senatore, Petro è diventato famoso per aver denunciato il legame fra narcos e politici, mafia e Stato. Già sindaco di Bogotà, ha riempito lo spazio politico enorme che si è aperto con gli accordi di pace, dove si sono fatte largo tutte le richieste sociali come si è visto con le proteste di questi anni. Se fosse eletto, sarebbe il primo presidente di sinistra della Colombia.
Rodolfo Hernández è invece un imprenditore di 77 anni, settore delle costruzioni, ex-sindaco di Bucaramanga, una città dell’entroterra a nordest. Non ha partecipato ad alcun meeting né confronto televisivo, preferendo una pervasiva campagna di filmini su tiktok e una fitta rete di gruppi di whatsapp. Il suo mantra è contro la corruzione, nonostante sia lui stesso implicato proprio in giri di tangenti e appalti. Lo chiamano il Trump del Tropico: ha saputo cogliere il disgusto che prova gran parte dei colombiani per gli intrighi politici e una Repubblica per pochi.
Petro e Hernández, il senatore progressista e l’impresario populista, l’intellettuale che riempie le piazze e il maldestro milionario che parla dalla cucina di casa. Tra loro sembrano alieni. L’unica cosa che li accomuna è il silenzio su quei 1,8 milioni di venezuelani fuggiti dal loro disastrato paese e che qui hanno trovato rifugio. La piattaforma Barometro Xenofobia ha calcolato che su 11.900 messaggi inviati da tutti i candidati durante la campagna elettorale solo 15 riguardavano i migranti venezuelani. Questione da cui tenersi distanti.
Una maledizione si è comunque rotta in Colombia: il monopolio del potere, che sembrava eterno, tenuto da liberali e conservatori. Quelli che hanno governato il paese come fosse una finca cafetera, quelli che si sono massacrati e poi si sono accordati mentre la violenza continuava a sfigurare il paese. «L’unica differenza tra liberali e conservatori è che i liberali vanno a messa alle cinque e i conservatori alle otto»: così Gabriel García Márquez fa dire al colonnello Aureliano Buendía, in Cento anni di solitudine. Mai come in quel romanzo la storia procede per cicli e si gonfia attorno a profezie che si avverano puntualmente. E che noi non conosciamo.

Vanity Fair

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